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L'analisi

Digitale, per l'Italia nessun successo

Foto: @yiranding (www.unsplash.com)
Barbara Apuzzo e Riccardo Saccone
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Viene registrato un avanzamento nell'indice Desi 2021, che però cambia indicatori rispetto all'anno scorso. Nonostante alcuni punti positivi, ecco perché il nostro Paese è ancora indietro rispetto alla media europea

È stato pubblicato nei giorni scorsi il rapporto Desi 2021. Quest’anno l’immagine che ci restituisce il Digital Economy and Society Index assume una rilevanza maggiore rispetto al passato, perché fotografa lo stato dell’arte a valle dell’annus horribilis che ci ha travolti nel 2020. Al netto di quello che sembra un risultato positivo in termini generali (sembrano recuperate cinque posizioni nella classifica europea, passando dalla 25ma alla 20ma posizione), dobbiamo evidenziare che non tutto è come appare. A cominciare dagli indicatori che sono stati utilizzati.

Il Desi 2020 raccoglieva 37 indicatori su 5 dimensioni: connettività, capitale umano, uso di internet, integrazione delle tecnologie digitali (ovvero la digitalizzazione delle imprese), servizi pubblici digitali. Il Desi 2021 ne utilizza solo 33, su 4 dimensioni (l’area “Uso di internet”,  riconducibile in qualche modo all’area “Capitale umano”, è stata eliminata, così come sono stati modificati alcuni indicatori relativi alle altre dimensioni.) Se la metodologia fosse rimasta quella del 2020, è probabile che questo salto in avanti di ben cinque posizioni non verrebbe neanche rappresentato. Questa è la ragione per la quale quello che ci viene riportato scoraggia parecchio, soprattutto guardando ai dati relativi alle competenze digitali e alle connessioni ultraveloci.

Sul primo punto, dal rapporto risulta evidente che nemmeno la pandemia ha dato una spinta decisa per colmare il gap che ci separa dal resto d’Europa in relazione al “capitale umano”, certificando che solo il “42% delle persone tra i 16 e i 74 anni ha competenze digitali almeno di base”, contro un 56% nella Ue . Anche se guardiamo alle "competenze digitali superiori a quelle di base" l'Italia è al 22% contro un 31% nella Ue. Questo ci posiziona la 25mo posto nella classifica europea. Il che preoccupa non poco, se pensiamo alle grandi rivoluzioni digitali che con le missioni del Pnrr si vogliono portare nel Paese e che rischiano di non avere gambe per partire, né per essere fruite.

L’utilizzo dei servizi pubblici digitali è un esempio: nell’ultimo anno il 36% degli italiani ha fatto ricorso a servizi di e-government. Un aumento rispetto al 30% del 2019 al 32% nel 2020, ma ben al di sotto del 64% di media Ue. Questo rischia di vanificare anche i processi di digitalizzazione già in atto. Un esempio fra tutti: da oggi è possibile ottenere 15 diversi tipi di certificati online, da quello di residenza allo stato di famiglia, ma quanti sono in grado di farlo? Basti pensare all’utilizzo dello Spid, che in Italia viene fatto in media 17 volte l'anno contro le sette alla settimana di un utente belga.

Per quanto riguarda il tema della connettività, le posizioni che l’Italia sembra recuperare se parliamo di banda larga, svaniscono focalizzando l’attenzione su quello che è l’obiettivo vero da raggiungere in termini tecnologici, il gigabit. Su quest’ultimo parametro la copertura nel nostro Paese è pari al 34% della popolazione, contro il 54% della media Ue. La stessa Commissione ha sottolineato che "l'Italia ha compiuto progressi in termini sia di copertura che di diffusione delle reti di connettività”, ma che “il ritmo di dispiegamento della fibra è rallentato tra il 2019 e il 2020 e sono necessari ulteriori sforzi per aumentare la copertura delle reti ad altissima capacità e del 5G e per incoraggiare la diffusione".

Anche sul fronte del 5G infatti i risultati non sono brillanti. Nonostante l’Italia sia stato un Paese apripista sulla copertura 5G, questa tecnologia raggiunge solo l'8% delle zone abitate contro la media Ue del 14 per cento. Inoltre, "il 61% delle famiglie è abbonato alla banda larga fissa, un dato leggermente inferiore alla media Ue (77%)". Mentre, sebbene la percentuale di famiglie che disponevano di una velocità di almeno 100 Mbps ha continuato a crescere, passando dal 22% nel 2019 al 28% nel 2020, il Paese rimane comunque al di sotto della media Ue (34%).

Questo pone due temi: il primo riguarda le scelte che si compiranno per la costruzione della rete in fibra con i fondi del Pnrr. Allo stato attuale sembra infatti prevalere una visione mercatista, che rimanda alla competizione tra privati il delicato tema di connettere l’Italia, quando invece sarebbe necessario che gli investimenti fossero guidati da una visione strategica, valorizzando il ruolo del nostro “incumbent” nazionale. Esattamente sul modello di Germania e Francia, dove il governo è azionista di peso di Deutsche Telekom e Orange, orientando le scelte su un asset così strategico.

Il secondo riguarda le politiche incentivanti per far crescere la domanda di connettività a prestazioni elevate, su cui si susseguono gli annunci senza che si concretizzi nulla. Il riferimento è ai voucher, strumento abbondantemente noto in Europa (la Francia lo eroga dal 2004), per il quale andrebbe fatto qualche ragionamento che indirizzi i contesti da privilegiare e “rafforzare” prioritariamente.  

Ma il Desi 2021 fortunatamente apre qualche spiraglio positivo in relazione all'aumento dei servizi cloud (il 38% delle imprese rispetto al 15% del 2018). Anche se le prestazioni restano ancora deboli riguardo al basso uso dei big data (usati dal 9% delle imprese italiane contro una media Ue del 14%) e delle tecnologie basate sull'intelligenza artificiale (18% mentre la media Ue è del 25%). Positivo anche il risultato raggiunto dalle piccole e medie imprese italiane: il 69% ha raggiunto almeno un livello base di intensità digitale con percentuale ben al di sopra della media Ue (60%).

Differentemente da quanto si legge sui principali quotidiani in queste ore, dunque, pur riconoscendo qualche piccolo progresso, non ce la sentiamo di definire un successo questo presunto avanzamento dell’Italia nella classifica europea. Senza contare che un indice che cambia ricetta ogni anno rischia di essere poco utilizzabile, perché fornisce segnali difficili da interpretare.

Quello che è certo è che ci troviamo di fronte ad un’occasione unica per cambiare il volto del nostro Paese, e che i numeri realmente importanti sono quelli che segnano ancora il gap tra noi e il resto d’Europa. È questo che deve spingerci a correre, sapendo che le scelte che faremo non saranno neutrali e determineranno il successo o meno di quella che può essere definita la più grande rivoluzione digitale di sempre.

Barbara Apuzzo è responsabile Politiche e sistemi integrati di telecomunicazione della Cgil
Riccardo Saccone è segretario nazionale della Slc Cgil