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Dico No alla riforma Nordio perché l'indipendenza della magistratura tutela innanzitutto noi, cittadine e cittadini, perché rappresenta un argine al potere di chi ci governa e una garanzia dei diritti di tutti, e soprattutto dei più fragili.
Dico No perché questa riforma costituzionale - con il pretesto di una separazione delle carriere che di fatto c'è già e funziona, e ce lo dicono anche tantissimi avvocati – va a indebolire l'indipendenza della magistratura e intacca l'equilibrio tra i poteri – a tutto vantaggio dell’esecutivo. Lo fa spaccando il Csm, l’organo di autogoverno della magistratura, sottraendogli il potere disciplinare e introducendo il sorteggio per i magistrati che ne fanno parte (quando possiamo sceglierci persino i rappresentati di classe o quelli per l’assemblea di condominio). Tema particolarmente urgente perché oggi l'indipendenza del potere giudiziario è sotto attacco in tutto il mondo, specialmente dove le destre sono al potere.
Dico No perché la reale indipendenza del potere giudiziario è sempre e comunque fragile: è frutto di equilibri delicati, dei meccanismi che regolano il funzionamento dei processi, e l’attività e la carriera dei magistrati. Purtroppo non basta che sia scritta nell’articolo 104 della Costituzione, questo ce lo insegna anche la storia dell’Italia repubblicana.
I padri e le madri costituenti hanno tracciato una cornice di principi chiara e solida, che però è rimasta a lungo sulla carta. Anche l’effettiva indipendenza della magistratura – rispetto alla gerarchia interna e al potere politico - è un frutto maturato lentamente, soprattutto grazie alle battaglie degli anni Sessanta e Settanta, in cui si confrontano due idee profondamente diverse di “giustizia”.
Da una parte, magistrati, soprattutto giovani, impregnati dello spirito costituzionale e dell’ideale di una giustizia davvero uguale per tutti, che chiamasse a rispondere dei propri atti anche il potere politico ed economico; dall’altra giudici conservatori, soprattutto nell’alta magistratura, profondamente in sintonia con il potere esecutivo, che vedono la giustizia come ordine, repressione e “non disturbare il manovratore”. Un confronto che, per inciso, matura e si sviluppa dentro le tanto vituperate “correnti”!
Tra i frutti concreti di quel fermento ci sono state le prime grandi inchieste sulla corruzione, le inchieste sui depistaggi nei processi per le grandi stragi, da piazza Fontana in poi, la scoperta della P2...
Molti giudici hanno pagato con la vita il loro servizio ai cittadini. Sono ben 26 i magistrati assassinati nella storia della Repubblica: 11 dal terrorismo rosso e nero, 15 dalle mafie. Uno destino tragico che hanno condiviso con troppi giornalisti. Magistratura e stampa indipendente, d’altra parte, sono baluardi fondamentali nella difesa della democrazia e dei diritti. Quando la giustizia e la stampa sono svilite, sono attaccate e denigrate, come accade troppo spesso oggi, è un problema per tutti noi.
Anche questo oggi dico No. E spero che saremo tantissimi.

























