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Le strazianti condizioni di vita e di morte del popolo di Gaza, in particolare dei bambini, non sono migliorate perché derubricate dai media: il genocidio prosegue lentamente, i gazawi continuano a patire sofferenze che noi, nel comodo Occidente, non riusciamo nemmeno a immaginare.
Lo testimoniano gli appelli delle ong e i report delle Nazioni Unite. Gli aggiornamenti del 1° maggio che arrivano dall’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) ci fanno sapere che la maggior parte della popolazione della Striscia è sfollata, vive in rifugi inadeguati e non in abitazioni, la salute pubblica è a grave rischio, parassiti e roditori continuano a diffondersi e, come se non bastasse, l’esercito israeliano prosegue con attacchi e bombardamenti nonostante sia in vigore il cessate fuoco.
Gli abitanti di Gaza sono confinati in meno della metà del territorio e senza la possibilità di spostamenti. Pochi malati riescono ad avere l’autorizzazione all’evacuazione medica. Gli aiuti in entrata nella Striscia continuano a essere insufficienti: oltre ai beni di prima necessità, mancano generatori di energia, olio motore e pezzi di ricambio per veicoli e macchinari, con la conseguenza che operazioni umanitarie e fornitura dei servizi di base sono ridotte all’osso.
L’Ocha fa sapere che centinaia di generatori, pozzi d’acqua, impianti di desalinizzazione, stazioni di pompaggio e autobotti rischiano guasti irreversibili: “Senza rifornimenti immediati potrebbero cessare la produzione di acqua potabile e il suo trasporto, aumentando il rischio di epidemie”.
Distribuzione del cibo, trasporto dell’acqua, uso delle ambulanze, catena del freddo medico e operatività degli ospedali sono compromessi, così come i sistemi di irrigazione e anche in questo caso l’Onu afferma che “senza un accesso immediato ai materiali indispensabili, il collasso dei servizi essenziali a Gaza è imminente”.
Sanità al collasso
Più di 18 mila persone a Gaza necessitano di cure urgenti, tra loro circa 4 mila bambini feriti dai bombardamenti israeliani, o amputati, o con malattie croniche alle ossa, ma non possono riceverle nella Striscia né essere evacuate. I dati sono sempre delle Nazioni Unite. La metà degli ospedali presenti non sono funzionanti.
Scrive Riccardo Sartori, infermiere di Emergency a Gaza: “A oggi nelle nostre cliniche mancano analgesici come paracetamolo, ibuprofene, e farmaci per malati cronici, come gli ipertensivi e l’insulina per i diabetici. La persistente carenza di farmaci compromette le terapie destinando, nei casi più gravi, le persone a una condanna a morte".
Sempre Emergency fa sapere che le patologie più diffuse sono quelle di tipo respiratorio e gastrointestinale, le malattie della pelle, come scabbia e dermatiti, e vi sono molti pazienti cronici come gli ipertesi e i diabetici.
"Mamme e bambini – afferma un’ostetrica, Eleonora Bruni – presentano malnutrizione moderata o severa (almeno il 90% dei bambini sotto i 5 anni soffre di malattie dovute alla fame, ndr) e complicazioni legate alle malattie infettive. Non è poi da trascurare l’aspetto legato alla salute mentale: la maggior parte delle donne che arriva da noi ha perso un figlio o un marito, molto spesso sono traumatizzate e non vedono alcun tipo di prospettiva futura”.
Arrivano testimonianze di bambini morsi dai topi nel sonno e le Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa) hanno segnalato il moltiplicarsi dei morsi di ratti anche nelle strutture sanitarie di Gaza. Di fronte a tutto ciò il governo di Benjamin Netanyahu ha autorizzato l’ingresso nella Striscia di sole 1000 trappole per topi.
Rende assai bene l’idea della situazione quanto dichiarato in un’intervista da Gabriel Romanelli, il sacerdote che conduce la parrocchia latina della Sacra famiglia a Gaza City, per il quale nella Striscia il tempo sembra essersi fermato: “Dopo più di due anni e mezzo di guerra sembra che nulla cambi. Se qualcosa si muove, è come un meccanismo che si blocca per poi tornare indietro”.
Riciclo e riuso: i palestinesi provano a ricostruire
Vogliamo chiudere con una testimonianza che dimostra come il popolo palestinese a Gaza non sia inerme, che la tragedia umanitaria non abbia raso al suolo il desiderio di rinascita dei gazawi.
I palestinesi, con il contributo dell’Onu, stanno cercando di riciclare i circa 61 milioni di tonnellate di macerie dai bombardamenti per iniziare la ricostruzione, nonostante la capacità di rimozione delle macerie sia crollata da circa 25 mila a 5 mila tonnellate al giorno a causa di mezzi pesanti non funzionanti, come scrive l’Ocha.
Una ricostruzione definita povera, ma che c’è e non è quella che il presidente statunitense, Donald Trump, ha promesso con il progetto della “riviera dell’Oriente”, fatta di alberghi e strutture turistiche.
Secondo Alessandro Mrakic, responsabile dell’ufficio Undp a Gaza, la sfida è senza precedenti nella storia recente. Le tonnellate di macerie sono una massa enorme che ostacola la sopravvivenza quotidiana. I detriti bloccano interi quartieri, impediscono l’accesso ai pozzi d’acqua e agli ospedali, soffocano le attività economiche residue.
“Oltre alla raccolta, abbiamo iniziato a selezionarle, a frantumarle e a riutilizzarle”, ha detto Mrakic ai giornalisti di Gaza. “Abbiamo già impiegato quasi la stessa quantità di materiale che siamo riusciti a rimuovere”. Serviranno dieci anni e 71 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza, affermano in un rapporto congiunto Onu, Ue e Banca mondiale, che parla di sviluppo umano regredito di 77 anni.
Se i palestinesi supereranno anche questa prova di resistenza, sarà necessario che la comunità internazionale, non di certo Israele e Stati uniti, ma soprattutto l’Europa vigili con ogni mezzo su di una ricostruzione che non divenga un business con l’esproprio della loro terra. Per ora siamo chiamati a fare sì che almeno sopravvivano.



























