Negli ultimi venticinque anni sono state molte le leggi che hanno favorito la precarizzazione del lavoro in Italia. L’ultima, forse la più crudele, è il Jobs Act. Tutto questo è stato contrabbandato come strumento per favorire l’occupazione, in realtà determina un calo delle retribuzioni reali e della quota salari sul prodotto interno lordo e, contemporaneamente, un aumento della quota profitti e della quota rendite sul prodotto interno lordo.

E per di più, forse soprattutto, ha indebolito fortemente il sistema produttivo italiano. Emiliano Brancaccio, docente di politica economica presso l’Università del Sannio, autore di ricerche sugli effetti della precarietà del lavoro pubblicate da varie riviste accademiche internazionali, illustra come sia la ricerca scientifica a certificare che i fautori della precarietà avevano e hanno obiettivi diversi dal creare lavoro di qualità. E i referendum della Cgil sono un utile strumento per cominciare a cambiare modello sociale ed economico.

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È vero, come dicono i sostenitori del Jobs Act, che la libertà di licenziamento crea lavoro?

I sostenitori del Jobs Act si basano sul fatto che negli anni successivi all'approvazione di quella legge si è verificato un incremento dell’occupazione. A loro avviso, questo sarebbe in quanto tale sufficiente per sostenere che queste norme che precarizzano il lavoro creano occupazione. Questo modo di ragionare è totalmente estraneo al metodo scientifico. Non sta in piedi perché trascura tutte le altre variabili che sono in gioco e che concorrono a determinare l’occupazione. Non tiene conto, ad esempio, del fatto che dopo l’approvazione del Jobs Act si è messa in campo una politica economica sempre più espansiva, che chiaramente ha favorito l’occupazione. In un certo senso, il modo di pensare degli apologeti del Jobs Act somiglia al discorso dello stregone. Uno stregone dice: se fai la danza della pioggia e magari subito dopo cade la pioggia, allora deve essere la danza ad aver provocato la pioggia. Un ragionamento ridicolo, eppure molto diffuso.
Se invece guardiamo alle evidenze scientifiche?
La letteratura scientifica, che cerca di capire se la precarizzazione del lavoro abbia accresciuto i livelli di occupazione, ci dice che una relazione statistica tra precarizzazione e maggiore occupazione non esiste. L’88 percento degli studi scientifici pubblicati su riviste accademiche internazionali nega che il precariato crea posti di lavoro. È un risultato empirico talmente forte che persino istituzioni notoriamente favorevoli alla liberalizzazione del mercato del lavoro come il Fondo Monetario Internazionale, l’Ocse e la Banca mondiale, magari a denti stretti e malvolentieri, lo hanno dovuto ammettere.

Se non è funzionale all’occupazione, allora a che cosa serve la precarietà e a chi conviene?

L’evidenza empirica anche su questo punto è lampante: ogni volta che si riducono le tutele delle lavoratrici e dei lavoratori, cioè ogni volta che si accresce la flessibilità e la precarizzazione del lavoro, si verifica anche un calo delle retribuzioni reali e una diminuzione della quota salari sul prodotto interno lordo, il che comporta pure un aumento della quota profitti e della quota rendite sul prodotto interno lordo. Richard Freeman, dell’autorevole National Bureau of economic Research, sintetizza questi risultati empirici dichiarando che la flessibilità del lavoro non aiuta l’efficienza della produzione, non accresce i volumi di produzione, ma determina semplicemente la distribuzione del reddito tra capitalisti e lavoratori che si crea con quella produzione. In altre parole, la flessibilità del lavoro non ha a che fare con l’efficienza del capitalismo ma con la lotta di classe nel capitalismo, che è cosa ben diversa.

Si può affermare, allora, che l’aumento della precarietà nel lavoro è una delle ragioni per le quali in Italia i salari sono saliti meno che in altri Paesi europei e sono comunque sono tra i più bassi?

In un quarto di secolo, l’Italia ha visto precipitare gli indici di protezione del lavoro in misura molto più accentuata rispetto alla media dei Paesi europei. Questo è certamente uno degli elementi che hanno concorso alla stagnazione salariale italiana. Però il problema è per certi versi più generale. Di fatto, in Italia abbiamo adottato una politica economica che ha assecondato lo sviluppo di un sistema di piccole imprese frammentate, scarsamente efficienti, molto spesso capaci di restare sul mercato solo grazie a prebende pubbliche, evasione fiscale, bassa sicurezza e precariato. Da qui è scaturita la crisi di produttività, il declino competitivo e quindi anche i bassi salari.

I referendum della Cgil, oltre a restituire maggiori tutele e maggiore e dignità al lavoro, possono essere anche un elemento di contraddizione in questo meccanismo perverso del capitalismo italiano, un modo per invertire la tendenza?

Da decenni abbiamo a che fare con una tendenza al degrado del capitalismo nazionale. Potremmo dire che è tempo di mettere “una zeppa” nell’ingranaggio, un “granello” di sabbia nel meccanismo generale della crisi di produttività. Possiamo interpretare l’iniziativa referendaria anche in quest’ottica.

E potrebbero anche innescare quel movimento che contribuisce a svegliare un po’ le coscienze?

Indubbiamente le giovani generazioni stanno offrendo testimonianze di un risveglio delle coscienze, delle iniziative politica, delle istanze di lotta. I referendum della Cgil potrebbero rappresentare anche un modo per intercettare questo nuovo vento di rinnovamento, di ripresa di lotte di emancipazione che vengono dai più giovani. Sarebbe una delle rare occasioni in cui, come dire, gli adulti si mettono in sintonia con questo nuovo vento che viene dai più giovani. Sarebbe anche ora, direi.

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