PHOTO
Guerre, ingiustizie sociali, collasso climatico: sono queste le tre urgenze che ci troviamo ad affrontare come essere umani nel mondo in cui viviamo, abitanti di un pianeta messo a rischio da uno sfruttamento delle sue risorse non più sostenibile, e da un potere unico sempre più incline a governare secondo i dettami del tecnocapitalismo economico. Eppure non tutto il mondo sta seguendo questa direzione, anzi c’è chi tenta di offrire soluzioni alternative e concrete al modello unico che si nutre dei frutti di Madre Natura in maniera scellerata, dimostrando come sia possibile contrastare una deriva non ancora irreversibile. Di questo e altro abbiamo parlato con Giuseppe De Marzo, attivista, economista, giornalista e scrittore, autore de L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione (pp. 219, euro 18), Edizioni minimum fax.
Partiamo da un’affermazione contenuta nel libro: “La realtà della nostra condizione, come quella della Terra, racconta dei limiti di una ‘democrazia a bassa intensità’, in molti casi morente, perché tenuta in ostaggio dalla nuova oligarchia al governo…”
Nelle ultime due-tre decadi in Italia, in Europa e a livello planetario le disuguaglianze sono aumentate come non mai, trascinandosi dietro altri dati, come la deprivazione materiale, l’analfabetismo di ritorno, l’impossibilità di curarsi come si vorrebbe. Si aggiungono poi i numeri pesanti riguardanti il mondo del lavoro, in termini di caduta e blocco dei salari. A tutto questo si affiancano le ingiustizie ambientali ed ecologiche, che determinano un ulteriore aumento delle disuguaglianze. Infine, davanti ai problemi pratici delle famiglie, dei lavoratori, dei cittadini, ci troviamo di fronte la risposta inadeguata della politica, con progetti dall’alto che investono in filiere produttive legate ai fossili, e alle guerre in atto.
Nasce anche da qui la crisi democratica?
Certamente, perché è complicato parlare di democrazia se chi deve difendere e curare la mia condizione materiale ed esistenziale preferisce investire e puntare su modelli economici che non creano lavoro, non garantiscono la salute anzi peggiorano le nostre vite, trascinandoci all’interno di dinamiche molto pericolose. In questo momento, davanti alla crisi di un sistema che non dà risposte, che utilizza la guerra come strumento di continuazione della politica, occorre rigenerare le democrazie, soprattutto occidentali, riconquistando diritti e garantendoli a chi li ha perduti, altrimenti la politica non sarà più in grado di difendere lo spazio democratico. All’oligarchia che cancella i diritti fondamentali si risponde con la diplomazia popolare che lega insieme governi, istituzioni, scienza, diritti, per rimettere al centro la possibilità di rispondere ai bisogni e ai desideri delle persone, di una nuova generazione.
Tra le pagine possono individuarsi tre “nemici” ben precisi: guerre, disuguaglianze, collasso climatico. Come si possono combattere?
Abbiamo tre problemi con cui tutti facciamo i conti, tre virus che si autoalimentano perché è il modello tecnocapitalista-estrattivo a trascinarci in guerra, di concerto con un modello economico industriale e produttivo divenuto insostenibile, laddove avremmo bisogno di una riconversione che metta al centro i lavoratori, e ogni vittima di questo sistema, in una forma co-progettata, programmata, attraverso una fiscalità generale equa, con una produttività diversa, sganciata dal fossile. A oggi, si riconvertono le fabbriche per costruire armi, si alimentano le industrie della morte, mentre noi dobbiamo immaginare un approccio sistemico che rafforzi il legame tra scienza ed etica, la natura con i governi, le istituzioni locali con i movimenti cittadini. Abbiamo bisogno di un approccio plurale alla soluzione dei nostri problemi, la partecipazione di tutte le comunità della vita, allargare la partecipazione per generare una riconversione che garantisca lavoro, cura, diritti umani e naturali.
A proposito di giustizia sociale, in un recente incontro hai dichiarato che battaglie come quella dei lavoratori a Trezzano sul Naviglio, o della Gkn a Firenze, rappresentano tasselli importanti di questa Internazionale della Terra.
Sì, perché sono la dimostrazione che anche in Italia, quando siamo riusciti a unire lavoratori e cittadinanza attiva, le istituzioni locali, la scienza con l’etica, possiamo così garantire anche lavoro, salute, partecipazione e democrazia. E non c’è altra strada che rispondere in maniera sistematica, plurale, perché è a causa delle non risposte univoche della politica che ci ritroviamo a vivere in questo modo, contro Natura, quella stessa Natura che permette le nostre esistenze.
Come può partecipare l’Italia a una proposta di Internazionale della Terra?
Nel nostro Paese le difficoltà non si affrontano invocando la crescita economica, non è così che rispondiamo alle esigenze della maggioranza della popolazione, perché di questa crescita economica alla popolazione non è entrato nulla, sono cresciuti solo i conti correnti dei miliardari, mentre i poveri son sempre più poveri: lo dicono i numeri, e più dei dati del Pil dovremmo occuparci del fatto che siamo il quinto Paese per degrado ecologico in Europa, e che c’è chi si suicida perché non arriva alla fine del mese. Invece si continua ad alimentare un tipo di crescita che porta alle guerre, aumentando le disuguaglianze tra classi sociali. Se in Italia più della metà dei cittadini non va a votare, è a causa delle non risposte alle loro richieste
Dal titolo sino alle ultime pagine emerge il concetto di solidarietà umana, ricordando anche le parole di Stefano Rodotà, che a loro volta sembrano quasi arrivare dai versi di Giacomo Leopardi ne “La Ginestra”. C’è ancora possibilità di migliorare la realtà attraverso semplici gesti, un’unione solidale tra persone, tra esseri viventi?
Forse non ce ne accorgiamo ma è questo che chiedono le persone, e se usciamo dal nostro orizzonte nazionale e continentale c’è già un terzo del pianeta in cammino verso questa direzione, come pochi giorni fa ha dimostrato l’incontro a S. Marta, in Colombia, dove 57 Paesi di tutto il mondo si sono riuniti per discutere di un altro modello di relazioni politiche, sociali ed ecologiche, di cui tutta la politica dovrebbe prenderne atto. C’è bisogno di una riconversione culturale, perché dobbiamo comprendere che siamo di fronte a una crisi tecnocapitalista che minaccia la specie umana, e se ne esce soltanto garantendo e difendendo le forze vive che ci hanno fatto nascere, i diritti della natura, che coincidono con quelli di ogni essere vivente.
























