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Torrevaldaliga nord

Gli operai della centrale. Tra Covid-19, cassa e futuro senza carbone

Gli operai della centrale. Tra Covid-19, cassa e futuro senza carbone
Foto: Enel Civitavecchia, foto di Marco Merlini
Davide Orecchio
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I nuovi protocolli di sicurezza anti contagio hanno diminuito il lavoro, ma l'impianto di Civitavecchia resta acceso. La vera sfida adesso è come ripartire: una soluzione che salvi occupazione e ambiente

Dopo l’esplosione della pandemia, la centrale Enel di Torrevaldaliga Nord (Civitavecchia) non si è fermata. Ma molti operai sì, specie nell’indotto delle ditte metalmeccaniche in appalto che, nel litorale dell’alto Lazio, curano la manutenzione degli impianti. Accessi alla centrale e lavoro nel sito sono stati ridotti dai nuovi protocolli di sicurezza anti contagio. Di conseguenza la maggior parte dei metalmeccanici sta a casa, in cassa integrazione. Il tempo dell’attesa, per loro, si somma a un orizzonte precario che già stavano vivendo, costretti a lavorare nell’universo scarsamente tutelato dell’appalto. A questo si aggiunge la prospettiva di perdere il posto quando, nel 2025, secondo quanto annunciato da Enel in base alla Strategia energetica nazionale del governo, la centrale sarà convertita dal carbone al gas. Un impianto che richiederà una forza lavoro molto ridotta: dai 460 metalmeccanici attuali a non più di 40.

Coronavirus, lavoro in appalto, transizione energetica… è davvero troppo, anche per persone abituate ad affrontare le difficoltà del “lavorare per vivere”. Ma sostenerle tutte insieme è drammatico. L’ultima volta che si sono incontrati, il 5 marzo scorso, in un’assemblea ancora consentita, poco prima del lockdown, i metalmeccanici hanno approvato all’unanimità un documento che chiede all’Enel, e alle istituzioni nazionali e locali, un’alternativa per il futuro che sia imperniata decisamente su energie rinnovabili e cantieristica navale. Una soluzione che salvi lavoro e ambiente. Poi la quarantena ha fermato tutto. Tutto sospeso. E adesso, a quasi due mesi di distanza?

I numeri
Giuseppe Casafina
(segretario generale della Fiom Civitavecchia Roma nord Viterbo), si è fatto due conti e ha fotografato la situazione. Nell’ultimo mese, osserva Casafina, “tantissime aziende metalmeccaniche dell’alto Lazio hanno attivato gli ammortizzatori sociali per Coronavirus”. Le richieste aumenteranno ma già ora, nell'alto Lazio e a Roma nord-ovest, la Fiom calcola che il 70% di queste aziende “ha meno di 10 dipendenti, il 21% tra i 10 e i 24, mentre solo il 9% occupa dai 25 dipendenti in su”. “I dati del solo litorale metalmeccanico da Ladispoli a Montalto - prosegue l’analisi del sindacalista - non sono molto diversi: 57% di aziende con meno di 10 dipendenti, 33% di aziende con 10-24 dipendenti, 10% di aziende con 25 dipendenti o più”. Aumentando ancora lo zoom sulle aziende che hanno chiesto gli ammortizzatori, si scopre come quelle che lavorano “esclusivamente o prevalentemente per le centrali Enel di Civitavecchia e Montalto di Castro, pur rappresentando solo il 31% del litorale”, occupino “il 63% dei metalmeccanici”, e di questi “ben l'85% lavora a Civitavecchia per Torrevaldaliga Nord”.

