Roberto Natale ha tutte le carte in regola per ragionare di servizio pubblico. Per anni giornalista della Tgr, segretario Usigrai e poi presidente della Fnsi. Oggi è componente del Consiglio di amministrazione dell’Azienda. I mesi estivi sono stati quasi monopolizzati dalle notizie su e attorno a Report e quindi sul servizio pubblico. Il giudizio di Natale è netto: ne esce male il servizio pubblico e più in generale il diritto ad essere informati.

Credo che questa estate ci rimandi tre emergenze. La prima è l’informazione d'inchiesta. La seconda emergenza è quella della Rai e del servizio pubblico, la terza riguarda l'articolo 21 della Costituzione, la libertà di informare, aggiungo la libertà di essere correttamente informati. Partiamo dal giornalismo di inchiesta. Dopo luglio e agosto come ne esce?

La situazione è pessima. La tempesta che si è abbattuta su Report ha conseguenze pesanti, anche al di là del pur importante ambito del servizio pubblico. Spero che dalla vicenda si riesca ad uscire, ma questo non può avvenire se non si fa chiarezza sul punto fondamentale sul quale insistiamo da settimane, insieme agli altri due consiglieri di amministrazione di Majo e Di Pietro: il rapporto di amicizia - pur discutibilissimo - tra Lavitola e Ranucci ha influenzato o no i contenuti e i temi di Report? Se questo è accaduto, è giusto che Ranucci sia stato rimosso dalla conduzione della trasmissione, a proposito dei doveri di trasparenza che un giornalista di inchiesta deve rispettare. Ma se questo non è avvenuto, allora tutto diventa molto più scivoloso e legittima i sospetti fortissimi di strumentalità politica nella decisione del vertice Rai. Una decisione che - in assenza di quelle connessioni che fin qui, a nostro avviso, la Rai non ha dimostrato - dà adito al sospetto fondato che si sia voluta accontentare la pressione forte che una parte politica, e non solo da queste settimane, sta esercitando su e contro Report.

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Ma il consiglio di amministrazione della Rai è stato investito di questa vicenda? La sostituzione di Ranucci è passata da lì?

Assolutamente no. Tengo a precisare che, per la ripartizione dei ruoli tra consiglio d'amministrazione e amministratore delegato Rai voluta dalla legge Renzi in vigore, la sostituzione di un conduttore non è tema da Cda; ma nella seduta del 30 luglio avevamo chiesto, stante la particolarità della situazione e la rilevanza pubblica della vicenda che il dibattito di queste settimane ha attestato, che l'amministratore delegato, fatte le sue valutazioni, ne mettesse a parte il Cda prima di darne formale comunicazione alle agenzie. Questo non è avvenuto: quando l'amministratore delegato ha preso le sue decisioni, ha scritto una mail a noi componenti del consiglio di amministrazione nello stesso minuto in cui l’annuncio usciva sulle agenzie.

Quindi ha scelto di non coinvolgere il consiglio di amministrazione su una vicenda che chiama in causa pesantemente il servizio pubblico, la sua credibilità, la sua legittimazione, la sua capacità di parlare a tutto il Paese e non soltanto a una parte.

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Veniamo al servizio pubblico. Da quando si è insediato questo governo la Rai ha perso, per una ragione o per l'altra, nomi rilevanti, da Saviano a Fazio, dall'Annunziata a Amadeus, adesso Ranucci e forse la Fagnani. Personalità del giornalismo e della cultura che non solo facevano audience, ma contribuivano in maniera rilevante agli introiti pubblicitari dell'azienda. Come ne esce la Rai?

