Riparte dai giovani e dalle donne Simona Fanzecco, prima donna a essere eletta segretaria generale della Cgil Sardegna. Riparte dalla Costituzione, da quell’articolo 119 che contiene il principio di insularità inserito nel 2022 con il sesto comma che recita: “La Repubblica riconosce le peculiarità delle Isole e promuove le misure necessarie a rimuovere gli svantaggi derivanti dall’insularità”.

Nella relazione con cui si è insediata alla presenza di Maurizio Landini e Pino Gesmundo ha dedicato le prime parole da segretaria generale regionale a Fabrizio Pittalis, lo studente di 18 anni morto sul lavoro lo scorso 24 luglio. Perché, ha detto Simona Fanzecco, “qui ci sono due elementi che restano centrali nell’agire della Cgil: le prospettive dei giovani in Sardegna oggi e l’urgenza di intervenire per migliorare le condizioni di salute e sicurezza sul lavoro. Una questione che ispira la battaglia sugli appalti e la conseguente raccolta firme che stiamo portando avanti in queste settimane”. 

Cosa si annida dietro al male endemico dei rischi per la salute e la sicurezza che si corrono sul lavoro? 

Le condizioni attuali di molti lavori sono da ricondurre alla svalorizzazione del lavoro stesso. Per anni l’obiettivo reiterato è stato quello di comprimere il costo del lavoro, partendo proprio dai tagli agli investimenti su salute e sicurezza.

Come si inverte questa tendenza in Sardegna?

La prima cosa che farò è rilanciare il Patto di Buggerru che è stato siglato tra Regione e sindacati proprio per dare maggiore attenzione al tema della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, garantire prevenzione, investire sulla formazione, potenziare i controlli sul rispetto delle norme e costruire una rete tra i soggetti istituzionali coinvolti.

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E poi c’è quella morte inaccettabile di un 18enne che si intreccia con la condizione dei giovani. 

Il tema dei giovani è uno dei temi principali da affrontare. Perché quando c’è un 18enne che lavora per pagarsi gli studi e avere soldi per rendersi autonomo e questo giovane resta tragicamente ucciso a causa di un infortunio mortale sul lavoro, dobbiamo evidentemente costruire una politica del lavoro che si concentri per davvero su investimenti forti su occupazione, salari e opportunità. E invece qui sull’Isola abbiamo un tasso di dispersione scolastica preoccupante, una percentuale altissima di ragazze e ragazzi che non lavorano né studiano e non hanno alcuna speranza nel futuro. Questo direi che è un tema centrale del mio indirizzo politico e io lo vivo personalmente perché ho due figlie che iniziano a chiedersi come sarà il loro futuro.

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Come si restituisce la speranza ai giovani?

La leva principale è che gli vengano riconosciuti i diritti di cittadinanza previsti dalla Costituzione, come il lavoro. Attenzione a tutti i diritti: quello contenuto nell’articolo 1, perché possano vivere davvero in una Repubblica “fondata sul lavoro”, un lavoro di qualità, che ti permetta di vivere dignitosamente e avere una prospettiva di futuro.

Restiamo sulla Costituzione perché c’è un altro tema che vuoi rilanciare.

Il principio di insularità. Introdotto in Costituzione nel 2022 con il sesto comma dell’articolo 119 dopo quattro anni non ha dato risultati concreti: quegli svantaggi legati alla condizione di insularità non sono stati superati, anzi, si sono acuiti. I ritardi sulla mobilità, la condizione della sanità, gli ingenti investimenti che richiederebbe lo sviluppo, la necessità di dare ai giovani una vera opportunità con un intervento dello stato centrale più strutturato e perequativo. Per dirla in sintesi, esattamente il contrario dell’autonomia differenziata voluta dal governo. E, per restare in tema di Costituzione, l’applicazione concreta dell’articolo 3, di un’uguaglianza sostanziale e non formale. C’è da dire che i giovani partecipano attivamente a queste battaglie e questo è lo spirito con cui la Cgil in Sardegna si vuole e si deve mobilitare. 

Hai dedicato una parte ampia della tua relazione alla situazione globale. Come si lotta per il cambiamento di un territorio quando il mondo è diventato così caotico e al contempo così interconnesso. Siamo nell’epoca in cui materialmente a Cagliari si avvertono gli effetti di un battito d’ala di farfalla nello stretto di Hormuz: come si fa in questa situazione a incidere politicamente?

È vero, la dimensione oggi non può essere e di fatto non è più regionale. Per noi poi il ragionamento vale doppio, dal momento che sull’Isola abbiamo la più alta presenza di servitù militari di tutte le regioni italiane e alcuni stabilimenti che producono armamenti. E qui c’è una questione anche etica che dovrebbe indirizzare la politica regionale e nazionale a costruire economie di pace, favorendo la creazione di un tessuto produttivo incentrato su attività innovative che diano risposte serie e di prospettiva anche alle crisi industriali. Tutto questo incide fortemente sulla situazione che vive la nostra regione, il territorio è sotto ricatto, sottomesso a logiche di profitto e di potere. Proprio per questo la pace deve caratterizzare la nostra visione politica quotidiana: perché la pace è il contrasto a ogni forma di guerra e di violenza e il rispetto verso chi è più fragile e precario in un contesto come il nostro.

Quali dovrebbero essere le cose concrete su cui concentrarsi perché l’economia dell’Isola riparta?

Le politiche industriali. Oggi l’economia sarda è messa fortemente in crisi dal costo dell’energia. Un elemento cruciale che sta determinando la scelta di molte aziende di spostare la produzione in altri territori. E insieme al costo dell’energia ci sono anche i collegamenti, il trasporto, settori sui quali bisognerebbe intervenire, anche per garantire parità di opportunità.

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Ultima domanda. Tu sei la prima donna eletta alla guida della Cgil Sardegna. Cosa servirebbe per garantire lavoro e diritti alle donne di questa regione?

In Sardegna turismo e agricoltura sono settori dove l’occupazione cresce, ma i salari sono molto fragili e la condizione è spesso precaria. Sono due settori in cui la quota di donne impiegate è alta e sono l’ennesima dimostrazione del fatto che in questo Paese, non solo sul nostro territorio, spesso il lavoro delle donne è dequalificato rispetto alle capacità e anche al titolo di studio ed è anche frustrante rispetto all’aspettativa delle lavoratrici. Anche su questo terreno di lotta rivendicare l’applicazione del principio costituzionale dell’insularità potrebbe migliorare la situazione ed essere un primo passo. 

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