“La sinistra sta sempre dalla parte sbagliata della storia”. Digrigna i denti Giorgia Meloni quando pronuncia questa frase durante la conferenza stampa di inizio anno. E la pronuncia rispondendo ad una domanda sul Venezuela e sulla manifestazione della Cgil definita strumentalmente “pro-Maduro”. Troppo ghiotto il quesito servito su un piatto d’argento per non rispondere a modo e buttarla, come al solito, in caciara.

La risposta della premier però è propaganda allo stato puro e quella frase da Baci Perugina comprati a Predappio non spiega nulla ma pretende di spiegare tutto. Funziona perché semplifica, perché trasforma la politica in una gara morale dove uno vince per definizione e l’altro perde per natura. Ma la storia, quella vera, non ama le scorciatoie né le sentenze prefabbricate.

Il caso Venezuela è solo un pretesto. Davanti a una manifestazione che denuncia repressioni e arresti, la “sinistra” non difende regimi né santifica governi, pone una questione politica e democratica. Chi decide cosa è legittimo e cosa no, con quali strumenti, dentro quale ordine internazionale. È una domanda scomoda per chi preferisce il mondo diviso in buoni e cattivi, in amici e nemici, in leader forti da applaudire o da abbattere a seconda della convenienza geopolitica del momento. Dubitare non è stare dalla parte sbagliata, è rifiutare la politica ridotta a tifo.

Il vero nodo però è un altro. Da che pulpito arriva la predica? Perché quando Meloni parla di “storia” finge di dimenticare la propria genealogia politica. Fratelli d’Italia non è un parto immacolato della modernità. È l’ultimo anello di una catena che parte dal Movimento Sociale Italiano, fondato da reduci della Repubblica di Salò e del partito fascista. Una continuità mai realmente spezzata, solo ribrandizzata. Lo dice la storia, lo dicono i simboli, lo dice quella fiamma che arde ancora nel logo e che non è lì per caso.

Il fascismo non è una macchia astratta da archiviare con una formula di circostanza. È stato un regime che ha messo l’Italia dalla parte sbagliata della storia per davvero, contro la democrazia, contro il lavoro, contro la libertà, contro la pace. Da quella scelta nasce una tradizione politica che ha sempre avuto un rapporto problematico con la Costituzione, con l’antifascismo, con l’idea stessa di conflitto sociale come motore di progresso. È da lì che arriva l’attuale presidente del Consiglio, non da un generico centrodestra senza memoria.

E allora il gioco delle accuse si rovescia. Perché chi usa la storia come clava dovrebbe prima fare i conti con la propria. La sinistra ha sbagliato, sbaglia e sbaglierà ancora, ma lo fa dentro un campo democratico che non rinnega le sue fondamenta. Altri non hanno mai davvero rinnegato le proprie. È bene continuarlo a dire senza timidezze, perché la storia non è un meme da social né una frase da conferenza stampa. È una responsabilità politica quotidiana e non sta mai dalla parte di chi finge di non sapere da dove viene.