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Meno ore di scuola, più flessibilità oraria, più formazione e lavoro. È quella che potremmo definire la regola del “3” delle riforme di Valditara: quella che caratterizza il disegno con cui questo governo - pezzo dopo pezzo - sta cambiando la scuola italiana. Dopo la filiera tecnologico-professionale, il liceo del made in Italy e il liceo in quattro anni, tocca ora agli istituti tecnici. Con qualcosa in più: stavolta non si tratta di una sperimentazione, ma di una riforma ordinamentale, figlia del Pnrr. Iniziata dunque ben prima del governo Meloni - con Draghi e Bianchi - ma che negli anni è stata ampiamente modificata. E in peggio.
Si parte dal prossimo anno
Lunedì 9 marzo 2026 è stato pubblicato il decreto ministeriale n. 29 con i relativi allegati: diventano così disponibili i quadri orario che le scuole dovranno adottare a seguito del Dl 45/2025. La riforma dovrebbe dunque partire il prossimo anno scolastico, anche se la segretaria generale della Flc Cgil Gianna Fracassi - visti i numerosi problemi che comporta - ha scritto una lettera al ministro Valditara per sollecitarne il rinvio. Lo strumento potrebbe essere l’approvazione di un emendamento al Dl 19/26 basato su una proposta del sindacato della conoscenza della Cgil.
Di queste criticità abbiamo parlato con Graziamaria Pistorino, segretaria nazionale della Flc Cgil, che prima di tutto sottolinea il positivo stato di salute dei nostri tecnici: “Da anni le iscrizioni sono al 30% del totale, a differenza per esempio di quelle ai professionali che sono calate nel tempo”.
Meno tempo scuola
Come interviene dunque il governo? Innanzitutto tagliando il tempo scuola: “Vengono eliminate - spiega la sindacalista - 66 ore al quinto anno. Di queste, 33 vengono tolte all’italiano, un’ora a settimana, e proprio nell’anno della maturità. Al contrario vengono ampliate le attività di formazione scuola lavoro. Anche in queste piccole cose si legge la curvatura ideologica della riforma”.
Una curvatura molto evidente nelle altre novità. I tecnici finora avevano un biennio unitario, che rendeva possibile per ragazze e ragazzi una scelta più ponderata dell’indirizzo da seguire al triennio: “Con i nuovi tecnici - fa notare Pistorino - questa unitarietà scompare. Al contrario è prevista una quota oraria di flessibilità che la scuola potrà utilizzare per aderire alle 'esigenze formative delle imprese’. Si tratta di una citazione letterale ed è esattamente quello che questo governo intende realizzare anche con la filiera tecnologico-professionale e che noi abbiamo denunciato come una evidente sudditanza della scuola al mercato”.
L’anticipo della formazione scuola e lavoro
Lo spostamento della scuola verso le imprese è evidente anche in altri pezzi della riforma: le ore di Formazione scuola lavoro (ex alternanza-scuola, ex Pcto) vengono anticipate al secondo anno. Commenta Pistorino: “Una cosa che dal punto di vista didattico ha poco senso: si dovrebbero cominciare a sperimentare operativamente sul lavoro le conoscenze che si sono già acquisite e maturate nel biennio. Così invece di fatto si va verso una forma di vero e proprio apprendistato, con una sottovalutazione del valore formativo della scuola”.
Il tema è sempre lo stesso: "La subalternità culturale all'idea che per formarsi servono semplicemente le competenze acquisite sul luogo di lavoro. Ciò rappresenta un'apertura verso la durata quadriennale della scuola secondaria: un altro obiettivo di questo governo, già in parte perseguito con la filiera e la sperimentazione nei licei”.
Gli accorpamenti disciplinari: un grande pasticcio
Ma è su questo tema che si è consumato un gran pasticcio, cui il ministero ha tentato di porre rimedio con una circolare maldestra, la 1.937 del 19 marzo. Ma andiamo con ordine. Dalla lettura dei nuovi quadri orario emerge chiaramente che tra le discipline penalizzate rientrano l’insegnamento della Geografia e della seconda e terza lingua nel settore economico e delle Scienze integrate nel settore tecnologico-ambientale. Soprattutto, la nuova disciplina delle Scienze sperimentali accorperà gli insegnamenti di Scienze della terra, Biologia, Chimica e Fisica: questi insegnamenti nel settore tecnologico-ambientale passano, complessivamente, da 528 ore a 297 ore con una perdita di 231 ore, con buona pace della diffusione delle discipline Stem. Inoltre, denuncia la Flc Cgil, in ciascuno degli undici indirizzi vengono penalizzate anche ore di discipline più professionalizzanti a esclusivo vantaggio della quota di curricolo a disposizione della scuola.
“Un aspetto molto grave - riprende la segretaria nazionale della Flc Cgil - sta nel fatto che nell'impalcatura nazionale non era specificato quali delle vecchie materie verranno poi effettivamente insegnate nella singola scuola. Ciascun istituto dovrà effettuare la propria scelta e questo sta mettendo in grande difficoltà i dirigenti. Saranno loro a dover decidere, anche in base ai docenti titolari. E questo comporta due problemi: da un lato un’ulteriore frammentazione su base territoriale dell’unitarietà del percorso, dall’altro il fatto che chi si è iscritto a gennaio a oggi non sa ancora quale di queste materie verrà poi effettivamente insegnata”.
Questo fino a una settimana fa. Poi è arrivata la circolare. Una nota in grande ritardo rispetto alle operazioni di inserimento degli organici al sistema Sidi (quello in cui, tra le altre cose, le scuole inseriscono i dati del personale) e che nella sostanza rappresenta un vero e proprio contrordine alla riforma. La circolare invita infatti gli istituti tecnici a utilizzare le ore della quota del curricolo scolastico proprio per sanare quelle falle negli insegnamenti - segnalate dalle scuole – di cui si diceva sopra. Per la Flc “la cura è peggiore del male” sia perché molti istituti avevano già adottato delibere per cercare di dare un senso alla riforma, sia perché si tratta di un vero e proprio vulnus - e per di più con una norma di rango inferiore - all’autonomia scolastica che è norma di rango costituzionale, contenuta nel titolo V della Carta. Motivo in più per posticipare l’entrata in vigore della riforma.
Il taglio dei docenti
Non vanno, infine, sottovalutate le ricadute sul personale docente. Nei nuovi istituti tecnici ci saranno 576 insegnanti in meno. Ma dietro questa cifra si nasconde altro: questo numero è infatti il saldo tra l’incremento degli insegnanti tecnico-pratici (+1.104) e il taglio di 1.680 docenti sulle discipline fondamentali. “Anche in questa scelta, che valorizza le ore destinate ad apprendistato e ad attività on the job - conclude Pistorino - è ben evidente la scelta ideologica del governo: gli istituti tecnici si avvicinano sempre più a un vero e proprio pre-avviamento al lavoro”. Il risultato sarà la creazione di sovrannumerari e la mancata stabilizzazione di tanti precari.



