Lavorare in centrale al tempo del Coronavirus
Sono spesso aziende con due o tre dipendenti
, e grazie alla decretazione d’emergenza del governo hanno usufruito degli ammortizzatori sociali. “È una protezione in più - ci spiega Casafina -, e ci vedo una coerenza. Quando il governo stabilisce che per motivi di sicurezza e tutela del lavoro bisogna lasciare a casa le persone e bloccare i licenziamenti, occorre garantire un reddito”. Sono due le cause principali delle casse integrazioni: “Da un lato - spiega ancora Casafina - la centrale ha contingentato tutti gli accessi, per evitare assembramenti. Quindi lavorano meno persone. Dall'altro lato i lavori si svolgono più lentamente, per rispettare procedure e distanziamento. È stata posticipata, inoltre, la fermata decennale programmata per la manutenzione, che dovrebbe però avvenire a maggio. Per un mese la centrale si è dedicata alla sicurezza. Diciamo che abbiamo avuto un paio di settimane di caos, e poi si è organizzato il contingentamento. A spanne le presenze giornaliere in centrale sono circa 150. Il resto, circa due terzi dei metalmeccanici, sta in cig”.

Quanto alle procedure di protezione, Enel, già prima del protocollo siglato da governo e parti sociali, aveva iniziato a misurare la temperatura degli operai, “una scelta condivisa anche da noi”, dice Casafina, “le procedure sono quelle: mascherine, guanti, specialmente nei reparti dove non si può stare a distanza. Ad esempio nei serbatoi, che sono ambienti angusti e confinati, limitati. Oppure negli impianti che macinano il carbone: lì devi portare sempre la mascherine”.

Per le mascherine, all’inizio, non sono mancati i problemi di rifornimento. Solo l’intervento della Protezione civile li ha risolti. “In centrale - nota Casafina - le FFP2/FFP3 già si usavano, immagino con filtri minori, quindi c’è stata continuità. Molti operai hanno adoperato queste mascherine invece delle chirurgiche o delle N95. Ma abbiamo dovuto anche spiegare a Enel che doveva dotare i camionisti di mascherine meno pesanti, e che doveva ridurre il numero degli addetti: in un furgone siamo passati a una, due sole persone, invece delle tre o quattro abituali”.

“Non riusciamo a mantenere le distanze”
Ma osservare il protocollo di sicurezza, lavorare in coppia, rispettare il distanziamento “è difficile dappertutto, in centrale, non solo negli spazi confinati”. Ce lo racconta Silvio Scalamandrè, Fiom Civitavecchia. “Sì, gli operai lavorano, i dispositivi li abbiamo. Ma la maggior parte delle lavorazioni avvengono senza poter rispettare la distanza. Stai sempre a contatto - ammette Scalamandrè -. In una centrale elettrica è difficile osservare il distanziamento, come ad esempio potresti fare lavorando alla catena di montaggio. Se devi curare la manutenzione di un motore, almeno due operai li devi coinvolgere”.

Raffaele Guida è un operaio della Ccms, una delle aziende che gestiscono la manutenzione a Torrevaldaliga Nord. È rientrato al lavoro questa settimana dopo circa un mese. E conferma che la situazione è difficile: “Le nostre mansioni non ci consentono di mantenere le distanze richieste dal protocollo. Il metro, o mezzo metro, non riusciamo a rispettarlo. Certo, indossiamo le mascherine, anche se non bastano mai”. Ciascuna azienda appaltante deve adempiere alle misure di sicurezza sotto la vigilanza dell’Enel. La Ccms, però, lamenta “la mancanza di Dpi”, racconta Guida, “e ci servirebbero più tute, visto che siamo a contatto col carbone e con le polveri. Insomma abbiamo paura per la salute, inutile negarlo”.

L’addio al carbone
Poi c’è la preoccupazione per quel discorso interrotto
, ma solo momentaneamente. L’addio al carbone e la transizione del gas, ossia un altro combustibile fossile, sulla strada non si sa quanto lunga verso le energie rinnovabili. “Le pressioni industriali a livello nazionale spingono a discutere solo del quando ripartire - argomenta Casafina -, mentre bisognerebbe soprattutto capire come farlo. Dovrebbe essere chiaro a tutti che la nostra generazione ha il dovere di andare verso una produzione sostenibile per diritti, ambiente, e poi ritmi, orari e condizioni di lavoro”. La Fiom vorrebbe “riprendere la discussione sulla transizione energetica e trovare uno sbocco per il futuro”. Ma dopo l’incontro al Mise del 21 febbraio “non si è mosso più niente. Non abbiamo avuto nessun riscontro - lamenta Casafina - e nel frattempo è scoppiata l’emergenza virus, che tra l’altro a Civitavecchia è stata dura, specialmente nelle Rsa. Quindi l’amministrazione comunale si è occupata solo di quello. Il dibattito sulla centrale si è fermato. Le istituzioni non hanno organizzato nemmeno una videoconferenza”.

