In evidenza:
Colletiva logo CGIL logo
Colletiva logo CGIL logo

Ciclofattorini

O firmi o ti licenzio: i rider non ci stanno

Foto: Agenzia Sintesi
Patrizia Pallara
  • a
  • a
  • a

Mobilitazioni in tutta Italia e azioni politiche e legali della Cgil, in risposta alle lettere-ricatto che le multinazionali del food delivery stanno inviando ai lavoratori. Una partita che si gioca sulle spalle già appesantite di chi è diventato simbolo dello sfruttamento

Omar, due figli e un lavoro da rider con Just Eat e Glovo a Torino. Otto, nove, a volte dieci ore al giorno in bicicletta per tirare su qualche soldo. “Anche di sabato e domenica devi assicurare almeno sei consegne dalle 19 alle 22, sennò perdi il punteggio e non lavori più – dice -. Il contratto che ci impongono di firmare? Non è un vero contratto, è una truffa perché conferma il cottimo, chiede di essere velocissimi altrimenti non guadagni niente, toglie le piccole agevolazioni che abbiamo. Io preferisco rimanere come adesso”.

Peccato che per Omar e per gli altri questo non sia possibile. Perché se non firmerà entro il 2 novembre, dal giorno successivo non potrà più consegnare: il suo contratto non sarà più “conforme alla legge”. L’opinione di Omar è condivisa tra i ciclofattorini del food delivery da Napoli a Milano, da Roma a Firenze. Si stanno vedendo recapitare la lettera-ricatto con cui la multinazionale aderente ad Assodelivery, che ha siglato l’accordo pirata con l’Ugl, dice nella sostanza “o mangi questa minestra o verrai licenziato”. E sono preoccupati. L’elenco delle cose che non vanno è lungo e forse anche difficile da spiegare.

 

 

Ma loro, i rider, simbolo dello sfruttamento, equiparati agli schiavi della moderna gig economy, non sanno che cosa fare: firmare e quindi sottostare a queste condizioni se possibile peggiorative? Oppure non cedere ed essere così esclusi da tutte le piattaforme della consegna a domicilio? L’alternativa la sta creando il sindacato. La Cgil, insieme alle categorie Nidil, Filt e Filcams, ha messo in campo una mobilitazione in tutte le città. “Andiamo per le strade per informare i lavoratori, raccogliere istanze e preoccupazioni – spiega Silvia Simoncini, segretaria nazionale Nidil Cgil -. Stiamo registrando un grande malumore, per l’accordo sottoscritto dall’’Ugl che non li rappresenta, e per le lettere che a scaglioni stanno ricevendo. Vogliamo costruire un’azione sindacale collettiva per affermare diritti e tutele”.

In questi giorni sono stati organizzati presidi e volantinaggi a Firenze, Torino, Palermo. Nel frattempo, a livello nazionale insieme a Cisl e Uil il sindacato ha denunciato l'illegittimità di questo contratto, ha chiesto al ministero del Lavoro di riconvocare il tavolo “aggirato” dall’accordo, ha avviato un percorso vertenziale. “Stiamo anche sollecitando l’ispettorato del lavoro nazionale e territoriale ad agire con una serie di controlli straordinari su queste imprese, perché stanno eludendo la fiscalità generale – afferma Cristian Sesena, responsabile area mercato del lavoro e contrattazione Cgil nazionale -. E poi stiamo mettendo a punto azioni legali di tutela individuale per il singolo lavoratore e di carattere collettivo per condotta antisindacale, perché l’accordo è stato firmato senza i sindacati maggiormente rappresentativi”.

 

La partita quindi è ancora aperta, e le multinazionali la stanno giocando sulle spalle di lavoratori che già portano un cassone di 80 per 80 centimetri e che non dovrebbe pesare più di dieci chili. “Purtroppo poi si ritrovano a caricarsi due o tre casse d’acqua, o dieci bottiglie di birra – racconta l’avvocata Giulia Druetta di Torino, che con un’azione collettiva è riuscita a ottenere una sentenza favorevole della Corte di Cassazione (la 1663/2020, contro Foodora) la quale ha stabilito l’applicazione del contratto collettivo della logistica e la subordinazione del rapporto - . Oggi le multinazionali pagano un terzo rispetto a quanto spenderebbero se rispettassero le norme di legge, come fa la maggior parte delle imprese. Inoltre, prendono un numero di lavoratori dieci volte superiore a quello che serve effettivamente. E questo perché non li pagano finché non li impiegano, non pagano un salario base, non pagano i contributi. Il nuovo contratto, che è un autentica truffa, dice di essere collettivo ma regola rapporti con lavoratori autonomi: è un totale controsenso anche da un punto di vista legale. Si è persa la bussola e si rischia di dare il via a un ribaltone. Prima abbiamo avuto Marchionne che ha spostato la produzione ed è uscito da Confindustria per non applicare il contratto collettivo. E ora?”.