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Due uomini in catene bastano a smascherare un impero. Thiago Ávila e Saif Abukashek rinchiusi in un carcere israeliano, divisa marrone come una stagione marcia, corpi pestati, piedi serrati nel ferro, mentre la parola sicurezza sfila come un incenso stantio davanti a un altare che chiede solo obbedienza.
Tel Aviv li trattiene con l’eleganza giuridica del manganello, accuse ancora da impastare, nemici evocati a comando, prove appena tiepide di tipografia. La legge diventa rete da pesca calata in acque internazionali, dove il diritto viene issato a bordo già stordito, pronto per l’autopsia preventiva.
Intanto a Roma un fascicolo per sequestro di persona prende polvere nobile sui tavoli della Procura. Piazzale Clodio osserva, annota, ipotizza. Le imbarcazioni abbordate battono anche bandiera italiana, la Eros 1 navigava sotto quella giurisdizione. Insomma, lo Stato italiano era lì, presente, responsabile, eppure ora si finge morto.
Il governo Netanyahu offre due prigionieri alla sua ala più ingorda, merce di scambio per quietare appetiti interni. E mentre la Corte europea dei diritti dell'uomo viene convocata a ricordare l’ovvio, bendaggi, botte, isolamento, la premier Meloni si rifugia nella solita liturgia diplomatica, inciampa nei diritti e tira dritto con passo felpato.
Ne esce un ritratto impietoso. Da una parte chi sequestra e costruisce narrazioni, dall’altra chi possiede strumenti giuridici, bandiere, persino cittadini coinvolti, sceglie la postura dell’ombra. La neutralità, a questo punto, assume un volto preciso: quello di chi lascia che le catene tintinnino senza disturbare il sonno dei complici.






















