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Il personaggio

Claudio Sabattini, «insieme con giustizia»

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Il 3 settembre del 2003 moriva a Bologna il sindacalista, figura storica della Fiom Cgil, protagonista delle vicende sindacali e sociali fin dagli anni Settanta

“Nel 1970 - recitano le note biografiche dedicate a Claudio Sabattini dalla Fondazione che porta il suo nome - Claudio diventa segretario generale della Fiom di Bologna che si caratterizza per l’iniziativa sindacale e contrattuale su cottimo, ambiente e democrazia. Sono parte integrante di questa esperienza la ricerca, l’analisi e la pratica contrattuale sulle piccole medie imprese e sul decentramento, il rapporto lavoro-studio e le 150 ore, le richieste del contributo dell’1% da parte delle imprese per contribuire al finanziamento dei servizi sociali. Nel ’74 nasce il figlio Simone con il quale si determina un rapporto profondo. Nello stesso anno viene eletto segretario generale della Fiom di Brescia, un’esperienza importante di direzione e fondamentale per Claudio in particolare in quanto instaura un rapporto con i lavoratori della siderurgia. In questo periodo è a Brescia quando nel corso di una manifestazione avviene l’attentato terroristico a Piazza della Loggia che provoca una strage”[1].

Nel 1977 viene eletto nella Segreteria nazionale della Fiom e assume l’incarico di responsabile della Fiat e dell’auto, nel 1989 viene eletto nella Segreteria regionale Cgil del Piemonte di cui diventa segretario generale nel 1991, nel 1994 viene eletto segretario generale nazionale della Fiom. 

Nel maggio del 2002 lasciandone la direzione dirà:

Io ho sempre pensato che per fare un lavoro come quello che facciamo sia necessario un grande spirito di servizio, oltre al fatto di non considerare se stessi altruisti per questo, e credo che ci sia bisogno di questo spirito di servizio per poter vivere. Non ho mai considerato un fatto di altruismo fare il sindacalista, anche nelle migliori condizioni in cui questo può avvenire, anche nei periodi più alti della militanza, come sono stati gli anni della fine degli anni ’60 e per tutto un lungo periodo degli anni ’70. (…) Si può salire nelle responsabilità, ma si può anche discendere, non c’è niente di male in questo, anzi questo fatto, secondo me, dà un’abitudine al carattere che impedisce quelle sciocchezze per cui uno pensa di essere così importante nella vita. Se si è importanti lo si è per qualche minuto, per qualche periodo, ammesso anche che l’espressione ‘importante’ abbia un qualche significato preciso, mentre la responsabilità, questa sì, ha un significato molto importante e chi ne assume il carico deve avere pienamente il senso di questa responsabilità, perché altrimenti non si capisce quello che si può fare e soprattutto non si capisce che in alcuni momenti certe cose bisogna proprio farle, al di là, secondo me, di qualsiasi contingenza e valutazione.
Ho conosciuto le fabbriche meccaniche, quelle di meccanica fine di Bologna, così come quelle di siderurgia a Brescia, e devo dire che non avevo mai visto operai lavorare in quelle condizioni terribili, perché nel periodo in cui io sono stato a Brescia lavoravano in condizioni davvero impensabili. Così come sono stato a Torino per tanti anni e devo dire che da questa esperienza è emerso un secondo punto, secondo me, decisivo: se non ci si identifica seriamente con  la condizione dei lavoratori e delle lavoratrici, se non li si ama, non si può fare il sindacalista, non è possibile. Gli atti di cinismo, quindi, o di furbizia sono solo delle sciocchezze autolesioniste, sciocchezze contro di sé, più che contro gli altri. Il lavoro del sindacalista è difficile e per farlo bisogna avere un certo livello, naturalmente, di moralità, in senso proprio, e bisogna credere davvero che sia possibile la giustizia sociale, perché, se non si crede neanche in questo, non si può fare il sindacalista. (…) Voglio concludere proprio con questo: ciascuno di noi, uomini o donne che siano, può essere considerato un dirigente solo se è in grado di far retrocedere i propri interessi personali rispetto agli interessi della organizzazione che governa. Se non ha questa statura, non è un dirigente!

 Claudio morirà poco più di un anno dopo, a 65 anni, per una breve ma inesorabile malattia. “Scompare - affermava in una dichiarazione l’allora segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani - con Claudio Sabattini uno dei protagonisti delle vicende sindacali e sociali degli ultimi trent’anni. Dirigente di grande rigore e forza morale, ha attraversato in prima persona le grandi trasformazioni sociali e produttive del mondo del lavoro, in uno stile di vita tutto speso nella difesa del ruolo dei lavoratori e della funzione del movimento sindacale. Sia da segretario generale della Fiom che da dirigente confederale ha sempre valorizzato lo studio e l’interesse sulla condizione lavorativa ed operaia e difeso la natura generale e confederale della Cgil. Autonomia, democrazia e condizione operaia sono stati sempre i valori a cui si è ispirato. Per questo avvertiamo il dovere di conservare la memoria, il ricordo e l’insegnamento di Claudio Sabattini. Una morte così repentina lascia sgomenti quanti lo hanno conosciuto, quanti gli hanno voluto bene e tutti i dirigenti della Cgil”.

