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Insegna diritto Costituzionale all’Università Cattolica, al suo attivo può contare oltre duecento pubblicazioni tra monografie, saggi specialistici e note a sentenze, prevalentemente in materia di fonti del diritto, organizzazione regionale, legge elettorale, ordinamento delle forze armate, diritti sociali e organizzazione sanitaria, diritti di libertà, giustizia costituzionale comparata, organi di controllo dell’Unione europea, diritto degli enti locali, drafting legislativo, biotecnologie.
Ha curato, da solo o in collaborazione, oltre venti volumi sugli stessi argomenti. I non più giovanissimi ricorderanno che nel 2011 fu nominato ministro della Salute nel governo Monti, ma ben prima era stato consigliere giuridico di numerosi ministri (Martinazzoli, Rognoni, Bindi). Successivamente è stato eletto componente del Consiglio superiore della magistratura. Oggi è anche presidente dell’Associazione italiana dei costituzionalisti, ma – ovviamente – quanto detto a noi è a titolo personale.
Secondo il professor Renato Balduzzi, per ragionare correttamente di sicurezza bisognerebbe partire dal declinarla secondo i dettami costituzionali. E la legge elettorale in discussione interferisce con i poteri del Presidente della Repubblica, mina ulteriormente il rapporto eletto-elettore, fa diventare artificialmente maggioranza una minoranza allontanando ancor di più i cittadini e le cittadine dalla politica. Sembra che il recente referendum costituzionale abbia insegnato poco.
Professore, la sentenza definitiva su Mario Roggero ha scatenato reazioni spesso sopra le righe nei confronti della magistratura e pressioni sul Quirinale. Che cosa racconta questa vicenda?
Innanzitutto, è bene ricordare che si parla di una decisione di cui conosciamo il dispositivo, ma non ancora le motivazioni. Qualunque ragionamento serio si voglia fare, qualunque decisione si voglia prendere, non può prescindere dalla lettura delle motivazioni. Quando il governo adotta un decreto-legge, quando le Camere approvano una legge, essi non devono motivare le proprie decisioni. Diversamente, la caratteristica delle decisioni della magistratura è che, appunto, devono essere tutte e sempre motivate ed è proprio sulla motivazione che si basa l'affidabilità della pronuncia stessa. Questo non è un aspetto marginale, perché dalla mancata lettura delle motivazioni derivano più facilmente strumentalizzazioni e racconti parziali, utili a suscitare emozione nell’opinione pubblica.
C’è poi il merito della sentenza…
Come detto, aspettiamo di leggere le motivazioni, ma siamo in presenza di tre gradi di giudizio. Tutti, per quello che sappiamo, allineati per quanto attiene alla ricostruzione dell'episodio e alla sua qualificazione giuridica. Non c'è la possibilità di applicare l'articolo 52 del Codice penale, non c'è legittima difesa, in questo caso sembrano mancare tutti gli elementi: non è legittima e non è difesa. Non si entra neanche nel ragionamento sulla proporzionalità tra difesa e offesa perché appunto mancano i presupposti di base; dunque, non siamo dentro la fattispecie che giustifica azioni violente come reazione ad una aggressione. E ciò, nonostante l'articolo 52 sia stato modificato due volte negli ultimi decenni sempre secondo una medesima intenzione, quella di allargarne la portata.
La Lega vuole presentare una proposta di legge per allargare ulteriormente la possibilità di difesa.
Ricapitoliamo i termini della vicenda. Una persona esce dal proprio negozio e spara alle spalle a tre persone, ne ammazza due, ne ferisce una terza, è stato celebrato un processo ed emessa condanna, perché non siamo nel Far West. Certamente, se vuole, il legislatore può precisare ulteriormente la fattispecie di reato, ma nessuna legge in uno Stato di diritto potrà validamente legittimare comportamenti come quello di cui stiamo parlando. Si tratterebbe dell’ennesima legge ad personam, destinata a cadere alla prima impugnazione davanti alla Corte costituzionale, anche se medio tempore produttiva, in quanto norma penale di favore, dell’effetto voluto, quello cioè di esimere il condannato dall’esecuzione della sanzione penale e dalle sue conseguenze civilistiche. Ne deriverebbe, insomma, un Ovest molto vicino, sotto casa, dove il senso di umanità recederebbe rispetto a comportamenti violenti, favoriti anche da una prevedibilmente più ampia diffusione di armi.
Il ministro della Giustizia, però, su precisa indicazione della presidente del Consiglio, ha fatto pressione sul Quirinale perché venga concessa la grazia a Roggero.
Mi pare che il Presidente della Repubblica abbia immediatamente rimesso a posto le cose nei termini in cui stanno, ricordando quali sono le disposizioni costituzionali e la loro interpretazione da parte della Corte costituzionale. Ci sono due questioni, la prima che riguarda appunto una parte dello schieramento politico, la quale evidentemente reputa di avere dei vantaggi tirando per la giacchetta o meglio lavorando ai fianchi, che è qualche cosa di più che tirare per la giacchetta, il Presidente della Repubblica. Anche in questa occasione il Presidente della Repubblica mi pare abbia dimostrato di avere l'alto senso delle istituzioni che tutti gli riconoscono. C'è tuttavia un’altra questione, meno discussa, ma importante, perché non riguarda solo un pezzo della politica, ma riguarda tutti.
