Non ci sbagliavamo quando, in audizione alla Commissione affari costituzionali della Camera, dicemmo che la proposta di legge elettorale del governo aveva il solo obiettivo di tutelare le posizioni consolidate attraverso l’occupazione del potere. Lo ha detto Meloni: lo scopo è garantirsi un numero di seggi nelle due Camere, utile a rompere il “tabù” di un capo dello Stato della destra.

Giorgia Meloni sa che bene che tra i 12 presidenti della Repubblica (da De Nicola a Mattarella) tutto l’arco costituzionale è rappresentato da destra a sinistra: 5 democristiani, 2 liberali e indipendenti, uno per socialdemocratici, socialisti e comunisti. Per questo la discontinuità richiesta è con l’appartenenza all’arco costituzionale.

Pensava fosse più facile far passare la legge elettorale piuttosto che impegnarsi col premierato, dopo la bocciatura dell’autonomia differenziata – per mano della consulta – e della cancellazione del potere giudiziario - grazie al referendum del 22 e 23 marzo. Ma qualcosa non sta funzionando e ora c’è un nuovo rinvio, non per cortesia nei confronti di qualche impegno delle opposizioni, ma per i problemi interni ad una maggioranza che sta assieme in una logica di scambio, ciascuno con il suo premio da incassare.

L’autonomia differenziata, bandiera della Lega, nonostante la forzatura delle pre-intese sulle materie “no Lep” con le Regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, continua a incassare pareri discordi da costituzionalisti ma anche da organi istituzionali e non si escludono nuovi stop della Consulta. La riforma della giustizia, tanto cara a Forza Italia, è stata sonoramente bocciata nelle urne a marzo.

Il premierato, accantonato solo temporaneamente dopo il pronunciamento degli elettori, rimane il tratto più distintivo della forza che continua a non fare mistero del suo “fastidio” verso l’antifascismo. E, se per portare a casa le penne bisogna sventolare le preferenze come scalpo da esibire al generale Vannacci, si capisce l’irrigidimento meloniano nei confronti dei suoi vice.

Anche per questo un’eventuale introduzione tardiva delle preferenze, nella legge elettorale che ha come solo obiettivo dare i pieni e assoluti poteri a una coalizione che, pur ottenendo una minoranza di voti nel Paese, possa avere una maggioranza asso-pigliatutto in parlamento e tale da potersi approvare anche le leggi costituzionali senza dover passare dal voto popolare, non potrebbe cambiare il nostro giudizio contrario.

La legge proposta presenta profili plurimi di incostituzionalità e mette in discussione i principi di uguaglianza e rappresentanza nell’esercizio del diritto di voto tra tutti gli elettori e le elettrici. E per questo va rigettata in toto. Prima del voto solo una norma dovrebbe approvare il parlamento. Per permettere il diritto di voto a quei cinque milioni di cittadini che non hanno potuto votare al referendum, perché lontani dalle proprie residenze per motivi di studio, di lavoro o di cura. Se solo volessero occuparsi davvero del voto degli italiani.

Florindo Oliviero, responsabile Riforme istituzionali della Cgil Nazionale