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Il piano casa. Lo abbiamo sentito nominare, evocare, annunciare tante di quelle volte da quando è in carica questo governo, che ormai sembra una specie di leggenda metropolitana. L’ultima, nella conferenza stampa di inizio anno della premier Meloni: “Siamo in dirittura di arrivo con la presentazione del piano casa – ha dichiarato -. È un progetto molto ampio a cui stiamo lavorando insieme al ministro Salvini”.
Ma quali 100 mila nuovi alloggi?
Con la collaborazione, ha aggiunto, del ministro Foti, di Confindustria, e della Cei, la Conferenza episcopale italiana. “Penso, quindi, si possa lavorare insieme al ‘sistema Italia’ e presentare un pacchetto articolato” ha aggiungo la premier. Al centro, abitazioni a prezzi accessibili per giovani coppie e per famiglie con redditi medio-bassi. 100 mila nuovi alloggi nei prossimi dieci anni, per la precisione, al netto delle case popolari.
Peccato che di questo pacchetto articolato, di questo piano casa non ci sia traccia, da nessuna parte. Non se ne sa niente, non c’è neppure una riga, un’ipotesi, una bozza. E checché ne dica Meloni, la “società civile” non è mai stata interpellata.
Ancora propaganda
“In una fase in cui la crisi abitativa assume dimensioni preoccupanti e richiede misure urgenti e adeguate – dichiara Daniela Barbaresi, segretaria confederale della Cgil -, il governo annuncia un piano casa in dirittura di arrivo che avrebbe come obiettivo 100 mila alloggi in 10 anni. Al netto della propaganda, appare un programma incerto e poco chiaro nei contenuti, nelle risorse e nelle modalità di attuazione, sicuramente inadeguato per rilanciare le politiche abitative nazionali”.
Persino le associazioni dei costruttori e degli agenti immobiliari hanno accolto l’ennesimo annuncio in modo tiepido, perché il piano non risolve il problema e perché case popolari e affitto necessitano di azioni importanti di slancio per rispondere alle esigenze abitative. Mentre per l’ennesima volta la legge di bilancio non prevede niente per far fronte all’emergenza.
35 per cento dello stipendio in fumo
D’altra parte, secondo l’ultima ricerca di Cassa depositi e prestiti, direzione strategie settoriali e impatto, gli italiani in media devono destinare più di un terzo dello stipendio al pagamento dell’affitto, il 35 per cento per la precisione, sebbene in quasi tutte le città metropolitane il rapporto vada oltre la media, come a Bologna, Torino, Venezia, Firenze, Napoli, Cagliari, Bari e Messina, fino ai casi di Milano e Roma, dove va in fumo rispettivamente il 76 e il 65 per cento della paga.
Stando all’indagine di Cdp, sono circa 1,2 milioni le famiglie che hanno difficoltà nel sostenere i costi abitativi, prevalentemente monoreddito e monocomponente, lavoratori precari o a bassa qualifica, residenti in comuni con più di 50 mila abitanti e in affitto.
I giovani sono la fascia di età più colpita: il 12,4 degli under 34 destina oltre il 30 per cento del proprio reddito alla casa, una quota più che tripla rispetto agli over 65 (3,2).
“Preoccupano le modalità di attuazione del piano casa – prosegue Barbaresi -, essendo verosimilmente orientato soprattutto alla vendita, mentre si continua a sottovalutare il comparto delle locazioni, che ha visto negli ultimi anni incrementi insostenibili degli affitti che assorbono gran parte del reddito disponibile delle famiglie, escludendo quelle in condizione di maggiore precarietà economica”.
Sos casa in Europa
L’altra faccia della medaglia? La disponibilità di alloggi a canoni calmierati è limitata e inferiore agli altri Paesi europei: l’Italia si ferma al 2,4 per cento, contro una media Ue pari all’8. Secondo l’Eurostat tra il 2010 e 2024 i prezzi delle abitazioni nel continente sono aumentati mediamente del 55 per cento, gli affitti di quasi il 27. Un salasso che falcidia i salari: a Lisbona l’affitto consuma il 116 per cento dello stipendio, seguono Barcellona, Madrid, Milano, Roma e Dublino.
In Europa una persona su dieci dichiara di non riuscire a pagare puntualmente l’affitto o il mutuo, mentre più di un milione di cittadini Ue sono senza dimora, ma il rischio sfratto per le fasce più deboli della popolazione tocca 18 milioni di persone. Un’emergenza talmente diffusa che anche l’Europa ha messo mano a un suo piano casa presentato dal commissario Dan Jorgensen.
Povertà abitativa
Non basta. Nel 2024 nella Ue il 17 per cento della popolazione viveva in una casa sovraffollata, il 9 per cento non era in grado di riscaldare adeguatamente la propria abitazione. Le percentuali più elevate si sono registrate in Bulgaria e Grecia (entrambe al 19 per cento), seguite da Lituania e Spagna (18), mentre Finlandia, Slovenia e Polonia hanno registrato le percentuali più basse. Un indicatore che la povertà abitativa non riguarda solo la disponibilità di reddito per pagare l’affitto o il mutuo.
Rifinanziare i fondi, recuperare il patrimonio
“Il divario tra ricchi e poveri delineato dall’ultimo rapporto Oxfam, che accentua l'inequità sociale e penalizza le fasce più vulnerabili della popolazione, non è più sostenibile – dichiara Stefano Chippellli, segretario generale del Sunia -. È indispensabile che il governo adotti provvedimenti urgenti e non più procrastinabili per contrastare questa emergenza sociale, potenziando gli investimenti in edilizia pubblica e sociale con il recupero del patrimonio esistente e, in special modo, recuperando gli alloggi sfitti, il rifinanziamento adeguato del fondo affitti e della morosità incolpevole e investimenti adeguati e strutturali per garantire alloggi in affitto a canoni sostenibili al reddito attuale dei cittadini”.
L’impegno deve essere pubblico
Nell’annunciare il fantomatico piano, la premier Meloni ha poi fatto riferimento a un “sistema Italia” che sembra alludere a ipotetiche partnership con tra Stato e privati, ammesso che gruppi e fondi immobiliari possano essere interessati a investire nel social housing.
“Preoccupano le indiscrezioni che giungono da più parti sulla gestione affidata a operatori privati legati al mondo finanziario – fa notare la dirigente Cgil -, che sicuramente concorrono a una deriva speculativa che vede sempre più la casa come asset legato alla rendita. È necessario una responsabilizzazione più forte delle politiche pubbliche, che devono tornare a governare il settore in termini finanziari, normativi, strategici”.
“Bisogna rispondere alle tante domande oggi presenti nei territori in termini di alloggi accessibili – conclude Barbaresi -, ma soprattutto intervenire a sostegno dei redditi più bassi rilanciando l’edilizia residenziale pubblica, con un impegno dello Stato che deve sostenere il settore, come ambito importante del welfare. Al contrario il governo abdica il proprio ruolo programmatorio in favore dei privati, in un settore fondamentale per la vita di cittadini e lavoratori”.






















