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Lavoro

Workers buyout, quando l'impresa è bene comune

Foto: ROBERTO CANO'/AG.SINTESI
Fabrizio Ricci
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Lavoratori che rilevano la propria azienda per salvarla dalla chiusura: una possibilità poco conosciuta, ma in espansione nel nostro Paese. Sono oltre 300 le esperienze realizzate. Sindacati e cooperative hanno siglato un accordo per dare nuovo impulso a questo strumento

Parma c'è la Nuovi Profumi ricostruita da 30 ex dipendenti che vogliono salvare almeno un pezzo dell'attività della loro ex azienda, la Morris, importante realtà del settore profumeria messa in liquidazione volontaria circa un anno fa. A San Bonifacio, in provincia di Verona, c'è la Cooperativa Fonderia Dante: 68 soci lavoratori che producono caldaie in ghisa, dopo che il loro “padrone”, il gruppo Ferroli, ha smesso di farlo. A Reggio Emilia la Greslab fattura 17 milioni di euro vendendo piastrelle in ceramica e dà lavoro a 79 addetti, di cui 49 soci lavoratori. Ad Erice in Sicilia alcuni ex dipendenti del gruppo 6 Gdo, che apparteneva a Giuseppe Grigoli, braccio economico di Matteo Messina Denaro, hanno fatto ripartire un supermercato confiscato. Mentre a Frosinone l'unico negozio Coop della città è stato riaperto grazie all'impegno di un gruppo di ex lavoratori, che si sono costituiti in cooperativa. 

Quelli che avete appena letto sono tutti esempi positivi di workers buyout, ovvero di lavoratori che rilevano la propria azienda salvandola dal fallimento o dalla chiusura. L'elenco di queste belle storie potrebbe proseguire a lungo, perché ormai nel nostro paese sono oltre 300 i casi di “rigenerazione” aziendale portati avanti grazie alle legge Marcora (49/1985) e alla sua “finanziaria di attuazione”, Cfi (Cooperazione finanza impresa), investitore istituzionale partecipato dal Mise che sostiene economicamente questi percorsi. 

“Negli ultimi 10 anni gli interventi di Wbo puri finanziati sono stati 78 – spiega a Collettiva Camillo De Berardinis, amministratore delegato di Cfi – e il tasso di successo è stato molto buono, intorno all'82%, quindi più alto della media. Attualmente ne abbiamo 10 in fase di assistenza istruttoria. Ma ci aspettiamo che la domanda possa crescere nei prossimi mesi quando le forti criticità che stanno vivendo soprattutto le pmi verranno a galla, con la fine delle moratorie e lo sblocco dei licenziamenti”. 

Naturalmente il workers buyout, che va considerato a pieno titolo come uno strumento di politiche attive del lavoro,non si adatta a tutte le situazioni di crisi. Intanto c'è un limite dimensionale: 50 milioni di euro di fatturato e 250 unità lavorative annue (Ula). Sopra non è possibile attuarlo. Poi c'è da valutare con attenzione la fattibilità del progetto di recupero. “È chiaro che per i lavoratori che diventano imprenditori di se stessi il Wbo è una grande scommessa, nella quale si investono risorse vitali come la Naspi o parte del Tfr – spiega ancora De Berardinis – quindi è fondamentale che vi siano reali possibilità di successo, unità di intenti tra i lavoratori e una corretta informazione. Per questo, soprattutto nella fase iniziale, ci si interfaccia con il sindacato, che ha un ruolo importante”. 

Già, il sindacato. Come si pongono le organizzazioni dei lavoratori di fronte a questo fenomeno che in qualche modo rimescola le carte rispetto alla partita classica tra datore di lavoro e dipendenti? La risposta si può leggere agevolmente in un accordo che è stato siglato a Roma il 21 gennaio 2021 da Cgil, Cisl e Uil e dalle centrali cooperative A.G.C.I., Confcooperative e Legacoop. “Le esperienze di Wbo in forma cooperativa – vi si legge - rappresentano storie positive che fanno da contraltare ai numerosi casi di crisi e chiusure aziendali sempre più ricorrenti in Italia. Spesso sono la soluzione, garantendo il mantenimento dei livelli occupazionali (o limitando significativamente il numero di esuberi) nonché la conservazione del patrimonio aziendale e del know-how tecnico e produttivo”.

L'accordo siglato punta dunque a dare “un nuovo impulso” alla diffusione dei Wbo cooperativi e impegna sindacati e centrali a “contribuire, ciascuno con le proprie forze, al loro successo”. Sì, ma in che modo? Prima di tutto istituendo un tavolo di confronto nazionale permanente per monitorare l’andamento delle situazioni aziendali che potenzialmente potrebbero essere inserite in un percorso di workers buyout. Poi, portando l'opzione della rigenerazione aziendale direttamente ai “tavoli di crisi” istituiti presso i ministeri competenti o a livello territoriale e regionale, con il coinvolgimento diretto di Cfi.

“Pensiamo che questa sia una sfida importante per il sindacato che ha già fatto molto su questo versante, ma può fare ancora di più – spiega Manola Cavallini, dell'area contrattazione della Cgil nazionale – prima di tutto facendo un monitoraggio attento sui territori delle situazioni che potrebbero sfociare in un Wbo e poi informando e formando adeguatamente i lavoratori”. A questo scopo, l'accordo del 21 gennaio tra sindacati e centrali cooperative è stato accompagnato da un vademecum, che in 15 pagine illustra il quadro normativo di riferimento e tutti i passaggi necessari a portare a compimento il buyout. “È uno strumento pensato sicuramente per i lavoratori, ma ancor prima per i nostri sindacalisti e delegati sul territorio – spiega ancora Cavallini – perché è importante che il gruppo dirigente conosca bene la materia in modo da poter filtrare a livello locale le situazioni che potrebbero prestarsi al percorso, quelle in cui c'è ancora un mercato di riferimento o dove una riconversione può essere credibile. A quel punto, le nostre strutture nazionali possono fare da tramite con Cfi per avviare tutta la macchina”. 

Insomma, il workers buyout è tutt'altro che un'opzione romantica e residuale. È piuttosto un modello alternativo di risoluzione delle crisi aziendali, non assistenzialista, nel quale i lavoratori sono rimessi davvero al centro, come è nello spirito della nostra Costituzione. Nel 1981, il ministro e già partigiano Giovanni Marcora presentava così in Parlamento la legge che ancora porta il suo nome: “Questa modalità del produrre dello strumento cooperativo, restituendo ai singoli lavoratori dipendenti una loro identità, consente di non abbandonare all’emarginazione, alla disoccupazione e in definitiva alla disperazione ampi strati di lavoratori, che rappresentano un patrimonio di cultura, di intelligenza e di capacità produttiva, chiamandoli ad una diretta e sentita assunzione di responsabilità nei confronti della propria azienda che deve tornare ad essere vista come un bene comune, patrimonio di tutti”.