Poco dopo le 11.30 di martedì 15 settembre l'Aula del Senato ha approvato la riforma della legge elettorale targata centrodestra: 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astenuti. La riforma approderà il 28 settembre alla Camera per la terza ed ultima lettura. Molte le voci contrarie a quella che viene giudicata come vera e propria contro riforma.

CHRISTIAN FERRARI CGIL
CHRISTIAN FERRARI CGIL
Christian Ferrari, Cgil

Il segretario nazionale della Cgil Christian Ferrari afferma: “L’approvazione, in Senato, della controriforma elettorale conferma la concezione proprietaria delle Istituzioni e delle regole da parte delle forze di governo”. La legge elettorale è la regola del gioco principale in una compiuta democrazia, è quella che trasforma i voti in seggi”.

Forse, ormai, in Italia sarebbe più corretto dire dovrebbe trasformare, seguendo il dettato costituzionale che afferma che l’Italia è una Repubblica parlamentare. Il Parlamento è dunque centrale nel nostro assetto istituzionale fondato sull’equilibrio dei poteri. Ed è proprio questa una delle ragioni che hanno portato Meloni e il destra-centro ad imporre l’approvazione di questa contro riforma. Non potendo far approvare il premierato, per ragioni di tempo, ma soprattutto per non venir bocciata un’altra volta nelle urne dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, la la presidente cerca di farlo rientrare surrettiziamente attraverso la legge elettorale.

Prima ancora del merito, però, secondo il segretario confederale vi è una questione di metodo altrettanto rilevante. Anzi di più, visto che in democrazia il metodo è sostanza. “Come accaduto in tema di giustizia - sottolinea il dirigente sindacale - una legge fondamentale per il funzionamento della democrazia viene decisa a colpi di maggioranza, per giunta alla fine della legislatura, e senza tenere in alcun conto i numerosi profili di incostituzionalità sollevati dagli esperti e le gravi preoccupazioni espresse da tante realtà della società civile”.

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Veniamo al merito. Siamo uno dei paesi con il tasso di astensione dalle urne tra i più alti d’Europa. Alle ultime elezioni per il Parlamento andò a votare poco meno del 64% degli aventi diritto. Allora, se la matematica non è un’opinione, significa che il Governo in carica ha ricevuto poco più del 26% dei voti degli elettori e delle elettrici italiane. Allora, il problema vero è come riportare alle urne chi si astiene, facendo contare il suo voto.

Ai cittadini e alle cittadine, dunque, andrebbe restituito il potere di scegliere: partito, coalizione, deputato o senatore, e magari ampliando la rappresentanza di genere. Esattamente il contrario di ciò che fa la legge voluta da Meloni.

Il premio di maggioranza alla coalizione che raggiunge solo il 42% dei consensi, è un premio enorme a tal punto che renderebbe quasi impossibile il lavoro delle minoranze e il libero confronto parlamentare. Le liste bloccate con finte preferenze fanno sì che i parlamentari sarebbero decisi a tavolino dai partiti e, per di più, sarebbe eliminata la norma sulla rappresentanza di genere.

Insomma, il rischio è quello di avere un parlamento di tutti nominati maschi, o quasi. Ed è paradossale – ma forse no – che a cancellare con un tratto di penna la norma per la rappresentanza di genere sia una donna, la prima che siede a Palazzo Chigi. Se la legge elettorale targata Meloni vedrà la luce, il prossimo sarà il parlamento con il minor numero di donne degli ultimi 50 anni. Davvero un bel risultato. 

Infine, le firme da raccogliere per presentare liste di chi non ha eletti in parlamento diventano quasi 400mila e solo cartacee. Questo provvedimento la dice davvero lunga sull’idea di partecipazione democratica cara alla destra. Nessun nuovo partito potrà presentarsi alle elezioni.

Secondo Ferrari: “Il merito è non meno problematico del metodo. Si prevede un premio di maggioranza abnorme che, oltre a trasformare una netta minoranza nel Paese in una maggioranza strabordante in Parlamento, consegnerebbe a questa maggioranza artificiale non solo la guida del governo, ma tutti gli organismi di garanzia, compreso il Presidente della Repubblica”.

Ma c’è di più, la Costituzione assegna al presidente della Repubblica la potestà di indicare il presidente del consiglio, ebbene qui sta il trucco per introdurre il premierato senza dirlo. A spiegare come, è ancora il segretario confederale: “Si prevede l’indicazione obbligatoria del candidato presidente del consiglio, comprimendo le prerogative del Capo dello Stato (una sorta di premierato di fatto a Costituzione invariata); non si ripristina un vero voto di preferenza; si cancellano le norme che hanno garantito una significativa presenza femminile in Parlamento; si rende praticamente impossibile la presentazione di nuove liste”.

Quasi tutti i costituzionalisti auditi prima alla Camera e poi al Senato hanno bocciato il testo, molti di loro - assieme ad altri sono oltre 160 - hanno dato vita a un coordinamento “Costituzione e democrazia”, e hanno promosso un appello dal titolo inequivocabile: “Torniamo alla Costituzione”. Non solo, stanno organizzando iniziative nel Paese per illustrare ai cittadini e alle cittadine le ragioni per le quali quel testo è sbagliato e forse anche pericoloso.

Inoltre stanno preparando ricorsi da far arrivare alla Corte Costituzionale, a loro dire, infatti, molte parti di quel testo sono  incostituzionali.

E poi stanno arrivando appelli, di storici: “Il disegno di legge elettorale in via di approvazione in queste settimane costituisce per noi studiosi e docenti di Storia contemporanea e di altre discipline storiche motivo di grande preoccupazione, perché la sua approvazione altererebbe in modo rilevante gli assetti istituzionali del nostro paese”. E dei geografi: “Noi geografi e geografe riteniamo necessario richiamare l’attenzione su una dimensione ulteriore della riforma, finora rimasta largamente ai margini del dibattito pubblico: la sua dimensione territoriale”. A loro dire infatti tra collegi, liste bloccate eccetera il testo in discussione “determina una nuova geografia della rappresentanza”.

Già, la rappresentanza. Quasi dimenticata da quel disegno di legge, cuore invece della Costituzione, immolata sull’altare della stabilità. Stabilità per cosa, ci vien da domandare, visto che l’attuale Governo è talmente stabile da aver festeggiato il primato di longevità, ma con risultati pochi e non felici.

“Per tutte queste ragioni, la Cgil, come ha già argomentato in sede di audizione parlamentare, ritiene sbagliato un provvedimento che aggrava anziché risolvere la drammatica crisi di rappresentanza che colpisce da tempo la nostra democrazia. E chiede che, prima della sua approvazione definitiva, venga profondamente modificato con il coinvolgimento di tutte le forze politiche”, conclude Ferrari.

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