Ne esce malissimo e per capirlo non c’è bisogno di fare supposizioni o congetture. Basta stare, purtroppo, ai fatti e alle dichiarazioni. Provo a tirare un filo che - a mio parere - lega tutti i fatti che tu hai ricordato: è nell'intervista alla festa de Il Foglio con la quale, a inizio giugno, l'amministratore delegato Giampaolo Rossi rivendica come suo “grande successo”, letteralmente, il tipo di azione svolta su Rai3, liquidando i precedenti 15 anni della rete come “un'anomalia del servizio pubblico…che da grande canale del
sociale si era trasformata nel grande canale dell'ideologia..
una rete appaltata a un blocco ideologico e culturale ma
finanziata con i soldi pubblici". Insomma tratta la Rai3 precedente come una sorta di partito, con un giudizio offensivo anche verso i molti professionisti e professioniste che l’hanno resa grande, considerati invece alla stregua di militanti. Rossi rivendica come grande successo un'azione che ha inciso pesantemente sugli ascolti e dunque anche sulla raccolta pubblicitaria, oltre che sulla legittimazione, la credibilità e l'autorevolezza del servizio pubblico. In questi anni Rai3 ha subito un’autentica emorragia di pubblico, in particolare verso La7. Ricordo che all'inizio del mandato di questo Cda, quasi due anni fa, votammo all'unanimità le linee guida editoriali: un documento che al primo punto chiedeva di ridare un'identità editoriale definita a Rai2 e, per quanto riguarda l'approfondimento informativo, in particolare a Rai3. A questo mandato l'amministratore delegato non ha affatto tenuto fede, anzi ha lavorato in direzione esattamente contraria. È in questo contesto già gravissimo che va inquadrata la vicenda Report, l'ulteriore tassello di una strategia che mira a demolire l'identità di Rai3.

Colpisce l'identità di Rai 3 ma disperde l'autorevolezza del servizio pubblico.

Assolutamente sì. Ricordo un elemento che questo vertice aziendale colpevolmente non cita mai: a proposito di autorevolezza e credibilità, per anni Report è stato e continua a essere in testa nelle rilevazioni che la Rai stessa periodicamente compie, il Qualitel, che misura gradimento e qualità percepita dal pubblico. Questo vertice aziendale ha dissennatamente colpito, purtroppo, una risorsa preziosa anche sotto il profilo pubblicitario.

Vedi un rischio reale per l'azienda Rai e più in generale per il servizio pubblico in questo Paese?

Questa estate temo abbia inciso pesantemente sulla nostra legittimazione. Siamo stati sulle prime pagine di giornali e Tg, molto spesso con una strumentalità d'attenzione che però anche la Rai ha contribuito, purtroppo, ad alimentare. Una delle tante cose gravi di queste disastrose settimane estive è che alcuni conduttori Rai, in violazione delle più elementari norme di correttezza e di lealtà aziendale, hanno realizzato un vero e proprio pestaggio mediatico nei confronti di Ranucci dai propri social, senza che i settori aziendali preposti al controllo sollevassero alcuna preoccupazione di natura etica: uso di proposito l'aggettivo, visto che di un Comitato etico Rai molto si è parlato in queste settimane. Se l'etica deve valere per il servizio pubblico, come è giusto, non può valere solo su e contro Ranucci. In queste settimane l'azienda ha sciaguratamente lasciato che l'immagine del servizio pubblico venisse devastata da una guerra di tutti contro tutti. In troppi hanno parlato troppo, senza rispetto per tante storie professionali. Non è tollerabile.

Anche per questo spero arrivi presto una buona legge in attuazione del Media Freedom Act. Sottolineo: una buona legge, non una legge qualsiasi. Con il testo sul quale sta lavorando il Senato si rischia di non cambiare nulla, nella sostanza, rispetto alla legge attuale che assegna al governo di turno un potere non compatibile con l’autonomia che per i servizi pubblici rivendica il Media Freedom Act.

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Infine vista la situazione, il diritto ad essere informati dei cittadini e delle cittadine, dove va a finire?

Questa estate la Rai, ma non solo, molto spesso non ha rispettato il diritto dei cittadini e delle cittadine a essere correttamente informati. Abbiamo assistito a un'informazione molto spesso più interessata al pettegolezzo che non alla sostanza delle questioni. Abbiamo letto giudizi denigratori, reciproche delegittimazioni, affermazioni gravi con le quali giornalisti e giornaliste si offendevano a vicenda. Questo secondo me è un modo pessimo per alimentare il dibattito pubblico. Con queste risse verbali si fa forse crescere il numero dei like sotto i propri post, ma si piccona l’autorevolezza e la credibilità del giornalismo.

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