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Alle sei del mattino il capitalismo italiano ha già scelto il suo carburante umano. Nove braccianti stranieri stipati in un furgone verso i campi del radicchio, lungo la nebbia ordinata del Veneto operoso. Poi il tonfo nel canale, il muretto sfondato, l’acqua che entra come un padrone impaziente. Sei riescono a salvarsi. Tre restano dentro. Trent’anni scarsi, valigie di speranza ridotte a pratica per il medico legale.
Appena emerge la parola “braccianti”, arrivano ispettori, dichiarazioni, dolore istituzionale confezionato col tono grave delle grandi occasioni. Si parla di caporalato, di intermediazione illecita, di controlli insufficienti. Frasi lucidissime, pronunciate sempre dopo il funerale. Prima, invece, domina il silenzio conveniente che accompagna i raccolti, la logistica, i cantieri, l’agricoltura intensiva. La Repubblica delle eccellenze esporta prosecco e importa disperazione.
In Calabria la scena cambia luce e conserva identica ferocia. Un ragazzo senegalese di 23 anni viene schiacciato da una colonna mentre lavora in nero in uno stabilimento balneare. Preparava docce per turisti pronti a fotografare tramonti e spritz colorati. Lui viveva in un centro di accoglienza. L’Italia lo accoglie così, sotto il cemento.
Poi un operaio travolto da una lamiera spinta dal vento. Un altro schiacciato da un camion-gru nel cantiere di un depuratore. E persino un agricoltore di 89 anni morto col trattore tra le colline del Prosecco, perché qui la pensione resta un lusso quasi offensivo. La morte sul lavoro attraversa età, regioni, contratti, pelle. Una filiera perfetta.
Ogni vittima produce la stessa liturgia. Cordoglio, bandiere abbassate, promesse di verifiche, tavoli, osservatori, campagne sulla sicurezza. Intanto il lavoro povero continua a divorare vite come una bestia ben nutrita. Ma tanto c’è il salario giusto.






















