Il 31 marzo, a Milano, durante la cerimonia di benedizione del cantiere di Fiera Milano City in cui stava nascendo il nuovo ospedale, tanto discusso quanto fortemente voluto dal presidente Attilio Fontana, l’arcivescovo Mario Delpini ha affidato quel luogo “di cura e di speranza” alla “intercessione del santo monaco taumaturgo libanese Charbel Makhluf e del santo medico e frate Riccardo Pampuri”. Il secondo santo, Pampuri, è stato canonizzato da Wojtyła nel 1989. Era un medico condotto a Morimondo negli anni ‘20, poi sì trasferì nella vicina Trivolzio ed entrò nella congregazione dei Fatebenefratelli. E già dava il nome a una struttura sanitaria, a Brescia. Un posto, per alcuni, altrettanto discusso. 

Si stratta di un ospedale psichiatrico, trasformato in in dormitorio e gestito da “Asilo notturno San Riccardo Pampuri Fatebenefratelli”. La onlus di area cattolica, da decenni, amministra il ricovero per senzatetto e nel 2014 ha aperto un centro d'accoglienza straordinaria per richiedenti asilo. Oggi alloggia circa 150 persone. E’ uno dei grandi centri per richiedenti asilo che sono sorti come funghi negli ultimi anni, e ce n’eravamo già occupati in un’inchiesta nella quale raccoglievamo l’appello di uno degli ospiti . Il giovane migrante era terrorizzato dalla difficoltà nel seguire lì dentro le norme per prevenire il contagio da Covid-19: distanziamento sociale, utilizzo di mascherine e guanti, igiene frequente, ecc. Avevamo anche pubblicato dei video che avallavano il fatto che nel centro c’era poco spazio per gli ospiti, e almeno una persona con sintomi era stata portata via da un’ambulanza.

Oggi, siamo in grado di confermare che all’interno del Pampuri ci sono stati 4 casi conclamati di coronavirus, che le condizioni igienico-sanitarie restano critiche, e che il distanziamento sociale appare molto difficile. Il Cas ospita 134 persone, mentre i senzatetto sono 17. A Brescia, nella regione più colpita dal virus, un vecchio manicomio pieno di gente non può non essere considerato un luogo a rischio, così come lo sono del resto gli altri Cas medio-grandi, gli hot-spot e tutti i ghetti informali.

Abbiamo contattato alcuni residenti del Pampuri, che si sono detti molto spaventati e ci hanno lanciato il loro allarme. Ci hanno riferito che alcuni ospiti sono stati sottoposti al tampone e sono risultati positivi al coronavirus. La notizia è stata confermata dalla direzione della struttura: ci sono stati finora due casi positivi tra i senza fissa dimora e due tra i richiedenti asilo. I timori, però, riguardano soprattutto l’affollamento del centro e il controllo dei sintomatici. Secondo la nostra fonte, una decina di persone avrebbe sintomi chiari e alcuni di loro non rispetterebbero l’isolamento: “Hanno la febbre oltre i 39 e fanno fatica a respirare. Sono stati messi in locali inaccessibili, ma qualcuno si è rifiutato ed è rimasto nelle loro stanze, insieme ai compagni sani”.

Carlo Prati, il direttore del centro non ci fornisce cifre sui sintomatici, ma afferma che “uno dei casi positivi tra i senza fissa dimora è stato immediatamente isolato insieme all’intera locanda (la Locanda San Giovanni di Dio, un edificio interno alla struttura ndr), con controllo da parte nostra 24 ore su 24”. Tutti gli altri presenti, a fine quarantena, sarebbero però “risultati negativi”. Il secondo caso positivo è stato ricoverato e si trova tuttora in ospedale. Il primo positivo tra i richiedenti asilo, invece, “è stato ricoverato, e poi inviato in un’apposita struttura”. L’ultimo caso, “asintomatico”, sarebbe stato infine “isolato”, e i suoi compagni di stanza messi “in isolamento in uno spazio diverso dal suo”. Per quanto riguarda i sintomatici senza tampone, invece, la direzione nega che possano imbattersi in altri ospiti sani, e afferma di aver adibito sin dall’inizio dell’epidemia “uno spazio”, “pulito e sanificato”, e di effettuare “screening periodici a cadenza bisettimanale” con due medici e di un infermiere interni alla struttura.

