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Questo reportage fa parte di Collettiva Academy, il progetto di collaborazione tra la redazione di Collettiva e gli studenti della Facoltà di Scienze politiche, Sociologia, Comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma. Gli autori sono studenti che hanno partecipato al nostro laboratorio di giornalismo narrativo.
“Una volta concluso il programma, che dura un paio di anni, il rientro nella società è graduale”. Franco, ex tossicodipendente che ha conosciuto la strada, il carcere e poi la comunità terapeutica, racconta così il momento più delicato del suo percorso per uscire dalla dipendenza: il reinserimento nella vita quotidiana.
L’inizio, la spirale
Franco inizia presto. A dodici anni entrano nella sua vita le prime sostanze: anfetamine, Lsd, hashish, alcol. All’inizio non è un problema, ma un’esperienza condivisa, quasi un gioco. L’eroina arriva più tardi, e con lei quella che Franco definisce senza esitazioni una “luna di miele”: un innamoramento totale, assoluto, che sembra dare un senso a tutto. È una fase che molti descrivono come illusoria e brevissima, ma che lascia un segno profondo.
Quando finisce, resta il bisogno. Da lì comincia una spirale che durerà tredici anni, scandita da consumo quotidiano, piccoli reati, relazioni interrotte e una progressiva perdita di sé.
L'aiuto che non arriva
All’esterno, il rapporto con i servizi è debole e frammentato. Franco racconta di interventi ridotti al minimo indispensabile, spesso limitati alla somministrazione del metadone. Manca un vero lavoro psicologico, manca soprattutto una relazione stabile. I servizi ci sono, ma non riescono a diventare un punto di riferimento continuo.
Il tempo passa, i danni si accumulano, e la richiesta di aiuto non arriva. Non perché non ci sia sofferenza, ma perché la dipendenza restringe lentamente le alternative fino a farle scomparire.
Otto anni prima della cura
C'è un'esperienza individuale,sì ma anche una dimensione sistemica. “Tra il momento del consumo problematico e la presa in carico oggi si stimano circa otto anni”, spiega Stefano Reggio, responsabile Area consumi e dipendenze del Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca), una federazione a cui aderiscono 260 organizzazioni che operano nei settori del disagio e dell'emarginazione.
“Durante questo periodo la salute dell’individuo peggiora, insieme alla situazione personale e legale", continua Reggio. È un tempo lungo, spesso invisibile, in cui le persone restano sospese: non abbastanza “gravi” per essere curate davvero, ma già troppo compromesse per condurre una vita stabile.
Il peso del pregiudizio
Secondo Reggio, uno degli ostacoli principali non è solo la carenza di risorse, ma il modo in cui la dipendenza viene letta socialmente. “La cultura, il pregiudizio e come il fenomeno viene interpretato condizionano fortemente la possibilità di accesso alla cura, perché il cittadino fatica ad assumere consapevolezza riguardo la dipendenza”.
Finché il consumo viene percepito come una colpa o una scelta individuale, la richiesta di aiuto arriva tardi, quando il danno è già profondo. “Il lavoro delle comunità e dei servizi - conclude - non è solo curare, ma creare le condizioni perché una persona possa riconoscere di avere un problema senza sentirsi sbagliata”.
La svolta dietro le sbarre
Per Franco la svolta arriva in carcere. Un luogo che, paradossalmente, offre un accesso più strutturato ai servizi: colloqui regolari, percorsi psicologici, la possibilità di fermarsi e pensare in modo diverso. Non è un’illuminazione improvvisa, ma la percezione di trovarsi davanti a un bivio senza vie di fuga.
In quel contesto chiuso, anche un colloquio diventa un’occasione preziosa: uscire dalla sezione, vedere qualcosa di diverso dal muro e dal rumore costante. È in questi spiragli che può germogliare un cambiamento.
Reimparare a stare al mondo
L’ingresso in comunità terapeutica è un altro passaggio cruciale, e tutt’altro che semplice. Franco lo descrive come una nuova forma di detenzione: un ambiente chiuso, regolato, totalizzante. Serve una motivazione forte per restare.
