Alla fine in Europa un accordo lo hanno trovato ma è al ribasso. Sulla cosiddetta direttiva rider, quella che dovrà regolare il lavoro per le piattaforme digitali (quindi non solo i rider, ma anche gli autisti di Uber, i domestici, i professionisti a chiamata) i ministri dei 27 Paesi membri sono arrivati a un punto di incontro su una posizione comune da tenere nelle trattative con la Commissione e il Parlamento.

L’aspetto principale è l’inquadramento dei lavoratori della gig economy, che sulla base della proposta di normativa si presumono dipendenti, a patto che rispettino almeno tre dei sette criteri individuati dalla Ue: tra questi, la determinazione di un livello massimo di retribuzione, la richiesta di rispettare regole specifiche sull’aspetto e la condotta nei confronti dei clienti, le limitazioni nell’organizzazione degli orari di lavoro e nella possibilità di accettare o rifiutare incarichi.

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“Si tratta di criteri che sono facilmente aggirabili dalle piattaforme, e che anzi in alcuni casi sono stati già aggirati – spiega Nicola Marongiu, coordinatore dell’area contrattazione Cgil -. Faccio un esempio: la società di delivery non stabilisce il compenso per la singola consegna (uno dei criteri fissati dalla Ue) e apre un’asta a cui partecipano i rider. Chi se la aggiudica, svolge l’attività sulla base dell’offerta che lui stesso ha presentato. Questo accade già in alcuni Paesi come la Spagna, che avevano introdotto restrizioni: le piattaforme che intendono continuare ad operare hanno liberalizzato ancora di più”.

Senza contare che rispetto alla proposta originaria di direttiva è scomparsa la presunzione generale di subordinazione. Così come è formulata adesso, è il singolo che deve rivolgersi all’autorità per vedersi riconoscere il vincolo di dipendenza e quindi le protezioni date da un contratto nazionale, e non viceversa. Inoltre, la direttiva non sarà applicabile dappertutto, perché gli Stati membri potranno introdurre deroghe nazionali su diverse materie della direttiva. “È un altro sistema per aggirare la direttiva – precisa Marongiu – un meccanismo di ‘output’ che consentirà di uscire dal vincolo di applicazione, una scappatoia che è stata messa in campo in questo caso”.

Quello che accadrà, quindi, a meno di correttivi e miglioramenti della direttiva nell’iter di approvazione, è che i 28 milioni di worker europei che lavorano per circa 500 piattaforme continueranno a essere inquadrati come autonomi, quindi senza il riconoscimento di diritti basilari come il salario minimo (dove c’è), ferie, malattia, maternità, contributi.

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Con in più un elemento peggiorativo: “La posizione del Consiglio rischia anche di togliere l'indipendenza ai veri lavoratori autonomi che vogliono mantenere tale status – dichiara Ludovic Voet, segretario confederale della Ces, confederazione europea dei sindacati -. I lavoratori su piattaforma non possono più aspettare per i loro diritti, quindi è positivo che, dopo una serie di ritardi a livello di Consiglio, ora si possano compiere progressi verso una normativa che migliori le loro condizioni. Speriamo che i negoziati del trilogo, con una posizione forte da parte del Parlamento europeo, inizino rapidamente e producano una direttiva che attribuisca un vero diritto allo status di lavoratore subordinato".

Il fatto che l’accordo sia stato raggiunto (votato all’unanimità come da procedura) è una buona notizia, in ogni caso: se la discussione si fosse bloccata, sarebbe naufragata tutta la direttiva. E il negoziato finale si annuncia acceso. “La posizione e la proposta del Consiglio non sono soddisfacenti ma è importante che il percorso vada avanti – conclude Marongiu della Cgil -, e che entro il 2024, quindi prima della fine della legislatura, si abbia una direttiva sul lavoro su piattaforma digitale”.