Quale?
Quella che riguarda la nozione di sicurezza consona ad uno Stato costituzionale come il nostro, a una democrazia come la nostra. Non basta sottolineare che esiste una domanda di sicurezza tra i cittadini e che questa, ancorché sovente amplificata oltre misura per finalità di consenso elettorale, vada presa in seria considerazione da parte delle istituzioni e della politica. Occorre che la risposta a questa domanda sia orientata dalla Costituzione, come sottolinea in un recente libro l’ex capo della polizia Franco Gabrielli. La nostra Costituzione pone quale caratteristica della pena, e non soltanto della sua esecuzione, il dover tendere alla rieducazione del condannato ed esclude categoricamente la pena di morte. Ciò implica che tra difesa e offesa vi debba essere sempre una proporzionalità, un bilanciamento, e che non venga mai meno il sentimento di umanità. Se ciò vale nei rapporti tra la collettività nel suo insieme e i singoli, a maggior ragione dovrà valere nei rapporti tra i singoli. La cosiddetta giustizia privata non potrà mai essere davvero giustizia, nella misura in cui ne nega uno dei caratteri essenziali, appunto la proporzione tra il male subito e il male arrecato.
Lei ha parlato di bilanciamento. Per quanto attiene al bilanciamento dei poteri, questo tema fu al centro del referendum costituzionale della scorsa primavera. Anche nella legge elettorale che ha passato l'esame della Camera si intravede un tentativo di ridisegnare poteri. Quali rischi vede in quella proposta di legge?
Innanzitutto, richiedere l’indicazione della persona che sarà proposta come Presidente del Consiglio dei ministri appare una interferenza con i poteri del Presidente della Repubblica. Non è convincente l’obiezione secondo cui nel disegno di legge c’è scritto “fatti salvi i poteri del Presidente della Repubblica”. Anzi, proprio la circostanza che si sia avvertita la necessità di scrivere “fatti salvi” conferma che stiamo parlando di un'interferenza. D’altra parte, appare evidente che chi aveva proposto la riforma costituzionale per introdurre il cosiddetto premierato, abbia voluto trovare altre forme meno rischiose, non suscettibili di essere sottoposte a un referendum costituzionale, per arrivare indirettamente all'obiettivo. Ma il problema vero è che si stanno introducendo modalità di scelta della rappresentanza che non favoriscono la valutazione e la conoscenza del parlamentare eletto da parte dell’elettore. La proposta di legge elettorale dà ai leader dei partiti la possibilità di fare eleggere chi vogliono. Accanto a questo, esiste un’altra questione, ancora più cruciale. Così come pensato, il cosiddetto premio di governabilità sarà dato a chi non è maggioranza, in un contesto di liste bloccate e di pluricandidature. Per assicurare che cosa? Si dice: la stabilità, o almeno per evitare un possibile “pareggio”. Sotto questo secondo profilo, siamo di fronte a un vero e proprio assillo maggioritario. Quanto alla stabilità, dobbiamo intenderci, perché la stabilità “dei” governi è cosa diversa dalla stabilità “dell’azione” di governo, come intuì già l’on. Tomaso Perassi nei primi giorni di attività dell’Assemblea costituente. La stabilità dell'azione di governo non significa soltanto durare ma è soprattutto la capacità di realizzare cose che possano incontrare il gradimento dei cittadini e che dunque permettano una maggiore coesione nazionale. Non è facendo diventare maggioranza la minoranza che aumenta la coesione. Peraltro, l'esperienza di altri Stati, anche molto vicini a noi come la Francia, dimostra che l'assillo maggioritario provoca nel tempo una minore coesione, aumentando la distanza tra paese e politica.
Stiamo poi parlando di un paese come l’Italia, in cui l’astensionismo è forte…
Quando va bene, va a votare un elettore su due, e dunque dovremmo fare in modo che la legislazione elettorale sia e venga percepita come sincera, capace di collegare l'esercizio del voto a chiare conseguenze in termini di elezione dei rappresentanti e di migliorare la qualità della rappresentanza parlamentare, perché anche questo è un problema. Insomma, significa avere leggi elettorali ancora più sincere, più partecipate e partecipative proprio per impedire un’ulteriore disaffezione dei cittadini.
Il referendum costituzionale di marzo, che ha visto una consistente partecipazione al voto, insegna o dovrebbe insegnare qualcosa?
A marzo non ha vinto una corporazione contro un'altra, ma ha vinto la Costituzione, è stato cioè confermato l’assetto costituzionale che si fonda sul bilanciamento dei poteri quale premessa per garantire i diritti dei cittadini e l’adempimento dei doveri di solidarietà. Sarebbe importante andare nella direzione indicata dal voto referendario. Mi pare, invece, si stia andando nella direzione contraria.




























