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Betta Cianchini è autrice, attrice, speaker radiofonica. Una voce fuori dal coro, uno sguardo sempre originale per raccontare storie di vita quotidiana che diventano collettive, e che a volte partono dalla sua. Così è stato per “Anagramma di madre”, che con ironia e senza giri di parole porta in scena il vissuto di una donna e di un uomo alle prese con la genitorialità. I due protagonisti, interpretati da Antonio Guerriero e Luana Pantaleo, danno voce a un'esperienza condivisa ma vissuta con sensibilità differenti. Di post partum si parla sempre troppo poco, così come della profonda crisi che le madri e i padri di oggi affrontano, stretti tra aspettative, solitudine e bisogno di condivisione. Nel giorno della Festa della mamma, Betta Cianchini ci ha detto la sua.
Com’è iniziato il percorso che l’ha portata alla nascita di “Anagramma di madre”, quali sono le domande che si è posta e che poi hai posto alle molte donne intervistate?
Tutto è partito proprio dalla mia esperienza, personalissima, che ho poi voluto ricercare nelle altre donne, quelle che da neo-mamma incontravo al parchetto e commentavano: “Piange, ha fame, vuole mangiare, non gli hai dato da mangiare, ha sonno”, per poi concludere con la fatidica frase “ti devi organizzare”, una lama di coltello che ogni volta mi feriva. Il periodo subito dopo la nascita di mio figlio non è stato facile: non si attaccava bene, piangeva. E io non mi sentivo altro che una “puerpera attempata” alla mercé dei suggerimenti e dei consigli più disparati. Vivevo le difficoltà dell’allattamento con il senso di colpa di chi si sente già una cattiva mamma. Lui non dormiva, io non dormivo, e la mia camera di ospedale finiva per sembrarmi sempre di più una camera mortuaria: tu giaci distrutta, circondata da amici e parenti che vengono a trovarti e ti fanno sentire inadeguata. Mi guardavo intorno: gli altri neonati sembravano mummificati per quanto non emettevano suoni. Il mio sembrava Nosferatu. Ho fatto di tutto per farlo attaccare, perché non dare il latte al bambino mi sembrava una cosa brutta. Poi una bravissima dottoressa mi chiese se avevo dato a mio figlio “l’aggiuntina” e da quel momento le cose sono andate meglio. Ma ricordo bene il terrore che provavo al pensiero di tornare a casa con un “cosetto” meraviglioso che non sapevo come maneggiare.
E com’è andata?
Tra un marito musicista e mia madre che non stava bene, mi sentivo molto sola, priva di una rete sociale. È stato il mio periodo più scuro. Mi sono fermata con il mio lavoro. Mio figlio dormiva dalle venti all’una di notte e poi stava sveglio fino alle venti del giorno dopo. Io dovevo stare in piedi con lui sulla spalla, camminando, perché appena mi sedevo iniziava a piangere. Ho cominciato a raccontare al parco quello che stavo attraversando, ma persino da parte delle altre mamme percepivo una certa chiusura, una sorta di “non voglio vedere, non voglio sentire”. E poi mi dicevano, appunto, che mi dovevo organizzare.
Nel giorno della Festa della mamma capita puntualmente di imbattersi nei commenti di chi, proprio durante questa giornata, ribadisce che la maternità non è per forza un completamento della vita di una donna, quasi a prenderne le distanze. Sacrosanto, però emerge quanto sia scarsa la solidarietà nei confronti delle mamme: si è sempre pronti a commentare, ma raramente ad accogliere.
Esattamente: io non penso a mio figlio come alla mia “104” per sopravvivere e senza il quale non potrei andare avanti. Però devo ammettere che la mancanza di supporto e la solitudine rispetto alla mia scelta è esattamente quello che ho vissuto io. Non erano solo le altre mamme a dispensare consigli, ma anche le donne non madri. Poi però, entrando in confidenza, emergeva dell’altro: la maternità vista come compensazione, la paura della solitudine. E lì ho capito che dovevo parlare, chiedere: sono sola a vivere questi momenti di terrore? Il mito della “mamma che capisce tutto” era ed è totalmente da sfatare. Allora ho cominciato a fare delle ricerche, ho conosciuto così l’associazione Vita di Donna Onlus e la dottoressa Lisa Canitano, meraviglia delle meraviglie.
E quindi ha iniziato a raccogliere testimonianze?
Sì. Chiamavo numeri di supporto, registravo telefonate. Una volta chiamai in ospedale per chiedere se ci fosse uno spazio di supporto per le madri. Mi passarono il numero delle malattie mentali. Da lì ho iniziato a fare interviste: ne ho fatte 576, e poi ho cominciato anche con i padri, perché penso sia fondamentale dare voce anche a loro, ascoltarli. Pian piano anche le mamme del parchetto si sono aperte: tutte ricordavano quel momento in cui il partner usciva di casa e loro restavano sole, a piangere. Il rumore del “click” della porta che si chiudeva. La disperazione nel restare a casa senza nessuno.
Il baby blues e la depressione post partum nascondono un disagio di cui ci si rende conto solo quando arriva la tragedia.
Purtroppo è così, ed è la ragione per cui mi sono detta che avrei dovuto scrivere tutto quello che stavo provando, altrimenti mi avrebbe mangiata viva. Così sono nati i miei spettacoli “Post partum lui”, “Post partum lei” e poi “Anagramma di madre”, che deriva dall’unione dei primi due, perché volevo che lui e lei si parlassero. Dobbiamo cominciare a far parlare anche i padri, smetterla di relegarli al ruolo di “mammo”.
Vivono una rivoluzione culturale incompleta.
Esatto. Gli si chiede di svolgere il loro ruolo al cento per cento, ma non li si mette in condizione di farlo, né dal punto di vista delle politiche né da quello del contesto sociale e dell’organizzazione dei tempi di vita e di lavoro. Continuiamo a chiedere loro delle cose che non andrebbero neanche chieste, perché dovrebbero automaticamente essere parte di una dinamica familiare e di coppia sana, se il contesto socio-culturale lo consentisse.
I padri restano comunque “ancillari”: la chat è sempre “delle mamme”.
Già, ma questa situazione genera una forte crisi anche nei padri, anche loro cominciano ad andare incontro a depressione post partum e burnout. Temo che succederà anche per i padri quello che è successo per le madri: se ne parlerà solo nelle tragedie. Già ora aumentano quelli che chiedono aiuto. Ma quelli sono i consapevoli. Gli altri diventano solo più “nervosi”, non si sentono all’altezza, non riescono a respirare, ma non riescono a tirarlo fuori. Temo che, nel prossimo futuro, non ci attenda un momento più facile di quello che stiamo vivendo.






















