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La vertenza

Maccaferri, crac modello Parmalat

Foto: Stefano
Roberto Greco
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Il crollo della più importante e storica industria bolognese, ricorda per dimensioni, modalità e sviluppi quello del colosso di Calisto Tanzi. I 500 lavoratori del gruppo chiedono chiarezza e scioperano per la terza volta dall'inizio della crisi, con un sit-in organizzato in piazza Maggiore

Bancarotta fraudolenta, istanza di fallimento, sequestro di beni, concordato preventivo, risarcimento danni, cause penali, inchieste della Procura, indagini della Guardia di Finanza, sentenze del tribunale. Di tutto, di più, tanto che qualcuno ha già coniato la definizione di ‘crac modello Parmalat’. Le vicende giudiziarie che riguardano la Maccaferri - il gruppo di Bologna con un blasone di 142 anni di gloriosa storia industriale, una delle dinastie imprenditoriali più antiche della città, nata nella bottega di un fabbro e diventata leader globale dell’ingegneria civile e ambientale, con 70 aziende e 2.800 addetti in giro per il mondo, attivo anche in agricoltura, costruzioni, meccanica ed energia, che nel corso dei decenni si è allargato a dismisura, dall’industria alimentare ai prodotti per la sanità, inclusi i profilattici Hatù, e fino al 2017 fatturava più di un miliardo - registrano continui colpi di scena. L’ultimo, in ordine di tempo, l’accusa di bancarotta fraudolenta nei confronti dei quattro fratelli Maccaferri, che avrebbero distratto illegalmente beni per 57,6 milioni dalla holding Seci in favore della Sei, una società neocostituita tre anni fa, che ha ricevuto ‘in dote’ sedi e palazzi ed è controllata dai quattro proprietari. Ne è conseguito un sequestro da 60 milioni, con l’arrivo della Guardia di Finanza negli uffici del gruppo, avvenuto qualche giorno fa.   

Eventi convulsi e drammatici, che stanno mettendo a dura prova le vere vittime di questo disastro annunciato, i lavoratori, che, fra preoccupazioni, ansie e paure, ma anche rabbia e incredulità per il loro futuro e quello delle rispettive famiglie, stanno operando a scartamento ridotto, con interi reparti finiti in solidarietà e altri in cassa integrazione Covid-19. Ora, dopo tanto subire, hanno deciso di passare al contrattacco. E così, al termine di una settimana fitta d’incontri e assemblee con i sindacati e le Rsu aziendali di tutti i rami del gruppo, delineando una sorta di road map, dalle officine alle cinque divisioni metalmeccaniche della Samp, alla holding Seci, venerdì 31 luglio i quasi 500 dipendenti della Maccaferri, ramo bolognese, manifesteranno, dalle 9 alle 12, con un sit-in in piazza Maggiore, il cuore del capoluogo emiliano, e uno sciopero nazionale per l'intera giornata di tutto il gruppo (che coinvolge le altre sedi di Reggio Emilia, Verona e Vicenza, più l’indotto, costituito da una catena di imprese contoterziste, di servizi, logistica e magazzino) il terzo dall’inizio della crisi, dopo quelli avvenuti nel maggio 2019 e nel gennaio scorso.   

Ma facciamo un passo indietro, per andare alle origini del buco nero societario. “Tutto è cominciato nel marzo-aprile 2019, quando, tramite i lavoratori, veniamo a conoscenza di una lettera d’ingiunzione di pagamento da parte di fornitori che hanno deciso d’interrompere il rapporto con l’azienda - ricorda Marco Colli, della segreteria Fiom Bologna -. Chiediamo subito spiegazioni al management, che smentisce la cosa e assicura che è tutto a posto. Ma in regola non c’è un bel nulla, come apprendiamo poco tempo dopo da un giornale locale, che rende noto il fallimento di alcune aziende della Maccaferri”.

Avevamo capito che qualcosa non andava - rileva Sergio Scalzo, operaio alla Samp ingranaggi e delegato Rsu Fiom Bologna -. C’erano ritardi nei pagamenti per gli approvvigionamenti delle materie prime, ma tutto sommato stavamo tranquilli, perché è una cosa fisiologica per le aziende. Poi i ritardi sono cominciati ad aumentare a dismisura, gli artigiani non lavoravano più per noi, in attesa di essere pagati, e allora abbiamo iniziato a pressare i vertici aziendali, perché era evidente che c’era sotto qualcosa di grosso e sono venuti fuori prima 150 milioni di debiti, lievitati poi a 750. Ora, alla luce delle ultime notizie, apprendiamo che il passivo supererebbe il miliardo, tanto che si profila una sorta di caso Parmalat 'alla bolognese', con i fratelli Maccaferri indagati per bancarotta fraudolenta e l’ingresso della Guardia di Finanza negli uffici”.

E pensare che eravamo entrati addirittura in una fase espansiva – commenta Gianni Zardoni, impiegato alla Samp sistemi e delegato Rsu Fiom Bologna -, dopo anni di crisi, scontando lunghi periodi di cassa integrazione alternati a contratti di solidarietà, in un arco di tempo che va dal 2004 al 2016. Poi, la svolta nel 2018, quando avevamo acquisito un grosso concorrente sul mercato, i francesi di Setic, raddoppiando il fatturato, da 60 a 120 milioni, così come gli organici del gruppo, da 240 a 450 unità, con prospettive incredibili sul mercato. In pratica, avevamo inglobato un’azienda uguale alla nostra, ma con pochissima sovrapposizione di prodotti, raggiungendo in tal modo una copertura completa di gamma: una mossa considerata perfetta a livello di strategia industriale, tanto da diventare la seconda potenza mondiale nel ramo macchinari per fili e cavi elettrici, dopo i tedeschi di Niehoff, che però non riescono a coprire tutti i comparti produttivi come noi. Poi, sul più bello, è arrivata questa mazzata, che rischia di distruggerci”.