Una conferma delle difficoltà a gestire la situazione all’interno del Pampuri, però, ci arriva da Francesca (il nome è di fantasia), un’ex operatrice che fino a poco fa lavorava lì, ed è rimasta in stretto contatto con diversi residenti. “Alcuni ospiti mi hanno riferito che le persone con sintomi sono per lo più bengalesi e pachistani e sono stati sistemati in un locale isolato - racconta -. Di giorno, però, vanno in giro a far visita agli amici, e mangiano alla stessa mensa (che è stata organizzata in turni per permettere il distanziamento sociale ndr). Bisogna considerare, in ogni caso, che molte delle persone che vivono lì dentro hanno una bassa scolarizzazione e non si rendono davvero conto dei rischi che corrono”. Alla domanda se esiste un rischio concreto di focolaio, il direttore del Pampuri risponde: “Rischi concreti sono ovunque in queste situazioni e, per ridurre al massimo il pericolo di contagio per tutti, si sono adottati protocolli e dpi secondo quanto richiesto dalle istituzioni e dal regolamento interno”. 

Della situazione all’interno del Cas bresciano sono infatti a conoscenza sia la Prefettura che l’Agenzia di tutela della salute locali. “Di tutte le misure adottate - rivela ancora Prati - sono stati informati con apposita mail la Prefettura, nella persona del viceprefetto dottor Bortone, e Ats, nella persona della direttrice dottoressa Laura Lanfredini”. Tra l’altro, Prefettura e Agenzia “sono costantemente informati con continue richieste di delucidazioni e modalità d’azione da parte nostra”.

A questo proposito, abbiamo contattato la Prefettura di Brescia. Ci ha risposto la vice capo gabinetto Monica Vaccaro, che dichiara: “Da quando è scoppiata l’emergenza abbiamo avuto un’interlocuzione con tutti i centri di accoglienza del territorio, per capire se venivano adottate misure di contenimento”. Sono però  recentemente partiti dei tavoli da remoto “per approfondire i vari settori di interesse, affrontare la situazione in atto e programmare quello che si farà nei prossimi mesi. Abbiamo creato un tavolo con il terzo settore per monitorare il mondo dell’accoglienza, d’ora in poi sarà un’interlocuzione costante e continua, con informazioni di dettaglio per affrontare il problema”. 

Si spera che il tavolo fornisca l’occasione per affrontare tutte le difficoltà di gestione di centri ormai troppo grandi e affollati, come quello Via Flero. Anche perché oggi la situazione igienico-sanitaria del Pampuri appare quantomeno difficoltosa. Lo dimostrano in maniera più che esplicita dei video che ci arrivano da due diversi ospiti. In un primo filmato si vede un lungo corridoio, con 13 stanze. Una di queste viene indicata come “la stanza con il coronavirus”, nella camera che si trova due porte dopo ci sono una manciata di ragazzi accampati, senza protezioni. Alla fine del corridoio spuntano 5 bagni comuni. “Per almeno 40 persone - commenta chi sta girando il video - siamo in troppi, non possiamo stare a distanza”. 

D’altro canto due stanze del Pampuri, la 103 e 104, accolgono attualmente 16 e 18 persone, anche in piena emergenza Covid-19. “Ogni sera”, secondo gli ospiti, si creerebbero “degli assembramenti da 4 fino a 15 persone nelle stanze, nei corridoi e negli altri spazi comuni”. “Le distanze interpersonali - continuano - non sono rispettate in alcun modo. Tante volte le persone si scambiano i posti letto, senza cambiare la biancheria”. La direzione replica affermando di aver spiegato a tutti i residenti, “anche nelle loro lingue”, “l'importanza dell'uso della sanificazione delle superfici e della pulizia delle mani”, fornendo “mascherine, gel igienizzante e prodotti sanificanti”, con “impiego a usura”.

Nonostante tutto, però, la condizione del Pampuri appare oggi quantomeno preoccupante. In un altro video, infatti, si palesano le condizioni igieniche davvero disastrose di alcuni bagni. Muffa e sporcizia ovunque, incrostazioni, rifiuti, nugoli di insetti e panni appesi ad asciugare. Uno stato evidentemente incompatibile con le direttive necessarie al contenimento del contagio.

