Non ci sarà l’Italia, ma ci sarà il resto del mondo. Dall’Iran agli Usa, dalla Romania al Giappone, Cannes 2026 (dal 12 al 23 maggio) sarà anche quest’anno crocevia di sguardi e culture. Così come fu pensato alla sua nascita in quel fatidico 1939, quando i venti di guerra si levavano inesorabili, proprio come oggi, come ricorda — nella presentazione alla stampa del cartellone festivaliero — la presidente Iris Knobloch.

L’edizione numero 79

E di venti di guerra, in questa 79ª edizione, ce ne sono eccome. Ma anche di corpi che lavorano in condizioni estreme, di donne che resistono, di migranti invisibili, di memorie da non perdere, che siano quelle della Resistenza francese o il genocidio in Ruanda. Cannes 2026 non ha in cartellone nessun film italiano – ormai ce ne siamo fatti una ragione, come per l’assenza di Nanni Moretti col nuovo lavoro che evidentemente passerà per Venezia – ma ha centinaia di titoli, tra concorso e sezioni collaterali, che promettono di raccontare il mondo, le sempre più crescenti ingiustizie e le sue infinite tensioni.

L’Italia grande assente 

Esattamente quello che non piace ai nostri attuali ministri impegnati a promuovere una nuova immagine gloriosa dell’italianità e dei suoi eroi, tagliando alla cultura e, in particolare al cinema, come nel caso del film su Regeni. Salvo, poi, piangere l’assenza dell’Italia da Cannes. Ma chissà, magari una domanda se la faranno. Intanto sulla Croisette il cinema racconta soprattutto il lavoro. Non come sfondo, ma come campo di battaglia. Vengono dall’Iran, dalla Cambogia, dalla Norvegia, dal Venezuela, dalla Germania, dal Cile.

Il racconto del lavoro che viene dal mondo

In “Living Twice, Dying Thrice” dell’iraniano Karim Lakzadeh (sezione Acid), tre minatori sopravvissuti al crollo di una miniera decidono di nascondere la propria sopravvivenza perché le famiglie possano riscuotere il risarcimento. La sopravvivenza come crimine. Lo Stato che aspetta la prova dei cadaveri. Girato clandestinamente. Sempre nella sezione Acid c’è “La Détention” del francese Guillaume Massart, che segue l'addestramento delle guardie carcerarie: i movimenti si affilano, il dubbio svanisce, il lavoro come formazione del corpo e della mente al servizio dello Stato punitivo. In “Promised Spaces” del serbo Ivan Marković (coproduzione Cambogia/Francia/Germania) è una storia operaia la protagonista. L'operaio edile che si trasferisce nel grattacielo incompiuto che ha costruito, e la ricca inquilina che si sente prigioniera del suo appartamento di lusso. La segregazione di classe, resa mattone per mattone.

La cura come atto politico 

Ryusuke Hamaguchi — il regista giapponese di “Drive My Car” — torna in concorso con "Soudain”, ambientato in una casa di riposo dove una nuova direttrice introduce il metodo Humanitude, che tratta ogni anziano come persona degna di sguardo e contatto. Il lavoro di cura come atto politico. Dall’altra parte del mondo, la francese Charline Bourgeois-Tacquet mette in scena in “La vie d’une femme”, il collasso di una chirurga cinquantacinquenne sotto il peso di un ospedale pubblico allo sbando: il lavoro che consuma chi lo fa per vocazione. Tra gli interpreti anche Erri De Luca, “scrittore in prestito” come ama definirsi.

Luce sul precariato culturale 

Il rumeno Radu Jude — Orso d'Oro a Berlino 2021 — porta alla Quinzaine "Le Journal d'une femme de chambre”: una giovane rumena colf a Bordeaux che recita in una compagnia di teatro amatoriale che mette in scena il romanzo di Mirbeau del 1900, il lavoro domestico come servitù moderna e l'immigrazione come condizione di ricatto. A Un Certain Regard, “La más dulce” chiude il cerchio con le operaie stagionali nelle serre di fragole andaluse: corpi sotto plastica, ritmo imposto, sfruttamento puro. Due film, infine, si affiancano nel racconto della precarietà del lavoro creativo e culturale: “Garance” di Jeanne Herry (un’attrice alcolizzata nella precarietà dello spettacolo) e “Low Expectations” del norvegese Eivind Landsvik (una cantante di successo che crolla e torna a casa dalla madre, costretta a insegnare part-time per sopravvivere). Il rovescio del palco.

"Living Twice, DyingThrice" di Karim Lakzadeh

La lotta al precariato

Fin qui già tante storie di donne. Che si moltiplicano in modo esponenziale parlando di diritti, lotta al patriarcato, condizione femminile. Judith Godrèche, nome di punta del #meeToo francese, porta a Un Certain Regard “Mémoire de fille”, adattamento del romanzo più autobiografico di Annie Ernaux: una “prima volta” vissuta attraverso la violenza di un uomo che la convince di aver scelto liberamente. Memoria, corpo, violenza di genere normalizzata. Ugualmente forte: Charlotte Gainsbourg interpreta Gisèle Halimi nel film sul processo Bobigny del 1972 — “L’Affaire Marie-Claire” — quello che scosse la Francia e aprì la strada alla legge Simone Veil sull’aborto. 

Venti di guerra 

Tra storia e traumi del presente si muovono, poi, tanti altri titoli della selezione. Fuori competizione, “L’Abandon” di Vincent Garenq ricostruisce gli ultimi undici ultimi giorni di Samuel Paty — il professore assassinato nel 2020 davanti al suo liceo dopo aver mostrato in classe le vignette di Charlie Hebdo. Asghar Farhadi — il regista premio Oscar iraniano — porta in Competizione “Histoires parallèles”, ambientato a Parigi dopo gli attentati del 13 novembre 2015. Nell’Ucraina occupata, il lituano Rostislav Kirpičenko segue un prete che percorre i territori di guerra per restituire un nome ai corpi civili: Vesna, opera prima. Andrej Zvjagincev — il celebre regista russo in esilio — è in concorso con Minotaure: Russia 2022, un imprenditore che crolla mentre il mondo intorno a lui crolla con lui.

Le battaglie Lgbtq+

Chiude il lungo percorso il tema delle battaglie Lgbtq+. “La bola negra” di Javier Calvo e Javier Ambrossi, racconta la Spagna 1932, 1937, 2017: la repressione dell'omosessualità attraverso tre epoche, con García Lorca come figura centrale di una persecuzione centenaria. Dal franchismo al presente. Ira Sachs, invece, con “The Man I Love”, ambientato nella New York di fine anni Ottanta, racconta la comunità gay nell’era dell’Aids. Senza dimenticare l’ironico e attesissimo film d’animazione “Jim Queen”, opera prima di Marco Nguyen e Nicolas Athané. Un virus misterioso si diffonde nella comunità gay con un effetto devastante: trasforma i contagiati in eterosessuali. Un festival per tutti i gusti questo 2026, ça va sans dire. E noi ve lo racconteremo.

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