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Jobs Act

Tre donne e una sentenza giusta

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L'incostituzionalità dell' articolo 4 della riforma Renzi è firmata al femminile. "È tempo che questo intervento ci sia e che avvenga nel solco tracciato dalla Carta dei Diritti universali del lavoro, ancora ferma all'attenzione del Parlamento, dopo essere stata sostenuta da un milione e mezzo di firme"

La Corte suprema pubblica le motivazioni della bocciatura del Jobs Act. Incostituzionale la parte della riforma del lavoro che ancorava le indennità da corrispondere in caso di licenziamento solo all'anzianità di servizio. Una decisione che conferma i dubbi sollevati nel corso degli anni dalla Cgil. Quel criterio - spiega il documento - "non fa che accentuare la marginalità dei vizi formali e procedurali e ne svaluta ancor di più la funzione di garanzia di fondamentali valori di civiltà giuridica, orientati alla tutela della dignità della persona lavoratore".  Dopo due sentenze di illegittimità costituzionale e la pronuncia del Comitato europeo dei diritti sociali diventa esplicito l'invito a intervenire sulla normativa. Un monito al legislatore, secondo il sindacato di Corso d'Italia che commenta: "È tempo che questo intervento ci sia e che avvenga nel solco tracciato dalla Carta dei Diritti universali del lavoro, ancora ferma all'attenzione del Parlamento, dopo essere stata sostenuta da un milione e mezzo di firme".  Quella odierna è anche una sentenza storica perché per la prima volta in sessantacinque anni a firmarla sono state tre donne: la presidente della Corte Marta Cartabia, la giudice relatrice Silvana Sciarra e la cancelliera Filomena Perrone