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Ci sono parole che a un certo punto cambiano posto. Escono dagli studi specialistici, abbandonano il linguaggio tecnico e iniziano a circolare altrove: nei social, nei talk show, nei programmi politici, nei titoli dei giornali. Quando accade, raramente è un fatto innocente. Perché le parole non descrivono soltanto il mondo, lo organizzano. Costruiscono campi di senso, delimitano appartenenze, producono geografie simboliche.
George Orwell, nel celebre Politics and the English Language, scriveva che il degrado del linguaggio politico non consiste soltanto nell’imprecisione delle parole, ma nella loro capacità di rendere accettabile ciò che, espresso in modo diretto, risulterebbe inaccettabile. Le parole diventano allora strumenti di normalizzazione, servono a spostare lentamente il perimetro del dicibile; e la storia recente della remigrazione sembra seguire esattamente questo schema.
In passato, era stato Giordano Bruno ne Lo spaccio della bestia trionfante (1584) a utilizzare il verbo “remigrare” in un senso opposto a quello contemporaneo: non espulsione o allontanamento, ma ritorno morale e rigenerazione dell’umano, attraverso conoscenza e virtù. Poi, soltanto fino a pochi anni fa, questo termine era rimasto quasi sconosciuto al di fuori degli ambienti accademici. La scuola francese di demografia, già dagli anni Sessanta, con il sostantivo remigrazione indicava il ritorno volontario dei migranti nei Paesi d’origine, una categoria tecnica utile a leggere i movimenti ciclici della mobilità internazionale: si parte, si lavora, si accumula reddito, poi, eventualmente, si torna. Niente di ideologico, una parola fredda, da rapporto statistico.
Col tempo, però, quella apparente neutralità ha iniziato a incrinarsi. Negli anni Novanta molti studiosi delle migrazioni hanno mostrato come il cosiddetto “ritorno volontario” fosse spesso il risultato di pressioni indirette, dovute alla precarietà giuridica, alla marginalizzazione sociale, con burocrazie sempre più respingenti, quindi in molti casi il ritorno non era davvero una scelta, ma l’esito di una condizione resa invivibile.
Ma il passaggio decisivo avviene molto più recentemente, tra il 2023 e il 2024, quando il termine viene recuperato e rilanciato dalla destra identitaria europea, con una strategia linguistica ben precisa, dove il termine viene estratto dal lessico tecnico per riempirlo di un nuovo contenuto politico: non più il ritorno di chi decide di partire, ma l’allontanamento di chi viene considerato estraneo al corpo nazionale. Ed è qui che il linguaggio diventa territorio di lotta.
Perché parlare di “remigrazione” invece che di “deportazione” cambia tutto; cambia il suono della parola, la sua accettabilità pubblica, la sua capacità di entrare nel linguaggio comune senza produrre un immediato rifiuto. È una forma di normalizzazione lessicale, amministrativa, quasi neutra, strumentalizzata per rendere pensabile un progetto politico radicale, come dimostra Martin Sellner, teorico dell’estrema destra identitaria austriaca, quando nel 2024 pubblica Remigration: Ein Vorschlag. Il libro inventa un programma politico, e lo fa costruendo un lessico. Probabilmente è questo il punto più importante: prima ancora di conquistare voti, occorre conquistare le parole, farle circolare, renderle familiari. Trasformarle in paesaggio.
I dati raccontano bene questa accelerazione. Fino al 2023, la parola remigration aveva una presenza quasi irrilevante nelle ricerche online, poi improvvisamente esplode, soprattutto nello spazio germanofono, Germania, Austria, Svizzera. Da lì il termine attraversa i confini e arriva anche in Italia, entrando nel vocabolario della nuova destra, e progressivamente nel dibattito mainstream.
Ciò che colpisce non è soltanto la diffusione della parola, quanto il modo in cui questa ridefinisce la figura stessa del migrante, non più persona che si muove dentro le contraddizioni globali del lavoro, delle guerre, delle disuguaglianze climatiche ed economiche, ma corpo fuori posto, presenza da filtrare. Eccedenza territoriale. La remigrazione diventa così molto più di uno slogan, trasformandosi in una tecnica narrativa capace di produrre confini, non soltanto quelli fisici delle frontiere, ma anche quelli invisibili che attraversano le società, separando chi viene riconosciuto come appartenente da chi è percepito come presenza estranea; tra chi ha il diritto di restare, e chi viene recepito come corpo da ricondurre altrove.
In fondo, ogni politica dello spazio inizia sempre dal linguaggio. Prima dei muri vengono le parole, prima delle esclusioni arriva la costruzione simbolica dell’estraneo, ed è per questo che la vicenda della remigrazione non riguarda soltanto l’immigrazione, ma il modo in cui le società europee stanno ridefinendo sé stesse e il proprio rapporto con la mobilità, con la convivenza, con l’idea stessa di cittadinanza.
Forse proprio questo è il punto più delicato, su cui soffermarsi e riflettere: quando una parola nata per descrivere un fenomeno diventa materia di selezione tra chi ha diritto di abitare un territorio e chi no, allora il linguaggio smette di essere soltanto racconto del mondo, per divenire strumento di potere.
Jacopo Manni, geografo, Università di Roma Tor Vergata






