Tutti a Civitavecchia pensano che il gas si farà, perché l’Enel ha sempre fatto quello che gli pareva”, spiega Casafina. Intanto, a metà aprile, sono scaduti i termini per presentare al ministero dell’Ambiente le osservazioni tecniche sull’impatto ambientale della nuova centrale. Il segretario della Fiom prova a essere ottimista, e ragiona su un progetto che tuteli l’occupazione e l’ambiente: “Un territorio con le caratteristiche industriali e geografiche di Civitavecchia può continuare ad avere un ruolo nella strategia energetica nazionale costruendo sul posto tutti gli impianti utili alla produzione di energia pulita; e nella cantieristica cominciando con le navi da crociera. Rivendichiamo un progetto industriale territoriale per tutelare il lavoro di tutti e per recuperare la disoccupazione con cui abbiamo fatto i conti per troppo tempo”.

“In città, con diverse associazioni, c’è molta sintonia - prosegue Casafina -. Abbiamo un dialogo e iniziative comuni. Inoltre, come Fiom, riteniamo molto interessante la proposta del Comitato Sole sulla centrale a idrogeno, non solo perché non inquina, ma perché su quel tipo di impianto il metalmeccanico lavora. È un impianto di qualità produttiva, che ha bisogno di costanza di manutenzione, perché l'idrogeno è volatile. Questo scenario potrebbe elevare la professionalità dei metalmeccanici, oltre che garantirne l’occupazione”. Il Comitato Sole (Salute, Opportunità, Lavoro, Ecologia) di Civitavecchia è attivo da un anno esatto. Ne fanno parte cittadini e associazioni di tutto il comprensorio che non vogliono il passaggio al gas e chiedono “una immediata riconversione del sistema di produzione energetica con l’utilizzo di fonti sostenibili”. Il Comitato ha elaborato un progetto pilota che prevede, si legge nella sua pagina Facebook, “l’autosostentamento energetico del polo portuale ad emissioni zero, l’uso diffuso di energie rinnovabili nell’ottica del decentramento energetico regionale, e l’incremento dei livelli occupazionali”. Il Comitato denuncia che “il distretto sanitario di Civitavecchia vanta la maggior incidenza di patologie oncologiche nel Lazio e gravi patologie dell’infanzia. Senza contare l’aspetto occupazionale, decisamente stagnante: le prospettive occupazionali della produzione energetica basata sui combustibili fossili si stanno dileguando, mentre i livelli di occupazione delle energie rinnovabili sono di gran lunga superiori”.

Manca una visione complessiva
Torniamo proprio al disastro occupazionale
, che, ovviamente, non tocca solo i metalmeccanici. Coinvolge anche gli operai elettrici, come riassume Ilvo Sorrentino, segretario nazionale Filctem: “A Civitavecchia oggi abbiamo 400 addetti. La riconversione al gas ci farà perdere il 90% della forza lavoro. Con Enel abbiamo un accordo che ricolloca tutti i lavoratori. Ma se nella centrale di Civitavecchia lavoreranno solo 40 persone, quelle sono risorse, anche di livello, che hai perso”. Sul futuro di Torrevaldaliga, però, Sorrentino espone qualche dubbio: “Per quanto riguarda la conversione al gas, al momento Enel ha partecipato al capacity market (le aste sull’energia attraverso le quali Terna si approvvigiona, ndr) solo con le centrali di La Spezia e Fusina. Con le centrali di Civitavecchia e Brindisi non ha partecipato. Sulle prospettive di Torrevaldaliga Nord non ci hanno fatto sapere più nulla”.

