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Lavoro

Quelli che licenziano nonostante il blocco

Foto: Marco Merlini
Giorgio Sbordoni
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C'è il blocco dei licenziamenti fino al 30 giugno e poi c'è una lunga lista di aziende che già adesso stanno mandando le lettere o annunciando esuberi per il prossimo futuro. Bekaert ed Embraco sono solo alcune delle storie che sembrano arrivate al capolinea, proprio nel momento più duro

C’è il blocco dei licenziamenti fino al 30 giugno – per ora –. E poi c’è una lunga lista di aziende che proprio in queste ore sta inviando materialmente le lettere di licenziamento, le ha già pronte nel cassetto per il 30 giugno o si sta sfregando le mani al pensiero di quello che farà nel prossimo orizzonte.

Alcune sono vertenze storiche, che hanno trovato – questo è il paradosso inaccettabile – la convergenza di tutti a tenere in vita i posti di lavoro fino a ora. E proprio adesso che i tempi si fanno durissimi, che la crisi sanitaria e il contagio dell’economia diventano insopportabili, calano la scure. Nomi che conosciamo bene, di cui parliamo e scriviamo da anni. Bekaert a Figline Valdarno, provincia di Firenze, che proprio ieri ha visto scadere l’ultimo giorno di cassa integrazione per i 113 addetti senza che nessuno al governo si muovesse. Embraco, a Riva di Chieri, provincia di Torino, che in settimana ha iniziato a mandare le lettere ai 400 lavoratori, un preavviso per quando, il 22 luglio, scadrà la cassa e più nulla terrà in vita l’occupazione. Termini Imerese, provincia di Palermo, sinonimo di desertificazione industriale, beffardo fiore all’occhiello del declino Fiat, una città diventata vertenza, che mette in scena gli ultimi fuochi di una protesta lunga dieci anni, ma già fa i conti e si aspetta mille nuovi disoccupati al 30 giugno. E poi c’è Elica, a Cerreto d’Esi e Mergo, provincia di Ancona, che ha messo nel mirino 409 esuberi per caricare sulle spalle dei lavoratori una serie di scelte sbagliate, buone solo per mantenere i compensi del management. Territorio martoriato, quello marchigiano, che nella vicina Fabriano, con la crisi della Merloni, poi diventata Jp Industries, adesso Indelfab, rischia di lasciare a casa altre 537 persone, alcune anche in Umbria. Con un conto salato da digerire perché già oggi su 30 mila fabrianesi, i disoccupati ufficiali sono 4 mila. Un presente amaro per una città che fino a vent’anni fa vantava l’eccellenza in due settori come l’elettrodomestico e la carta. E poi c’è la Denso di San Salvo, provincia di Chieti, doppiamente decimata da una multinazionale giapponese che ha appena annunciato 200 esuberi su mille dipendenti. La lista potrebbe continuare perché i licenziamenti materialmente eseguiti o comunicati non si fermano certo qui. Questa è la piccola avanguardia di un esercito che rischia di ritrovarsi a breve senza un lavoro.

Storie diverse, certo. Di un’industria italiana in terapia intensiva. Dove il vaccino del blocco dei licenziamenti non viene somministrato a tutti, e a qualcuno si è deciso di staccare la spina. E tanti saluti – per ora, ma i sindacati continuano a lottare perché non sia così – al progetto di reindustrializzazione della Bekaert o a Italcomp, il polo strategico per la produzione di compressori per frigoriferi che salverebbe Embraco e Acc a Belluno, e che pure con l’approvazione del Dl Sostegni di oggi sarà quasi definitivamente bocciato.

