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L'analisi

Chi ha paura del lavoro pubblico?

Ragazza al computer
Foto: Dario Fusaro, Sintesi
Tania Scacchetti
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Non esistono i "pigri della tastiera": il pubblico ha dimostrato grande capacità di adattamento garantendo il servizio da casa. Ora serve un piano di assunzioni, formazione e innovazione

La crisi sanitaria che stiamo attraversando ha, senza ombra di dubbio, prodotto stravolgimenti importanti nella vita delle persone e in particolare nel lavoro, tanto nei settori pubblici che in quelli privati. Il lockdown ha costretto tanti lavoratori ad una sospensione forzata e tanti altri, impegnati nei settori definiti essenziali, a lavorare in presenza, in condizioni spesso complesse, talvolta mettendo a rischio quotidianamente la propria salute come nel caso dei lavoratori, pubblici e privati ,nel settore pubblico in sanità.

Eppure in queste settimane non sono mancati, da parte di diverse testate giornalistiche, gli attacchi ai lavoratori, in particolare i lavoratori pubblici: accusati da alcuni di non voler tornare in servizio spingendo piuttosto sulla modalità di lavoro in remoto, evitando di evidenziare che il perdurare della modalità di lavoro agile ovunque possibile rimane tuttora una forma importante di tutela della salute di tutti, proprio perché evita lo spostamento contemporaneo di milioni di lavoratori .

Insomma, dai furbetti del cartellino ai "pigri dietro la tastiera". Tali letture, come sempre accade, non hanno alcuna ambizione di aprire una riflessione seria sui cambiamenti del lavoro nelle pubbliche amministrazioni, sullo stato reale del lavoro pubblico, in termini di considerazione economica e professionale e in relazione al valore che produce ed esprime. Nella semplificazione, che non è mai una buona consigliera nelle situazioni complesse, si ignora volutamente l'apporto fondamentale del lavoro pubblico, che soprattutto in un momento di stallo totale del nostro apparato economico e produttivo, ha garantito la prosecuzione di attività. Lo ha fatto anche attraverso modalità di lavoro in remoto, che spesso nulla hanno a che vedere con lo smart working, in alcuni casi senza le opportune dotazioni strumentali, in molti casi dilatando e modificando gli orari del proprio impegno quotidiano pur di continuare a garantire servizi ai cittadini. Anche nella consapevolezza che non sempre questo sforzo aveva la stessa efficacia del lavoro in presenza.

Vale in particolare, ad esempio, ma non solo, per la didattica a distanza. Un dibattito sbagliato sul lavoro pubblico non genera una riflessione articolata sulla qualità del settore, al contrario rischia di indebolire il perimetro pubblico, considerandolo un costo piuttosto che un investimento, tanto da giustificare i tagli indiscriminati alla spesa pubblica. Almeno una cosa deve essere chiara: questi attacchi non hanno alcuna ambizione di aprire una riflessione articolata sulla qualità delle pubbliche amministrazioni e sul ruolo del lavoro pubblico .

Gli attacchi hanno sempre avuto un altro obiettivo: ridurre il perimetro pubblico, tagliare indistintamente la spesa pubblica, giudicata "a prescindere" meno produttiva, diminuire il numero dei lavoratori pubblici. E dividere i lavoratori, i pubblici dai privati. Cosa diversa invece sarebbe aprire una riflessione larga e ampia su quanto è accaduto in queste settimane, su cosa ci hanno insegnato, su cosa ci lasciano, sul reale apporto del lavoro pubblico in un momento di crisi profonda e sulla necessità di assicurarne qualità ed efficienza.