Qui il lavoro non è solo smettere di usare sostanze, ma reimparare a stare al mondo. La quotidianità è scandita da regole, psicoterapia, confronto continuo. Si lavora sulla stima di sé, spesso annientata da anni di dipendenza. In questo percorso Franco riesce a conseguire la licenza media: un traguardo simbolico, ma fondamentale. Non è solo un titolo di studio, è la prova concreta di poter portare a termine qualcosa, di potersi immaginare un futuro.
Il reinserimento graduale
Dopo un paio d’anni di comunità inizia la fase più delicata: il reinserimento. Franco la racconta come un processo lento, fatto di piccoli passi. Le prime uscite sono brevi, poi diventano via via più lunghe. Servono a riabituarsi al mondo esterno, ai ritmi, alle relazioni, alle regole.
“Chi ha una famiglia cerca di riallacciare i rapporti - spiega Franco - chi invece non ce l’ha deve cercare lavoro”. In ogni caso, nessuno viene lasciato solo. Un’equipe di operatori segue costantemente il percorso, monitorando settimana dopo settimana l’andamento emotivo: entusiasmo, delusioni, frustrazioni.
La fiducia come fondamento
È in questa fase che emerge un elemento decisivo: la fiducia. “Quando si crea fiducia e stima con gli operatori, ti confronti con loro come faresti con un genitore o con un fratello”. In questo modo Franco ritiene il rapporto con gli operatori. Non è solo supporto tecnico, ma umano.
Questo legame diventa un punto di riferimento stabile, soprattutto quando arrivano le difficoltà. Anche la testimonianza di Marta Mazzucca, ex operatrice della comunità di Città della Pieve, conferma questa situazione. “Ho conosciuto Franco proprio in comunità, e posso dire che il nostro rapporto si è basato soprattutto sulla fiducia. All’inizio è stato difficile guadagnarla, perché Franco era resistente all’aiuto, ma ha riconosciuto la mia sincera volontà di sostenerlo”.
Prime autonomie
I primi lavori sono duri. “Ho lavorato in cantiere, nei traslochi, anche quelli pesanti per le belle arti”, dice Franco. Mansioni faticose, spesso poco tutelate, ma indispensabili per costruire una prima autonomia. “È stato un primo piedistallo, qualcosa su cui appoggiarsi per non scivolare”.
Nel frattempo, la vita comincia lentamente a cambiare. Incontra una compagna, costruisce una nuova famiglia, “la casa, le bollette, una vita nuova e normale”. Accanto a questo, continuano i colloqui con gli operatori per affrontare i periodi di mancanza di lavoro e le fragilità personali.
Riconoscersi affidabili
Col tempo, il rapporto con la cooperativa legata alla comunità si rafforza. Grazie alla fiducia costruita, Franco inizia a occuparsi di lavori di manutenzione, pulizia e riparazione negli uffici e nelle case famiglia. Arriva persino ad aprire la partita Iva gestendo in autonomia lavoro e fatture. È un passaggio importante: non solo lavorare, ma riconoscersi come persona affidabile. “Era tutto un crescere”, dice.
Fragilità che restano
Questo percorso non cancella del tutto i pensieri autodistruttivi: “Quelli restano il primo riflesso, ma impari a gestirli”. La differenza la fanno il sostegno, l’incoraggiamento e la presenza della compagna, “quando hai una persona accanto, le frustrazioni si attenuano. Trovi un nuovo coraggio”. Per Franco, la base di tutto è la famiglia, in qualunque forma si presenti: un luogo dove trovare ciò che serve per andare avanti, giorno dopo giorno.
La dipendenza da sostanze in Italia continua a essere raccontata come un’emergenza episodica o come una colpa individuale. Raramente viene descritta per ciò che è davvero: un percorso umano complesso, fatto di tempi lunghi, relazioni fragili, servizi discontinui e svolte che maturano lentamente. Dietro le statistiche ci sono persone comuni, spesso invisibili, che attraversano anni di consumo, marginalità e stigma prima ancora di riuscire a immaginare una via d’uscita.























