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Nella calura agostana e nella distrazione vacanziera il governo ha approvato l’ottava e ultima revisione del Pnrr. È diventato ormai quasi stucchevole sottolineare come anche questa modifica, in barba alle indicazioni europee prescritte nel Next Generation Eu, sia stata approvata senza discutere con nessuno e stando ben attenti a non coinvolgere la società civile a cominciare dai sindacati. “Zero discussione e nessun coinvolgimento del partenariato sociale” sottolinea Cgil che in una nota aggiunge: “È mancato il confronto nonostante l’impatto profondo nell'immediato e nel prossimo futuro, sia da un punto di vista sociale che economico”.
Obiettivo della revisione? Ottenere tutte le risorse messe a disposizione dell’Italia anche se gli obiettivi originali non sono stati centrati. Il tempo è scaduto, la deadline era agosto. Ed allora ecco l’ennesimo gioco delle tre carte: sono ben 118 le misure modificate, di cui: 2 rimosse (le connessioni diagonali in ambito ferroviario e il regime di credito di imposta per investimenti nella Zes); 12 misure saranno solo parzialmente realizzabili per diversi motivi (inflazione, eventi metereologici estremi, ritardi imprevisti nelle forniture, impedimenti tecnici); 102 misure sono state modificate per attuare alternative migliori (o presunte tali) al fine di raggiungere la loro ambizione originaria; 2 misure sono nuove (investimento sui cosiddetti “treni diagnostici” e istituzione di un “credito d'imposta verde”).
Se volessimo tradurre e sintetizzare quanto il governo ha deciso potremmo dire che si sono ulteriormente ristretti gli investimenti in welfare e per la transizione ambientale, ulteriore colpo lo hanno ricevuto le linee ferroviarie e nelle linee trasversali, quelle che vanno da est a ovest, e le risorse sono state ulteriormente trasferite ad incentivi alle imprese. “L’impatto del Pnrr su transizione climatica e digitale cala ulteriormente, accontentandosi di rimanere entro le percentuali minime previste dai regolamenti europei”, questo il commento della Confederazione di Corso Italia.
E non finisce qui, il meccanismo dei costi non correlati ai finanziamenti ma ai traguardi/obiettivi consentirà economie di spesa rilevanti che potrebbero essere utilizzate per aumentare le spese militari. Spostamento che anche in questo caso non è stato discusso con nessuno.
Il Governo Meloni si è trovato a gestire un Piano di ripresa e resilienza che non ha scritto e che, nella sua impostazione di fondo, non condivideva. Troppo spazio al pubblico, poco al privato. Le revisioni sono servite a modificare il piano originario non solo per cercare di centrare gli obiettivi ma anche per correggerne l’impostazione originaria. Non è un caso che tra i primi provvedimenti presi troviamo la riduzione dei posti in asili nido, tagliato ben 1 miliardo, e poi riduzione di case e ospedali di comunità, per non parlare dei tagli alle misure originariamente previste per la transizione verde. Così come nulla si è fatto con i milioni che dovevano essere utilizzati per il superamento dei “ghetti” e delle baraccopoli che “ospitano” i migranti utilizzanti nelle campagne. Ancora, la riserva di posti in nuova occupazione per il lavoro alle donne – non implicava una spesa – anch’essa volatilizzata. E rimaniamo il Paese europeo con il più basso tasso di occupazione femminile.
Secondo Christian Ferrari, segretario nazionale della Cgil, il bilancio è inequivocabile: “A pochi giorni dalla scadenza del Piano nazionale di ripresa e resilienza, la prima valutazione da fare è che, senza quelle risorse, contro le quali la presidente del Consiglio si era schierata insieme al suo partito, l’Italia sarebbe da tempo in recessione. Detto questo, gli obiettivi originari del Pnrr, attraverso le innumerevoli rimodulazioni, peraltro decise dal governo nel chiuso di una stanza senza alcun coinvolgimento del Paese e delle forze sociali, sono stati fortemente ridimensionati, soprattutto per quanto riguarda gli interventi in ambito sociale e ambientale”.
Scopriremo tra poche settimane, quando il governo presenterà la manovra di bilancio, che futuro si prospetta a fronte di due guerre che non finiscono, il prezzo del petrolio che sembra impazzito e il governo che, come unica misura, rinvia di settimana in settimana il taglio delle accise sul diesel.
Ma come state impiegate le risorse del Pnrr tagliate al sociale e all’ambiente? È sempre il segretario confederale a rispondere: “Sono stati incrementati esponenzialmente gli incentivi automatici alle imprese, con condizionalità sempre più flebili. Così come i risultati delle riforme in materia di sanità territoriale, disabilità e mercato del lavoro sono largamente deludenti. In sostanza, sotto molti punti di vista (in particolare nel cambiamento della struttura produttiva e nel contrasto a diseguaglianze e divari territoriali) siamo di fronte a una grande occasione mancata”.
“Infine – aggiunge Ferrari - ciò che più preoccupa è l’assenza di qualunque strategia di politica industriale e di investimenti pubblici che sia in grado di proseguire il percorso intrapreso con il Pnrr. Assenza che rischia di penalizzare innanzitutto il Mezzogiorno e gli Enti locali, che invece sono stati i vari protagonisti positivi del processo di attuazione del Piano”.

