La direzione, a questo proposito, ci fa sapere che delle pulizie si occupano, “sia personale di una cooperativa esterna, che ospiti interni oggetti di tirocini”, i quali “adeguatamente formati”, due volte al giorno “compiono una serie di operazioni dalla pulizia dei locali comuni e dei bagni, lo svuotamento dei cestini interni ed esterni, la pulizia dei locali mensa”. La sanificazione delle stanze è invece incombenza degli ospiti, “sotto nostra sorveglianza e con attrezzature fornite da noi”. Solo che, sempre secondo l’ex operatrice Francesca, “lì dentro c’è gente che vive in situazioni di fragilità e di grande disagio. Persone anche con problemi psicologici seri. Quando ci lavoravo io qualcuno stava lì da tre anni e non usciva dalla sua stanza da mesi”. Non è un caso, dunque, se a detta di altri ospiti “le stanze in cui viviamo sono in condizioni igieniche deplorevoli. Le lenzuola e i materassi sono sporchi, e le stesse condizioni igieniche si trovano nei bagni comuni”. 

Secondo i gestori del Pampuri, però, le istituzioni (Ats e Prefettura) “sono perfettamente al corrente della nostra situazione e vengono aggiornate regolarmente”. La Prefettura, tra l’altro, “non ha dato disponibilità” alla richiesta di ulteriori spazi per affrontare l’emergenza. L’associazione Asilo Notturno Pampuri, insomma, vista “la poca risposta da parte delle autorità sanitarie”, ha dovuto “trovare soluzioni e interventi con le nostre sole forze”. Resta comunque da capire se Prefettura e Ats siano fino in fondo consapevoli dei rischi che corrono i richiedenti asilo, e se le “forze” che sono state messe in campo siano effettivamente sufficienti a tutelare la salute degli ospiti, degli operatori e dei responsabili del centro. Il problema, infatti, pare determinato, come spesso accade, soprattutto dalle dimensioni della struttura e dal numero di persone ospitate. Abbiamo contattato l’Ats di Brescia, chiedendo se avessero effettuato controlli sul Pampuri e se fossero a conoscenza delle procedure di contenimento messe in atto. “Questa Agenzia ha ancora in corso accertamenti rispetto a quanto richiesto”, è stata l laconica risposta.

 Il Pampuri, però, non è certo un caso isolato. Di situazioni simili in centri davvero troppo grandi, e non solo perché siamo in pandemia, è piena l’Italia. Il 2 aprile scorso, una circolare del Dipartimento libertà civili e immigrazione del ministero ha dato disposizione ai prefetti di far rimanere nei centri tutti i migranti in accoglienza nel nostro Paese (i dati ufficiali parlano di circa 85.000 persone). Il ministero ha disposto che anche i migranti che hanno perso il diritto all'accoglienza debbano restare nelle strutture per frenare il contagio. 

Il coronavirus ha quindi sostanzialmente “congelato” una situazione già critica. Il ministero e le prefetture, però, non hanno fatto praticamente nulla per evitare che centri più grandi, come quello bresciano, si trasformassero in un paio di mesi in bombe sociali e sanitarie pronte a esplodere. Quella dei migranti è infatti un’emergenza nell’emergenza, ma al momento pare che se ne interessino solo terzo settore e sindacati. Sono decine le segnalazioni sul rischio di contagio in centri di accoglienza più o meno ufficiali che arrivano dal nord al sud del Paese. Molte di queste strutture sono il frutto marcio del famigerato decreto Salvini, che dal 2018 privilegia gli assembramenti, taglia i fondi ai gestori, ed espelle dal sistema migliaia di richiedenti asilo. 

Lo ammette anche il direttore del Pampuri, Carlo Prati: “E’ innegabile che i tagli ai fondi abbiano influito sulla gestione dei centri di accoglienza, e anche sulla nostra struttura, grande e non proprio recente. Gli ospiti sono spesso connotati da vulnerabilità e il personale che ci possiamo permettere è in numero non del tutto adeguato alle esigenze”. Nell’ultimo mese, tra l’altro, si sono susseguiti gli appelli e le lettere aperte per chiedere al governo di tutelare la salute degli ospiti dei Cas, degli hot-spot e delle centinaia di insediamenti informali sparsi per l’Italia. Ma la risposta non è ancora arrivata. La ministra Lamorgese ha recentemente parlato della possibilità di regolarizzare “solo chi serve in determinati settori”. Nel frattempo, i focolai degli ultimi restano ancora nascosti agli occhi dei più. Il virus sarà anche democratico come dicono, ma la quarantena di certo non lo è. 

INTERVISTA A CARLO PRATI, DIRETTORE DEL PAMPURI