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L'intervista

Migranti e guerra, l'ora della consapevolezza

Foto: Danilo Balducci/Sintesi
Carlo Ruggiero
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Kurosh Danesh (Cgil): "Il conflitto in Ucraina sta monopolizzando il dibattito pubblico sul fenomeno migratorio in Europa. Ma se le crisi si affrontano in maniera intelligente, possono aprire gli occhi di molti. Serve una volontà politica, però". Anche di questo si discute al Festival Sabir 2022

“È un momento molto particolare, non solo per quanto riguarda le migrazioni. C'è una guerra molto vicina in corso, che produce effetti enormi dal punto di vista sociale ed economico per tutti. Eppure abbiamo deciso di partecipare comunque all'organizzazione del Festival Sabir, perché è uno dei momenti più alti di discussione sui fenomeni migratori a livello politico e sociale. La nostra non è solamente una presenza politica, ma è concreta e determinata ”. Con queste parole, Kurosh Danesh, responsabile del dipartimento immigrazione della Cgil, presenta la nona edizione dell'iniziativa di discussione sui fenomeni migratori che quest'anno si terrà a Matera dal 12 al 14 maggio.

La crisi ucraina ha monopolizzato il dibattito pubblico italiano ed europeo. C'è il rischio monopolizzi anche la discussione sui migranti?
La guerra in Ucraina è un tema che si fa largo in modo prepotente nel dibattito e nella discussione, e mette sotto la lente d'ingrandimento alcune questioni che a mio parere sono molto importanti. In primo luogo il fatto che nel dibattito pubblico c'è stato davvero un ribaltamento della narrazione sui flussi migratori. I mezzi di comunicazione stanno mettendo sotto la luce dei riflettori un'esigenza che in precedenza era soffocata. Perché anche prima del 23 febbraio scorso le persone scappavano dalla guerra, dalla fame e dalle persecuzioni, ma quelle erano considerate delle guerre lontane e anche i loro effetti erano lontani. Come è successo in Afghanistan, quando solo pochi mesi fa gli americani sono andati via da Kabul. In un primo momento c'è stata una grande discussione e si mostrò buona volontà nel provvedere all'accoglienza dei profughi. Si palava di una "responsabilità storica" dell'Occidente, del dovere di accogliere queste persone. Poi però, arrivati al dunque, non è successo molto. Siamo di fronte a casi che gridano vendetta, come quello di diverse famiglie ancora bloccate presso l'ambasciata italiana a Islamabad, che non riescono in nessun modo ad arrivare nel nostro Paese.

Insomma, ci sono profughi di serie A e profughi di serie B?
Su questo argomento nell'ambito di Sabir abbiamo organizzato un incontro che non a caso s'intitola “Due pesi e due misure”, proprio per sottolineare questo fenomeno. Però è anche vero che la guerra in Ucraina potrebbe diventare un'opportunità, perché quando le situazioni di crisi vengono gestite in maniera intelligente e consapevole, possono anche produrre effetti positivi a lungo termine. Durante la guerra dei Balcani, ad esempio, ci fu un'ondata massiccia di profughi verso l'Italia. Per affrontare quell'emergenza, abbiamo messo in piedi un sistema di accoglienza diffusa, l'ex Spaar, che è stata un'esperienza divenuta un modello da replicare a livello europeo. La crisi ucraina, in questi mesi, ha portato una volontà di accoglienza nuova, che potrebbe anche diventare il presupposto di un ragionamento di integrazione e consapevolezza sociale. Bisogna farla diventare sistema, però. Per adesso non si può ancora ipotizzare se questo rinnovato interesse verso i flussi migratori troverà una sua collocazione anche in futuro, ma l'argomento e la discussione sono in atto. Quindi diventa nostro compito sostenere questo tema, in modo che si concretizzi in un passo in avanti in termini di accoglienza.

L'ondata di profughi ucraini, quindi, potrebbe costringere la “Fortezza Europa” ad aprire gli occhi una volta per tutte?
Io mi auguro che ci sia una consapevolezza maggiore, ma temo che non sarà così. Ci sono interessi diversi e sono in contrasto. Le posizioni dell'Unione europea nei confronti della guerra in Ucraina per ora sono una cosa, il Mediterraneo e le sue rotte sono un'altra, così come i lager in Libia e il mercato delle persone in atto in Nord Africa. Il peso che si dà a questi temi è differente, su questo non c'è dubbio. Però vedo anche qualche volontà di rilettura. Il Festival Sabir serve proprio a discutere di tutte queste cose, perché è un luogo in cui persone che si occupano concretamente dei problemi dei migranti discutono di questioni sostanziali. In questo contesto il confronto può produrre davvero un'altra prospettiva per il futuro. Per arrivare ai cambiamenti però, oltre alla consapevolezza, serve sempre una decisa volontà politica.