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L'indagine

Dumping contrattuale, il nemico del lavoro

Foto: Marco Merlini
Emanuele Di Nicola
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La ricerca sul terziario a cura di Fondazione Di Vittorio, Cemu e Filcams. I contratti pirata sono in espansione, peggiorano i trattamenti e colpiscono i salari. Dalla paga fino a 700 euro in meno alla sostituzione dei lavoratori in sciopero, ecco gli effetti nocivi e come combatterli

Il dumping contrattuale è un fenomeno molto esteso nel settore terziario che, oltre a introdurre concorrenza sleale tra le imprese, ricade direttamente sulla pelle dei lavoratori. Va combattuto con forza e senza indugi: proprio il dumping è un elemento che comprime la dinamica salariale, ovvero diffonde cattiva occupazione, colpisce le buste paga e rende le persone più povere. Questo il senso della ricerca dal titolo "Il dumping contrattuale nel terziario. Indagine comparativa nella giungla dei Ccnl del commercio, del turismo e dei servizi", presentata oggi (26 gennaio) a Roma, realizzata dalla Fondazione Di Vittorio su commissione di Ce.Mu e della Filcams Cgil.

Si tratta di un rapporto lungo e articolato, che entra nel dettaglio del fenomeno del dumping: i cosiddetti "contratti pirata" sono molto evocati ma ancora poco esplorati, eppure risultano in crescita esponenziale. Per questo occorre esaminare nel profondo di cosa stiamo parlando. La denuncia del dumping deve fondarsi su dati più precisi e circostanziati, si legge nella premessa, se vogliamo cancellare gli effetti nocivi e costruire un sistema di regole più certe e democratiche.

La proliferazione incontrollata di contratti
A novembre 2021, secondo i dati Cnel, i contratti in Italia sono 933. Tra questi, spiega l'indagine, 215 recano la sigla delle federazioni di categoria affiliate a Cgil, Cisl e Uil; 723 quella di associazioni minori. Da soli, 128 di questi, pari al 14% dei contratti vigenti, coprono 10,5 milioni di lavoratori, pari all'87% del totale. Il restante 86% dei testi è firmato da associazioni sindacali e datoriali minori, o comunque non rappresentate al Cnel. In altri termini, il 38% (353 contratti) non copre che un risibile 0,3% dei potenziali destinatari (circa 33.000). In tutti i settori contrattuali, i primi cinque Ccnl maggiormente applicati coprono almeno l’80% dei lavoratori, e in sei settori su dodici ne coprono più del 95%. Nel macro-settore del terziario, distribuzione e servizi, i cinque più applicati da soli coprono l’83% dei lavoratori.

Cosa succede col dumping
La ricerca si sofferma poi sulla sostanza del fenomeno, ovvero come si determina il dumping. E individua una serie di fattori, tutti negativi e peggiorativi rispetto al trattamento previsto nei contratti nazionali. Ecco alcuni effetti: ampliamento dei perimetri contrattuali e "invasioni di campo"; sotto-inquadramento per figure analoghe (contratto Cisal); retribuzione tabellare e di ingresso pari a 500-700 euro in meno; mancanza della quattordicesima; deroga "in peggio" dei trattamenti; indennità minori per straordinari e turni disagiati; pagamento parziale dei primi tre giorni di carenza malattia, che aggira tra il 50 e il 60%, a seconda del contratto pirata; negli appalti assunzione dell'80% dell'impresa subentrante; uso sbilanciato della bilateralità che si svolge "nella più completa oscurità della sua governance".

Flessibilità: solo deroghe peggiorative
C'è poi un altro nodo centrale, quello della flessibilità contrattuale. Nei contratti "minori" è previsto il ricorso al lavoro intermittente: i Ccnl maggiori esercitano le soglie legali di lavoro a termine, gli altri derogano alla soglia in relazione alla dimensione d'azienda. In alcuni contratti (Anpit/Cisal) è possibile sostituire i lavoratori in sciopero con addetti a termine (turismo) e intermittenti (commercio e turismo). Nei contratti pirata sono consentite modifiche in peggio nella soglia del lavoro in somministrazione, insieme al part-time e al lavoro supplementare. Trattamento degradante anche in tema di clausole elastiche: si arriva a svolgere fino al 50% in più rispetto alle ore concordate nei Ccnl maggiori. Nel cambio d'appalto, inoltre, i contratti nazionali prevedono l'impegno all'assunzione integrale della forza lavoro: gli altri si limitano all'obbligo di informazione e consultazione.

Gli effetti nocivi dei contratti minori
La diffusione di questa tipologia di accordi, prosegue la ricerca, "rivela una strategia surrettizia di 'aziendalizzazione' della contrattazione, attraverso lo schermo formale, altrimenti improprio, del ccnl". La loro presenza produce conseguenze negative sul sistema: "I contratti pirata sono per i servizi ciò che certi Paesi a basso costo del lavoro sono per gli operai industriali: una fonte inesauribile, diretta e indiretta, di dumping salariale". Alcuni rimedi però si possono trovare: "Attingendo alla Costituzione, alle leggi, alla migliore pratica contrattuale e degli accordi interconfederali".

Come combattere i pirati
L'indagine indica quindi alcune strade possibili per contrastare il fenomeno. Tra queste c'è la precisazione dei perimetri contrattuali, andando verso un codice unico (Cnel-Inps/Uniemens). Poi bisogna arrivare alla misurazione certificata della rappresentatività, e qui torna il tema della legge che la Cgil chiede da tempo. I contratti più rappresentativi devono avere efficacia erga omnes: occorre ribadire insomma il primato del contratto collettivo nazionale sugli altri che non rappresentano nessuno. In ultima istanza, ma non meno importante, la governance della bilateralità deve essere sempre e comunque trasparente.

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