PHOTO
C’è voluto tempo, ma alla fine la giustizia ha trovato il coraggio di nominare i fatti. Devastazione. Una parola piena, precisa, che pesa come deve pesare. Per mesi si è assistito a un tentativo ostinato di alleggerire, di spostare l’attenzione, di trasformare un attacco organizzato in una giornata fuori controllo. Un racconto comodo, utile a molti. Oggi quella versione si sbriciola sotto il peso di una sentenza definitiva.
Il 9 ottobre 2021 resta una data incisa nella carne della democrazia italiana. Non una parentesi, ma un segnale. La sede della Cgil è stata scelta come bersaglio simbolico e materiale da Forza Nuova e dai suoi seguaci dal braccio teso. Colpire il sindacato significava colpire un’idea di rappresentanza, un presidio sociale, una storia collettiva fatta di conquiste e conflitti. Non un edificio, ma un corpo vivo. E infatti l’assalto ha avuto una regia, una direzione politica, una volontà precisa.
La Cassazione rimette ordine dove per troppo tempo ha dominato una zona grigia. Riconoscere la devastazione significa riconoscere la qualità di quell’azione. Non una protesta che degenera, ma un’operazione che utilizza la protesta per colpire. Non spontaneità, ma costruzione. Un passaggio decisivo, perché le parole definiscono i confini della realtà e quindi anche quelli della responsabilità.
Dentro questa vicenda c’è anche il riflesso di un Paese che spesso fatica a guardare in faccia ciò che lo attraversa. Il neofascismo contemporaneo non ha bisogno di rituali d’epoca. Si presenta in forme nuove, sfrutta rabbie diffuse, si nutre di semplificazioni. Ridurlo a marginalità folkloristica ha prodotto un effetto preciso: abbassare la soglia di allarme, rendere accettabile ciò che accettabile non è.
Eppure i segnali erano evidenti. Le piazze attraversate da parole d’ordine violente, le organizzazioni che cavalcano il disagio sociale, la costruzione di un nemico da colpire. In quel contesto, la Cgil è diventata un obiettivo perfetto. Perché rappresenta lavoro, diritti, conflitto democratico. Tutto ciò che una visione autoritaria prova a delegittimare.
Questa sentenza segna un punto fermo e apre una responsabilità collettiva. Non basta archiviare, serve ricordare. Non basta indignarsi, serve vigilare. La democrazia vive nella pratica quotidiana, nei luoghi di lavoro, nelle organizzazioni sociali, nella capacità di reagire quando viene messa sotto attacco. Il 9 ottobre resta un monito. La risposta, oggi, è una parola finalmente detta fino in fondo. Devastazione. E da qui si riparte, senza sconti.
