Storia di linee di produzione già ferme o al rallenty, in attesa dello spegnimento definitivo. Il Paese ci perde i fili e i cavi d’acciaio della Bekaert, i motorini Embraco, cuore pulsante dei frigoriferi, le auto dello stabilimento di Termini Imerese, le cappe aspiranti della Elica, gli elettrodomestici di quel lembo di centro Italia che un tempo era conosciuto come il distretto del bianco. Storia, prestigio, made in Italy, professionalità, cultura, valore aggiunto, punti di pil. È lungo l’inventario delle macerie che l’assenza di politica industriale lascia sul terreno.

Il governo è il convitato di pietra di queste crisi. Resta senza parole e lascia senza parole.

Dove interviene non dà seguito alle promesse. È il caso del ministro del Lavoro, Andrea Orlando che, il 5 marzo scorso, a colloquio con la sindaca di Figline Incisa Valdarno, Giulia Mugnai, sottolineò la “necessità di ripresa del tavolo ministeriale sulla crisi Bekaert e di un confronto con Regione e Comune per un impegno sul fronte della ricerca di ammortizzatori sociali, di percorsi di formazione a sostegno dei lavoratori e per la reindustrializzazione del sito”, come ci ricorda Daniele Calosi, segretario generale della Fiom di Firenze e Prato.

È il paradosso che toglie il sonno a Ugo Bolognesi, Fiom di Torino: “sulla vicenda Embraco, se il governo si facesse i conti e decidesse finalmente di realizzare Italcomp, un progetto che è già stato scritto nei minimi dettagli e ha già tutte le potenziali commesse pronte, dovrebbe spendere meno soldi di quelli che gli servono per mantenere i lavoratori in cassa integrazione a deprimersi a casa. E poi ci vengono a raccontare di produttività. Sono loro i primi loro a volere uno Stato assistenzialista, anche se a parole ne prendono le distanze”.

È l’attesa per uno strumento che protegga i lavoratori dalla delocalizzazione selvaggia, quale quella che tra poco lascerà senza lavoro gli operai della Elica dove, ci spiega Pierpaolo Pullini, segretario della Fiom di Ancona, “la pandemia ha accelerato ed esasperato l’intenzione di spostare le produzioni. In pratica, con la scusa di riorganizzare a causa del Covid e nonostante il settore elettrodomestico sia in espansione, annuncia licenziamenti per delocalizzazione. Prima si portavano fuori i prodotti poveri, oggi si porterà in Polonia l’alta gamma. Ma fanno male i loro conti. Non è il costo della manodopera ad abbassare la competitività del prodotto, sono le scelte aziendali, la reattività alle richieste del cliente, la capacità di servire e fornire subito quello che occorre, la flessibilità per rispondere al mercato. Cose che puoi programmare solo restando sul territorio”.

I sindacati tengono botta e annunciano battaglia. A Firenze la Fiom sta valutando l’ipotesi di ricorrere contro i licenziamenti Bekaert: “se l’azienda ha attivato la cassa Covid – spiega Daniele Calosi – evidentemente non voleva cessare l’attività”. A Torino, ci dice Ugo Bolognesi, “il curatore fallimentare della Embraco avrebbe dovuto richiedere altra cassa ma non ha voluto farlo perché non c’è attività in fabbrica, nonostante ci sia un verbale del ministero del Lavoro in cui è detto espressamente che la cassa legata alla pandemia si può attivare se è in essere un rapporto di lavoro. Avremmo potuto guadagnare altri sei mesi, con la speranza che nel frattempo si sbloccasse il progetto Italcomp”.

"Ogni governo che arriva - è il commento di Francesca Re David, segretaria generale della Fiom - ci spiega che il governo precedente non ha fatto bene e pretende di ricominciare da capo, ma i lavoratori sono sempre gli stessi, noi siamo sempre gli stessi e continuiamo a ritenere inaccettabile la chiusura di aziende che producono, che possono produrre, che stanno sul mercato per scelte delle multinazionali o per scelte comunque delle grandi imprese a cui lo Stato ha dato soldi e che in cambio causano l’impoverimento del tessuto industriale del Paese, del territorio, delle lavoratrici e dei lavoratori".