È da poco tornato a Palermo dopo esser stato a Roma in Corte di Cassazione dove tra le altre cose, ha redatto le sentenze sulla strage di Bologna e sull’attentato alla sede della Cgil. Antonio Balsamo ha scelto di tornare nella sua città per proseguire l’impegno di costruire legalità e cultura antimafia, là dove sente essercene più bisogno. Un occhio sempre attento a ciò che accade fuori dal Palazzo di giustizia, operare tra le strade, e soprattutto nelle scuole e nelle università, è altrettanto importante.

Presidente lei è da poco tornato a Palermo a presiede la corte di Appello. Perché ha scelto di tornare a casa?
È un periodo molto particolare per Palermo, ci sono state alcune manifestazioni molto preoccupanti, sono tornati a sparare i kalashnikov contro alcuni esercizi imprenditoriali, in un tentativo di riacquistare il controllo del territorio da parte di organizzazioni criminali. Stanno tornando metodi analoghi a quelli usati da Cosa nostra all’inizio degli anni ‘80. Occorre reagire, è essenziale un forte raccordo con la società, perché altrimenti non è possibile suscitare una reazione collettiva come quella che ci fu allora e che fu fondamentale. Occorre far funzionare il meglio possibile la giustizia, superando tutte le difficoltà che oggi abbiamo. E occorre anche intraprendere un grosso lavoro di sensibilizzazione di tante persone, a cominciare dai giovani, per continuare con le fasce più a rischio della popolazione. È un lavoro enorme, da fare senza tregua, per aprire un orizzonte nuovo.

In cosa consiste il “tanto lavoro fuori dalla Corte”?
C'è un grande impegno di diffusione della legalità in tutti gli ambienti, anzitutto tra i giovani. Per fortuna, la gioventù oggi esprime un forte rifiuto della mafia. Oggi la mafia è delegittimata in maniera spero definitiva nella coscienza dei giovani. Occorre poi che tutte le istituzioni siano presenti nelle zone più difficili della città. Sono rimasto molto contento nel vedere, ad esempio, una forte attenzione del mondo dell'Università verso realtà come quelle dello Zen e delle zone di Palermo che sono il frutto di uno sviluppo pesantemente condizionato da interessi mafiosinegli anni ‘70 e ‘80. Proprio su queste zone, per troppo tempo trascurate, adesso c'è una nuova attenzione. Su questo io penso si giocherà il futuro della lotta alla mafia, che non dev’essere la lotta di una élite, ma quella di un intero popolo.

Siamo a 34 anni dalla strage di Capaci. Già sento una serie di litanie di ricordo di Giovanni Falcone, un po' meno di Francesca Morvillo. Anche se per la giustizia ha fatto moltissimo anche lei.
Verissimo. Francesca Morvillo è una persona che ha anticipato l’attenzione verso i ragazzi più esposti al rischio di condizionamento di reclutamento da parte di ambienti criminali. Un impegno che adesso è un'autentica parola d'ordine per tutti. Ora esiste la consapevolezza che ci sono tanti giovani esposti al rischio, che bisogna aiutarli a riscrivere i propri percorsi di vita senza condizionamenti criminali. Francesca Morvillo è stata veramente l'anticipatrice di questo impegno, di questa visione innovativa.

Del messaggio dell'impegno, del credo di Giovanni Falcone, oggi al di là della retorica, che cosa rimane?
Penso rimanga molto. Anzitutto c'è un grande interesse, non soltanto in Italia, ma in tantissimi paesi, per il rafforzamento della cooperazione giudiziaria internazionale, che è una carta vincente contro la criminalità organizzata. Giovanni Falcone iniziò a cambiare tutti i metodi della lotta alla mafia, seguendo due direttrici di fondo. La prima è quella della comprensione e del contrasto della dimensione economica della criminalità organizzata, che a sua volta è il presupposto per la capacità della criminalità organizzata di condizionare i metodi di formazione del consenso politico. È quella maniera di operare della mafia descritta benissimo nell'articolo 416 bis, dove si parla contemporaneamente della gestione e del controllo di attività economiche e del condizionamento del libero esercizio del voto. Quindi la mafia come fattore di inquinamento dell'economia e come attentato alla democrazia. La seconda innovazione di Falcone fu il rafforzamento della cooperazione giudiziaria internazionale. Proprio ieri e oggi abbiamo a Palermo un incontro di grande interesse promosso dalla Direzione nazionale antimafia, più di 100 magistrati provenienti da contesti molto diversi, dall'Europa ma anche dall'Africa, dall'America centrale, dall'America meridionale. Non è soltanto un incontro di studio, è un incontro operativo. Non solo. Ieri, sempre a Palermo, si è svolto un incontro delle Nazioni unite sul riuso a fini sociali dei beni confiscati. Mi piacerebbe moltissimo se riuscissimo nel prossimo periodo, il più presto possibile, a far diventare un immobile confiscato alla mafia il luogo dove i ragazzi possono progettare una propria affermazione in tanti campi, dallo sport alla musica. Questo sarebbe il simbolo più bello di quanto la lotta alla mafia sia diventata un fattore di sviluppo per il nostro Paese.

Presidente, nelle sue parole leggo il tratto e le intuizioni di Giovanni Falcone certamente, ma anche di Pio La Torre. Giovanni Falcone e Pio La Torre sono in continuità?
Assolutamente sì. Pio La Torre ha costruito quegli strumenti che sono diventati oggi il principale motore di sviluppo della legislazione europea contro la criminalità organizzata e che sono stati i fondamentali strumenti operativi utilizzati da Giovanni Falcone per il maxiprocesso. In sostanza, Pio La Torre ha costruito una Legge, la Rognoni-La Torre, che non soltanto ha vinto la sfida nel tempo, ma è anche diventata, per tutta l'Europa, il modello su cui costruire la strategia comune di contrasto alla criminalità organizzata. E Pio La Torre è riuscito a mobilitare tutte le migliori energie della società civile. Mi piace ricordare una fotografia che ritrae in una delle marce volute da Pio La Torre, una persona che tutti abbiamo conosciuto alcuni decenni dopo: Robert Francis Prevost, l'attuale Papa Leone XIV. Ecco, questo fa vedere come Pio la Torre abbia saputo unire un intero popolo contro la mafia. Ed è esattamente quello che dobbiamo fare oggi. Tra le altre intuizioni veramente straordinarie di Pio la Torre, c'è stata anche l'idea che costruendo una lotta contro i patrimoni mafiosi, si può restituire alla collettività quello che la mafia ha tolto. Si può costruire un futuro fatto di libertà, sviluppo economico, solidarietà sociale proprio attraverso la lotta alla mafia.

Infine, quanto nell'azione della politica oggi c'è ancora quell'impegno di Giovanni Falcone nel contrastare la mafia in tutti gli aspetti?
Il problema di alcuni modelli di rapporto tra politica e affari e di formazione del consenso attraverso l'illegalità è gravissimo. Però al tempo stesso ci sono dei segnali di speranza. E ne voglio citare soltanto uno, la proposta di legge “Liberi di scegliere”, un'iniziativa legislativa bipartisan nata per sottrarre donne e minori ai contesti di criminalità organizzata. È un segnale di speranza, di unità dello Stato nei confronti della mafia, e un tentativo di fare terra bruciata attorno alle organizzazioni mafiose. Nasce dall’esperienza fatta a Reggio Calabria dal giudice Roberto Di Bella ed è un impegno vero delle diverse istituzioni che collaborano insieme. Abbiamo bisogno di tanti segni di speranza come questo per proseguire l’impegno di Morvillo e Falcone.