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"La crisi della chimica era già lì, prima ancora che le tensioni internazionali esplodessero. Ora stiamo assistendo a una brusca accelerazione che rischia di scaricarsi direttamente su lavoratrici e lavoratori". Sara Nava, segretaria generale della Filctem Cgil di Bergamo, descrive un settore che da tempo convive con l’aumento dei costi delle materie prime e con una concorrenza sempre più aggressiva da parte delle multinazionali asiatiche. Prodotti finiti che arrivano direttamente dalla Cina, prezzi più bassi, clienti che cambiano mercato. Un equilibrio fragile, che la guerra in Medio Oriente ha reso ancora più instabile e posto sotto gli occhi di tutti.
"Nel territorio bergamasco i segnali si moltiplicano – sottolinea Nava –. Crescono le richieste di cassa integrazione, le trattative aziendali rallentano, anche in comparti che fino a poco tempo fa riuscivano a strappare condizioni professionali positive". Il rischio, secondo il sindacato, è concreto: che a pagare il conto di questa nuova fase siano ancora una volta i lavoratori. Nava insiste su un punto: senza un forte intervento di politica industriale, sia a livello italiano sia europeo, la crisi rischia di allargarsi ben oltre la chimica.
L’effetto domino delle materie prime
A rendere più pesante il quadro è la chiusura degli impianti di cracking, snodi fondamentali per la produzione delle molecole di base della chimica. La loro dismissione in Italia ha ridotto drasticamente la capacità produttiva interna. Questo significa dipendere sempre di più dall’estero, proprio mentre le forniture globali diventano più incerte e costose.
Il risultato è un cortocircuito industriale. Le materie prime arrivano da fuori a prezzi bassi, ma le imprese europee non riescono più a competere, schiacciate tra costi energetici elevati e un sistema produttivo indebolito. Senza quelle molecole di base, tutta la filiera rischia di rallentare o fermarsi. E quando la produzione si blocca, il lavoro diventa la variabile più esposta.
Il caso Polynt e la stretta sui prezzi
Dentro questo scenario si inserisce la scelta del gruppo Polynt, multinazionale con sede a Scanzorosciate, che ha comunicato ai clienti un aumento dei listini tra il 35% e il 50% su tutto il portafoglio prodotti. Una decisione legata alle difficoltà di approvvigionamento e alle tensioni che attraversano le rotte globali, in particolare nello stretto di Hormuz, passaggio chiave per petrolio e gas.
L'azienda parla di un impatto pesante sia sui prezzi sia sulla disponibilità delle materie prime. Le forniture da aree strategiche nel breve periodo sono praticamente scomparse, mentre i rincari sui materiali intermedi arrivano fino al 100%. A questo si aggiungono costi logistici in aumento, tempi più lunghi e tariffe assicurative cresciute fino al 50% su alcune tratte marittime.
Europa più fragile nella competizione globale
Il problema, però, non è solo congiunturale. Secondo Polynt, l’Europa oggi non è in grado di compensare la mancanza di materie prime, anche a causa della chiusura negli anni di raffinerie e impianti non più competitivi. Una scelta che oggi pesa come un macigno. Le aziende si trovano costrette a ridurre la produzione e ad assorbire costi che non riescono a trasferire sui clienti, già in difficoltà.
La frenata della domanda globale aggrava ulteriormente la situazione. Il gruppo prevede una contrazione del fatturato tra il 15% e il 20%, legata soprattutto al calo dei volumi e alle tensioni commerciali internazionali. Un dato che fotografa una crisi che non è più episodica ma strutturale, destinata a incidere sulle strategie industriali dei prossimi anni.
Tra geopolitica e fabbrica, il nodo resta il lavoro
La dimensione globale della crisi non lascia molti margini alle singole imprese. Anche per gruppi come Polynt, presenti in tutti i continenti, parlare di mercati alternativi è sempre più difficile. La rete produttiva è già distribuita, ma il contesto è diventato frammentato e instabile.
Qui si inserisce la richiesta del sindacato: riportare al centro il tema degli approvvigionamenti energetici e delle politiche industriali. Non come risposta emergenziale, ma come scelta strategica. Perché la crisi della chimica non riguarda solo un settore: attraversa l’intero manifatturiero e minaccia di ridisegnare al ribasso il perimetro produttivo europeo, condannando i territori a una marginalità irreversibile.




























