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Certo, le celebrazioni servono ad accendere riflettori su temi e questioni non proprio quotidianamente al centro della ribalta, e allora ha senso celebrare la giornata del lavoro invisibile. Contemporaneamente ci si domanda anche: ha senso ogni anno accendere riflettori su questioni che per i restanti 364 giorni tornano nell’ombra?
La giornata del lavoro invisibile accende i riflettori sulla quantità di lavoro che quotidianamente in ogni angolo del mondo le donne dedicano alla cura. Lavoro per la gran parte non riconosciuto e non remunerato. E anche quando gli si riconosce una qualche forma di dignità “professionale” è comunque considerato poco. È un retaggio del patriarcato, tutto ciò che afferisce alla cura è questione “naturale” delle donne quindi naturalmente dalle donne deve esser svolto e quando diventa “lavoro professionale” viene valutato poco. Ma senza quel lavoro invisibile né le famiglie né le società funzionerebbero. Il lavoro di cura ha un valore economico enorme ma non lo si riconosce e lo si dà, appunto per scontato.
Il valore del lavoro di cura
Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro ogni giorno nel mondo sono 16 miliardi le ore dedicate al lavoro di cura gratuito, e a svolgerlo sono appunto le donne. Stiamo parlando di cura di bambini e anziani, cucina, pulizie e altre prestazioni essenziali alla vita familiare e sociale. 16 miliardi di ore sono una cifra enorme, queste ore non solo non vengono retribuite alle “lavoratrici” ma, ovviamente, non vengono nemmeno incluse nel calcolo del Pil. Secondo valutazioni basate sui metodi di costo di sostituzione e di costo opportunità, se fossero considerate, il loro valore economico in alcuni paesi potrebbe superare il 40 % del Pil. Ma il fatto che non vengano considerate in quel calcolo non significa che quel valore non esiste. La gratuità è certo una “bella cosa” ma non quando viene data per scontata.
In Italia va peggio che altrove
Secondo stime dell’Oil circa 708 milioni di donne restano escluse dalla forza lavoro retribuita a causa delle responsabilità di assistenza non retribuita, subendo così una significativa esclusione economica. L’Italia in Europa è fanalino di coda per occupazione femminile, ma anche per servizi sociali per bambini e bambine e anziani. È ancora l’Oil a ricordare che in Italia il 74% delle ore di cura familiari grava sulle donne, mentre l’Istat afferma che le donne contribuiscono al lavoro di cura con due ore e 48 minuti in più al giorno rispetto agli uomini. Un divario che sale a quattro ore e 12 minuti se ci sono bambini in casa e che in un anno si traduce in 64 giorni di lavoro non retribuito in più rispetto ai maschi. Il lavoro invisibile, dunque, è un freno all’occupazione femminile, e segrega le donne nel part time e nei lavori a basso valore aggiunto e quindi povero e spesso pure precario.
La glaciazione demografica
Nelle ultime ore l’Istat ha diffuso il report sugli indicatori demografici certificando ancora una volta che il nostro è il Paese in piena crisi demografica, nel 2025 sono nati la metà di quanti sono deceduti, si son contati 1,14 figli per donna, le coppie con figli sono solo il 28% e se non fosse per gli immigrati la situazione sarebbe ancora più grave. Meloni appena insediata ha urlato contro la glaciazione demografica ma in ben 4 anni di governo non ha fatto nulla. Cosa c’entra questo con il lavoro invisibile? C’entra eccome, se una quota di lavoro di cura gratuito non diventa lavoro remunerato, se non si libera tempo e “spazio” per l’occupazione femminile, se non si costruisce un welfare degno di questo nome in grado di fornire quel lavoro di cura che grava sulle donne, la curva non si invertirà. E non è una questione “privata”, è questione economica e sociale. Che fine ha fatto la proposta di legge per il congedo familiare paritario? E gli asili nido? E i servizi per anziani e per perone non autosufficienti? Gridare al lupo al lupo non serve nemmeno più ad ingannare cittadini e cittadine.
Lavoro invisibile in parte retribuito
Dell’esercito delle lavoratrici della cura fanno parte anche badanti, bambinaie e colf. Sono al loro volta tante, circa 1,7 milioni che ogni giorno si prendono cura di case, anziani e bambini, rendendo possibile la vita quotidiana di milioni di famiglie italiane. Ma solo la metà di loro ha un contratto, all’Inps ne risultano solo 817 mila, le altre sono ulteriormente invisibili. E non c’è solo dolo, certo non contrattualizzare chi lavora nelle nostre case è sbagliato ma quante famiglie non riescono a sopportarne il peso economico? E perché Meloni non si è mai occupata della questione?
Una riforma organica del lavoro domestico
È quella che chiedono unitariamente le associazioni dei datori di lavoro e i sindacati del settore. Fidaldo (composta da Nuova Collaborazione, Assindatcolf, Adld, Adlc), Domina, Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs e Federcolf non solo chiedono una riforma del settore ma hanno elaborato una piattaforma che hanno inviato alla presidente del Consiglio e a diversi ministeri.
Cinque i punti sui quali per alleggerire il velo dell’invisibilità
Datori di lavoro e sindacati chiedono una legge che contemporaneamente garantisca le lavoratrici riconoscendo loro i diritti riconosciuti a tutti gli altri lavoratori e riconosca diritti anche alle famiglie datrici di lavoro, alle lavoratrici ed ai lavoratori domestici i diritti riservati a tutti gli altri settori:
- tutela economica in caso di malattia;
- tutele economiche e normative in caso di maternità e genitorialità;
- agevolazioni fiscali e contributive per le famiglie datrici di lavoro che applicano correttamente il contratto del settore;
- superamento dell’attuale gestione dei flussi migratori che favorisca l'accesso nel Paese di migranti - che rappresentano una quota significativa degli addetti di un settore in cui le famiglie esprimono un crescente bisogno di cura - promuovendo accoglienza e inclusione;
- contrasto del lavoro irregolare e, allo stesso tempo, valorizzazione del lavoro domestico come importante misura a sostegno della disabilità, della non autosufficienza e della genitorialità.
Il valore del lavoro domestico, diversamente dal resto del lavoro visibile, si calcola: in Italia vale lo 0,9% del Pil nazionale. Ovviamente quello regolare, ma se davvero si vuole rendere visibile quello che non lo è il contrasto all’irregolarità deve essere una priorità. Scrivono sindacati e associazioni firmatari della piattaforma: "L’irregolarità compromette la dignità del lavoro, limita l’accesso ai diritti sociali e previdenziali, indebolisce le famiglie e priva lo Stato di risorse fiscali e contributive rilevanti".
E concludono: "Al lavoro domestico non si riconosce ancora la funzione essenziale che assolve nel sistema di welfare familiare e nazionale, garantendo cura e assistenza a bambini, anziani e persone con disabilità, e le norme che regolano il settore non risultano adeguate a rispondere ai bisogni reali né delle famiglie, né delle lavoratrici e dei lavoratori".





