Per il sindacalista della Filctem “bisogna mettere in piedi una cabina di regia costante, con la Cgil e le categorie interessate, che lavori col governo, così da avere chiarezza su una visione complessiva delle politiche energetiche. Invece ci relegano a questi tavoli tecnici sito per sito, che lasciano il tempo che trovano”. “È chiaro - prosegue Sorrentino - che esiste un tema complessivo di sostenibilità ambientale. Ma di questo argomento si parla troppo spesso senza conoscere tempi e modi. Non basta dire: io tolgo il carbone, servono investimenti e interventi che permettano di toglierlo. Il gas è inevitabile in Italia, purtroppo, per garantire la sostenibilità della rete di trasmissione elettrica. Non è una questione di tifo. Facciamo l’esempio della Sardegna: ad oggi senza carbone non potrebbe essere alimentata. Se in Sardegna non si porta il metano, con le infrastrutture che servono, sarà impossibile eliminare il carbone. Insomma bisogna sburocratizzare e creare un percorso serio rispetto alla transizione. Altrimenti il carbone ce lo terremo per molto tempo”. Conclude il segretario Filctem: “Il gas - e ribadisco, ‘purtroppo’ - è l’unico elemento in questo paese che permette di togliere il carbone di mezzo, con un impatto ridotto sulle emissioni di CO2. Ma servono più fonti dalle quali produrre, non una sola. Ad esempio ‘rinnovabile’ non è solo eolico e solare. C’è anche la biomassa. E un impianto a biomassa darebbe molta più occupazione rispetto al gas”.

È diventato un mondo morto
Provando a fare una sintesi, molte domande aspettano risposte. E il quesito che spicca è se ci sarà un prima e un dopo il Coronavirus anche nel nodo ambiente/lavoro, e se le politiche energetiche cambieranno, e come. Intanto gli operai della centrale continuano la loro vita e aspettano. Giammattia Sarnicola è un dipendente dell'azienda Mario Guerrucci e sta lavorando. Ha fatto la sua settimana di cig ed è rientrato in centrale, a Civitavecchia. Si occupa di manutenzione in generale, pulizie, bonifiche dei serbatoi, aspirazione della cenere e del carbone. Lui è pessimista: “Non la vedo bene. C’è un silenzio generale da parte dell’Enel, delle istituzioni, del Comune. Mare piatto. Non si sente niente. Dopo lo scoppio del Coronavirus hanno smesso di parlare. È diventato un mondo morto. Se l’Enel va avanti col turbogas, per noi i problemi aumenteranno. Quasi tutti perderemo il lavoro. E già adesso è dura, sono mesi che non facciamo manutenzioni in centrale”. L’unica via d’uscita, guadagnata sul campo e nel tempo, per Sarnicola viene dall’età: “Ho 41 anni di contributi, e ho 58 anni compiuti, lavoro da quando avevo 17 anni. Sono vicino alla pensione. Questo almeno è positivo, direi. Di strada ne ho fatta. Me le sono fatte tutte, le centrali di Civitavecchia. Per fortuna sono arrivato al traguardo”.

Hanno scoperto che siamo importanti
Raffaele Guida invece sembra più ottimista. “
In un primo momento - ci spiega - ho pensato che questa crisi potesse essere un bene. Si toccava terra, ma poi si risorgeva. Questo ho pensato. Sia sulla centrale e il suo futuro, sia su queste settimane di epidemia. Un conto è essere sospesi, un conto è cadere. Quando cadi puoi risollevarti. Ma noi restiamo sospesi. Non cadiamo, e quindi non moriamo né ci risolleviamo. Ma bisogna per forza risorgere, rimboccarsi le maniche. Il Coronavirus può essere un’occasione. Prima ci facevano galleggiare, un po’ di cassa un po’ no. Ora la società si è resa conto che chi usa le mani è importante. Noi lo smartworking ce lo sogniamo. La classe operaia ha avuto una rivincita, bisogna vedere se temporanea oppure no. Per forza bisogna essere ottimisti - conclude Guida -. Come si fa a non ripartire? Qui si vive di lavoro, di indotto. E la corrente elettrica che garantiamo col nostro lavoro serve a tutti, soprattutto ora che stanno chiusi in casa. Siamo poco meno importanti del personale sanitario e degli ospedali. Non dico che siamo importanti come loro, ma ci siamo vicini. Garantiamo che arrivi la corrente nelle case degli italiani”.