Così Seci, la holding del gruppo, è finita in concordato preventivo nel maggio scorso, assieme alle cinque divisioni del ramo metalmeccanico. Da lì al fallimento il passo è breve, anche se è arrivata subito dopo la notizia ‘salvifica’ dell’intervento del fondo americano Carlyle strategic partners, disposto a rilevare le officine Maccaferri con un finanziamento di 60 milioni per garantire continuità alla ‘cassaforte’ Seci. Il piano di rilancio, presentato grazie a una squadra di fondi d’investimento capitanati da Carlyle, è stato però bocciato dal tribunale di Bologna, con la motivazione che il fondo sarebbe diventato al tempo stesso finanziatore e primo creditore delle Officine, una posizione dominante rispetto agli altri investitori. Altra criticità, adombrata dai giudici, è sulla natura dell’operazione, che consentirebbe agli americani il recupero integrale del finanziamento anche in caso di un clamoroso crac della Maccaferri. Ora, lo stesso Carlyle, che al 31 marzo scorso poteva vantare un patrimonio complessivo in gestione di 217 miliardi di dollari, è al lavoro per presentare - si parla dei primi di agosto - un nuovo piano, con un’offerta che vada incontro alle osservazioni del tribunale.

Oltre al fondo americano, controllato da Marco De Benedetti, ci sono anche altre ipotesi d’ingresso, come quello del gruppo Bonfiglioli, interessato alla Samp ingranaggi e pronto a una nuova offerta su cui i Maccaferri avrebbero mostrato attenzione. “Sapevamo di questi abboccamenti e dell’esistenza di trattative in corso per un’altra divisione. L’interesse c’è, ma ci chiediamo: di fronte a una situazione del genere, quale potenziale cliente avrà ancora voglia d’investire? E’ un problema enorme e noi vogliamo vederci chiaro. L’auspicio è quello di parlare presto con i vertici della Maccaferri, perché abbiamo bisogno di confrontarci con chi ha davvero in mano la situazione. Abbiamo la necessità che banche, fondi d’investimento o altre aziende si facciano avanti, e siamo pronti a discutere. L’importante è che non si arrivi al collasso economico-finanziario, che significherebbe la fine. Per quanto riguarda Carlyle, nei mesi scorsi ha rilevato un bond da 200 milioni emesso dalla società nel 2017 e detiene il debito Maccaferri, ma il prezzo di acquisto fissato è troppo basso e il fondo ha chiesto tassi molto elevati. Così il percorso di vendita potrebbe danneggiare i creditori”, osserva Colli.

Allo stato attuale, si continua a lavorare alle officine, ma con una specie di 'spada di Damocle' che incombe sulla testa di ognuno dei dipendenti. “Siamo sfiniti per una situazione che si evolve in modo a dir poco negativo e ci fa stare male - sostiene Scalzo -. Il lavoro va avanti con difficoltà e temiamo che salti tutto. Dopo l’impasse dei mesi scorsi, a causa della pandemia, l’approvvigionamento dei materiali è leggermente migliorato. In questi anni, abbiamo attraversato diverse crisi, ma ne siamo sempre usciti fuori. Stavolta, il discorso è diverso: c’è una crisi di risorse da parte del cuore del gruppo Maccaferri”.        

“Le prospettive sono on/off: o arrivano i soldi entro l’anno, oppure facciamo bum - precisa Zardoni -. Allo stato attuale, siamo come sulle ‘montagne russe’, nel senso che è una situazione altalenante. In realtà, le cose non sarebbero del tutto compromesse, perché le commesse da fare ci sono - 13 milioni del 2019 - e nel frattempo è arrivato anche qualche nuovo ordinativo. Così come permane intatta la fiducia dei fornitori e nessun grosso cliente ci ha mollato. A livello di personale, poi, da ottobre a giugno scorso è andata via pochissima gente, circa il 20%, perlopiù già in fase di pensionamento. Insomma, ci sono le condizioni per una ripresa dell’attività a pieno ritmo. Quello che mancano sono i soldi”.

“Da tempo, incalziamo l’azienda, perché il tempo passa inutilmente e le soluzioni che ci venivano prospettate come a portata di mano si stanno allontanando. Non escludiamo di costituirci parte civile in un eventuale processo e non lasceremo nulla d’intentato per dare un futuro a queste fabbriche che rappresentano la storia metalmeccanica di Bologna. Più si va avanti e più emergono fatti preoccupanti. Per questo, torniamo a manifestare venerdì 31. Anche stavolta i lavoratori sapranno battere un colpo e dimostrare che sono attaccati alla loro azienda. Si batteranno fino alla fine per trovare una soluzione che possa dare continuità al sito produttivo. Chiederemo l’intervento di tutti per evitare che la situazione precipiti, con l’apertura di un tavolo con le istituzioni per confrontarci con l’assessore regionale Colla e con i vertici del gruppo. I fondi ci stanno ancora? E Confindustria non dice niente?”, si domanda Colli.

A questo punto, emerge anche una questione morale: “A noi dicono che non ci sono i soldi, invece sembra che il capitale ci sia. Dobbiamo alzare il livello della discussione e dobbiamo farlo in fretta, anche perché non abbiamo più molto tempo a disposizione e temiamo che la sfiducia dei fornitori, alla lunga, porti a fermare le attività, con il rischio che frani tutto, e di quello che era un impero industriale non rimanga più nulla”, conclude Colli.