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Donne al volante, pericolo costante? Sì, ma per le donne. E le capacità di guida, con buona pace degli appassionati di stereotipi di genere, non c’entrano davvero nulla. Le donne, infatti, fanno meno incidenti stradali degli uomini (che sono responsabili del 75 per cento circa della casistica totale), eppure hanno avuto finora una probabilità del 73 per cento più alta di morire in un incidente o di riportare ferite gravi o fatali durante una collisione, con particolare vulnerabilità agli arti inferiori, alla colonna vertebrale e all’area addominale.
Questo è dovuto al fatto che tutto, dalle cinture di sicurezza agli airbag, dai poggiatesta agli abitacoli, è stato progettato a misura d’uomo. In un bellissimo libro, Campo di battaglia, la scrittrice Carolina Capria indaga il rapporto tra la società e i corpi delle donne, raccontando quanto il corpo femminile sia costantemente oggetto di discussione, contese, critiche e giudizi. Una forma di sottile (spesso neanche tanto) controllo sul corpo delle donne che però, curiosamente, quando si tratta di salute e sicurezza viene meno.
Basti pensare alla medicina e ai farmaci: per lungo tempo la ricerca ha escluso il genere femminile dalle sperimentazioni, dosando i farmaci e valutando i sintomi di molti disturbi su standard esclusivamente maschili. Il risultato? Diagnosi spesso tardive o terapie dagli effetti poco efficaci per le pazienti.
Questa mancanza sistematica di informazioni disaggregate per sesso (gender data gap) rende le esperienze e i bisogni delle donne invisibili e il rapporto tra donne e automobili lo ha dimostrato fino a oggi chiaramente. Perché nonostante le statistiche sugli incidenti stradali abbiano evidenziato per anni un rischio maggiore per il sesso femminile, l’industria automobilistica in tema di sicurezza ha continuato a utilizzare come standard universale quello basato esclusivamente sull’anatomia maschile.
Pensiamo ai manichini per i crash test. Per la versione femminile si è sempre pensato a una rappresentazione semplicemente un po’ più piccola dei modelli tarati su corpi maschili. Come matrioske. Uguali, ma più piccole. Questi manichini erano però limitati: non riuscivano a riprodurre le specificità anatomiche e biomeccaniche delle donne. E le drammatiche conseguenze di questa pratica sono racchiuse nei numeri riportati all’inizio.
Per questa ragione è davvero una buona notizia la nascita di THOR-05F, il primo manichino progettato per rappresentare un corpo femminile, dunque con il seno, le spalle più piccole, un bacino più largo, una colonna vertebrale più flessibile e una distribuzione delle masse dei tessuti molli che rispecchia la struttura fisica di una donna adulta.
Dotato di oltre 150 sensori ad alta precisione, è in grado di misurare le forze esercitate su organi interni, ossa e articolazioni, fornendo dati che i modelli precedenti non potevano nemmeno immaginare. E di farlo con specifico riferimento agli effetti che, in caso di incidente automobilistico, si avrebbero su un corpo femminile. Questo permetterà di raccogliere dati più accurati e di progettare veicoli realmente sicuri per tutti.
L’innovazione è arrivata qualche mese fa dagli Stati Uniti ed è stata realizzata da Humanetics, cui va riconosciuto il merito di aver fatto un’analisi accurata e aggiornata della popolazione automobilistica americana. I primi manichini da crash test risalivano infatti agli anni Cinquanta, ed erano progettati per riflettere la corporatura dei soldati dell’epoca, impegnati nell’aviazione militare. Oggi, invece, il 51 per cento degli automobilisti statunitensi è donna, il 40 per cento è obeso e il 20 per cento ha più di 70 anni. Una fotografia decisamente diversa.
Tutto risolto dunque? Non ancora. Negli Stati Uniti l’integrazione nei test federali è prevista non prima del 2027, per poi diventare gradualmente obbligatoria. Mentre in Italia (dove le donne al volante sono il 42 per cento del totale) e nel resto d’Europa (dove il dato è pressoché coincidente), i protocolli di sicurezza come l’Euro Ncap hanno introdotto l’uso obbligatorio e progressivo di manichini basati sull’anatomia femminile, come il modello THOR-05F, ma di fatto non sono ancora in uso neanche qui.
Alcuni laboratori europei, come Teccon in Austria, ha già testato il THOR‑5F in crash reali, ma per il resto si procede ancora un po’ a rilento. Nel frattempo, a livello europeo si è distinto il prototipo Eva (Equal vehicle for all), un altro manichino specificamente sviluppato per rappresentare la fisionomia media di una donna.
Fa un po’ impressione pensare che ci sono voluti quasi 70 anni per riconoscere concretamente le differenze fisiche di cui sono portatrici uomini e donne, e ne fa altrettante pensare che siamo ancora solo all’inizio di questo percorso. Chi va piano, va sano e va lontano? Sicuramente sì, in generale. Ma su questo aspetto si può e si deve tentare di prendere la rincorsa e accelerare.
Barbara Apuzzo è responsabile Politiche e sistemi integrati di telecomunicazioni Cgil nazionale






















