Nell’Italia del 2026 esplode la povertà strutturale. Il Rapporto Caritas è netto: il disagio economico nel nostro Paese ha smesso di essere un fenomeno passeggero o emergenziale per trasformarsi in una vera e propria crisi di lungo periodo. È la fotografia drammatica che emerge dall’indagine, chiamata “La povertà in Italia secondo i dati della rete Caritas”. 

Oltre 282.000 assistiti, mai così tanti

Nel corso del 2025, la rete allestita da Caritas ha supportato ben 282.539 persone, un dato che corrisponde ad altrettanti nuclei familiari perché basati sulla casa: si tratta del valore più elevato mai registrato nella Storia del report, con un aumento dell’1,7% rispetto al 2024.

Se si allarga lo sguardo all'ultimo decennio (2015-2025), emerge la reale portata dell'esplosione della povertà: un balzo complessivo del 48% degli assistiti. La crescita viene trainata soprattutto dal Nord Italia, che ha fatto registrare un'impennata record del 61,8% col carico medio più alto per singolo centro di ascolto: quasi 100 utenti, con punte di 150 in Liguria e 106 in Piemonte-Valle d'Aosta. Gli interventi Caritas hanno raggiunto circa il 12% delle famiglie italiane che vivono in condizione di povertà assoluta.

I più colpiti: famiglie con minori, anziani, persone sole

Insomma l’indagine lo dice chiaramente: la povertà in Italia sta cambiando pelle e sta diventando permanente. Più di un assistito su quattro (il 28,1%) è infatti seguito da almeno cinque anni. Il numero medio di incontri annuali per ogni persona è salito a 8,7. A soffrire maggiormente sono le fasce più deboli della popolazione: le famiglie con minori rappresentano il 52% del totale degli assistiti (circa 147mila nuclei).

A proposito degli anziani, il report sottolinea un progressivo invecchiamento della platea: gli over 65 costituiscono oggi il 15,4% degli assistiti; dieci anni fa erano la metà (7,7%). Poi le persone sole: quasi un assistito su tre vive in solitudine, un fattore che secondo la Caritas aggrava ulteriormente l’isolamento sociale.

Esplode il lavoro povero: il 24% ha un’occupazione

Uno dei dati più drammatici e significativi del report riguarda la figura del lavoratore povero. Storicamente, l'impiego è sempre stato il principale scudo contro l'indigenza, ma oggi non è più così: il 24% di coloro che si rivolgono alla Caritas dichiara di avere un'occupazione.

In appena dieci anni, l’incidenza dei lavoratori che chiedono aiuto è quasi raddoppiata, passando dal 13,3% del 2015 al 24% attuale. Analizzando le fasce d’età la situazione si fa ancora più critica: tra i 35 e i 44 anni la percentuale di lavoratori poveri sale al 31,7%, e si attesta al 31% nella fascia 45-54 anni. Avere un contratto non garantisce più automaticamente una vita dignitosa.

Casa e sanità grandi emergenze

Il Rapporto si sofferma poi su ciò che viene definito “la multidimensionalità del bisogno”. La povertà economica (che interessa il 78,1% degli utenti) si trascina dietro una serie di fragilità concatenate: il 55,6% delle persone supportate soffre di almeno due ambiti di bisogno, come casa e salute, mentre il 30,6% ne cumula tre o più.

La casa è diventata un fattore di vulnerabilità primaria. Il 34,9% degli assistiti colpito da disagio abitativo, in crescita rispetto al 33% del 2024. Il 23,1% vive in condizioni di grave esclusione abitativa, ovvero senza dimora o in sistemazioni d'emergenza, mentre l'11,8% non riesce a sostenere i costi di affitti, bollette e spese domestiche.

A ciò si aggiunge la vulnerabilità sanitaria, che riguarda il 16,1% delle persone: tra chi ha problemi di salute, quasi sei su dieci accumulano tre o più bisogni, e la quota sale al 78,7% se è presente una sofferenza mentale.

Caritas: affrontare la questione del salario minimo

Così il direttore della Caritas, don Marco Pagniello, ha commentato il Report: “L'Italia ha bisogno di una misura nazionale di contrasto alla povertà che arrivi a tutti però. Lo diciamo non per promuovere l'assistenzialismo ma per garantire che arrivi a tutti e perché tutti dovremmo fare la nostra parte: è arrivato il momento di affrontare la questione del salario minimo. Questo lavoro povero – a suo avviso – uccide i sogni dei giovani”.

E ancora: “La più grande miseria del nostro Paese è la denatalità e i migranti non possono entrare solo perché c’è un problema da risolvere, c’è ancora una narrazione che ci dice che dovremmo avere paura dei migranti mentre dovremmo affrontare tutti insieme questo problema complesso di una povertà complessa”.