 “È venuto a mancare un amico - gli faceva eco Sergio Cofferati - Claudio era un dirigente sindacale e politico che ha segnato la storia delle relazioni industriali degli ultimi trent'anni. Un uomo schietto, tenace, sempre determinato che ha speso la propria vita per la difesa dei diritti, nell’estensione delle tutele, nel miglioramento delle condizioni materiali dei lavoratori, nella difesa dei più deboli. Un uomo leale che ha sempre lottato per le idee in cui credeva anteponendo l’interesse generale a quello particolare”.

 “E così anche Claudio Sabattini se ne è andato - tristemente commentava Bruno Ugolini - all’improvviso, senza che nulla lo facesse presagire. Non è facile scrivere di lui anche per chi come me, cronista sindacale specializzato in metalmeccanici, lo ha seguito per lunghi anni, nelle più diverse e contorte vicende. Era una personalità complessa, difficile, non sintetizzabile con banali etichette, care al gusto giornalistico immediato. Spesso e volentieri è stato incasellato semplicemente come l’estremista, l’ala sinistra della sinistra, il pericoloso settario. (…) Io lo ricordo, innanzitutto, come un dirigente serio e impegnato della Fiom-Cgil, il sindacato dei metalmeccanici, tenacemente convinto delle proprie idee, senza timori reverenziali nei confronti delle ‘autorità’ di ogni genere. Claudio difendeva, incrollabile, le proprie posizioni, anche se la stragrande maggioranza dei suoi stessi compagni, nel sindacato e nel partito di riferimento (dal Pci ai Diesse), spesso le considerava sbagliate e pericolose. Non era mai portato a rinunciare alla parola, a piegarsi al compromesso, considerato, sovente, solo come uno sbocco opportunistico e non un passaggio necessario”.

“Sabattini - commenterà Gabriele Polo - ha sempre avuto la capacità di leggere gli avvenimenti del presente e saperli proiettare nel futuro. La lettura del presente gli dava le chiavi di interpretazione del futuro”.  “Io credo - diceva il segretario a Portella della Ginestra il Primo Maggio 2001 - che a quei giovani che oggi entrano nelle fabbriche - soprattutto quelle ad alto contenuto tecnologico - e che pensano che l’unica loro possibilità sia quella di identificarsi con l’impresa, bisogna dire che la loro solitudine, che la loro incapacità di vedere il futuro ma di «vivere in un eterno presente», possono essere superate da un fatto elementare che però è sempre stato combattuto con una durezza infinita: mettersi insieme, lottare insieme. Questo fatto elementare che nel ‘900 si è chiamato sindacato - e che continuerà a chiamarsi così - è il primo tentativo di dare sicurezza a tutti coloro che sono costretti alla solitudine, che sono costretti alla competizione con gli altri, che sono costretti a pensare a un eterno presente”. “Davanti a noi - concludeva - ci sono lotte, battaglie, intelligenze e progetti”. Progetti che continuiamo a perseguire, battaglie che continuiamo a combattere, con la consapevolezza di servire una causa grande una causa giusta.


[1] “Le organizzazioni sindacali - ricorderà Sabattini anni dopo - subito dopo lo scoppio, decidono di fronte ad una fase di difficoltà e di confusione, anche per reggere la situazione, di proclamare non solo lo sciopero generale per tutta la giornata e per il giorno dopo, ma di proclamare le occupazioni delle fabbriche. La decisione di proclamazione dell’occupazione delle fabbriche non è stata una decisione, per così dire, offensiva; (…) nella sera che precede l’occupazione delle fabbriche, tutto il quadro dirigente sindacale si interrogava sul come avrebbe risposto la classe operaia il giorno dopo; (…) il giorno dopo, quando si aprono le assemblee di fabbrica e si fanno le assemblee, si può verificare che vi è una sensibilità e una risposta molto decisa e molto dura da parte della classe operaia, ma non nel senso di proposte o iniziative particolarmente esasperate (…)  l’orientamento è che occorre tenere occupata piazza Loggia per tutta settimana: cioè uscire dalle fabbriche e collegarsi alla città” (il servizio d’ordine del sindacato proseguirà il presidio della piazza fino al pomeriggio del 1° giugno).