In queste settimane tutti si sono accorti di quanto sia importante il lavoro pubblico. Un dibattito vero su quanto sia importante avere una sanità che risponda in maniera universale, su cosa abbia significato la chiusura delle scuole, su come la pubblica amministrazione sia un riferimento necessario nella vita dei cittadini nelle loro relazioni economiche e sociali .Una pubblica amministrazione che nel giro di pochi giorni ha deciso che la modalità del lavoro agile, ancorché non organizzata, non contrattata e non condivisa diveniva la modalità ordinaria per lo svolgimento della prestazione. Una pubblica amministrazione che, con tutti i difetti e le criticità, ha però dimostrato capacità di adattamento e di risposta per garantire i servizi ai cittadini .

Allora questa esperienza può anche essere un'opportunità e potrebbe essere sfruttata per ripensare, in alcuni casi anche radicalmente, l'organizzazione del lavoro e dei servizi. Queste settimane di pandemia hanno reso evidenti e leggibili agli occhi di tutti alcune cose che, quando sono scritte nei documenti sindacali, a volte sembrano il solito elenco di problemi. In primis è stata evidente l’enorme carenza di organici in alcuni ambiti e settori di attività. Un piano di assunzioni straordinario nell’istruzione, in sanità, nel sociale, nel presidio territoriale non è rinviabile se si vogliono garantire i diritti costituzionali alla base della convivenza civile .

Poi è stata certamente evidente, in alcuni settori, la rigidità dell'organizzazione di determinati servizi, spesso non più adeguati ai nuovi bisogni e ai mutamenti sociali. Si è toccata con mano la carenza di competenze diffuse soprattutto di tipo informatico, figlia della difficoltà di fare formazione in anni di svilimento del lavoro pubblico e delle sue professionalità. Ma a guardare bene i processi, questo periodo ha reso altrettanto evidente quello che pochi raccontano, la possibile permeabilità all’innovazione di molte amministrazioni. Superare la resistenza alla innovazione è dunque possibile, ripensarsi, mettere in campo competenze inespresse, inventarsi un modo nuovo di erogare i servizi, nella consapevolezza del ruolo di servizio a cui è chiamato il lavoro pubblico.

Questa capacità forse fa paura a chi preferisce identificare tutto il mondo del lavoro pubblico con il "travet" di antica memoria. Il lavoratore garantito, intoccabile, improduttivo. O forse fa paura quanto si sia rilevato fondamentale il lavoro pubblico nell'affrontare l'emergenza sanitaria. Non fa un buon servizio al lavoro pubblico chi la pensa così, ma non lo fa nemmeno al Paese che invece ha bisogno di un pubblico capace di innovarsi e di rispondere a nuovi e aumentati bisogni.

Cosa fare quindi per non disperdere il tanto di positivo che abbiamo visto? Cosa fare per migliorare i servizi attraverso il miglioramento del lavoro pubblico? Non serve l'ennesima legge di riforma della pubblica amministrazione e sarebbe assolutamente dannoso un ritorno alle politiche di austerity. Serve partire dall’assunto che il sistema pubblico non è un universo indistinto e necessita di essere letto nelle sue specificità, evitando misure che indistintamente si applichino per tutti. Evitando la misura miracolosa che viene proposta come la soluzione di tutti i problemi. È necessario, come già detto, un piano per l’occupazione.

Un piano che risponda alle esigenze che anche in questa fase si sono manifestate, ma serve soprattutto che le amministrazioni possano assumere in tempi rapidi, trovando delle soluzioni che accelerino le procedure selettive. Serve investire sulle professionalità interne attraverso un nuovo sistema di classificazione e uno straordinario investimento in formazione continua. Serve introdurre elementi di innovazione nell'organizzazione dei servizi, sfruttando al meglio le nuove tecnologie e, a partire da queste innovazioni, ripensare al lavoro non più esclusivamente sulla base della presenza in servizio, ma sul raggiungimento degli obiettivi. Serve fare tutte queste cose con il pieno coinvolgimento dei lavoratori e delle lavoratrici pubblici. Quando rivendichiamo il diritto al contratto e alla contrattazione parliamo soprattutto di questo.

Tania Scacchetti è segretario confederale della Cgil