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Cgil

Il villaggio degli orfani del lavoro

Ilaria Romeo
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Negli anni Cinquanta, dopo l'eccidio di Modena, il sindacato decide di sostenere le famiglie delle vittime offrendo un futuro di istruzione e formazione ai figli rimasti senza genitori

Nel 1950, dopo l’eccidio dei cinque operai da parte della polizia a Modena, la Cgil si pone l’obiettivo di “assicurare l’avvenire ai figli dei compagni caduti e di provvedere al pane dei loro vecchi genitori” assistendo legalmente e materialmente gli arrestati e le loro famiglie, secondo un impegno formalmente assunto con la circolare confederale n. 549 del 20 aprile 1950. Accantonato il progetto iniziale della creazione di una Fondazione ad hoc, i dirigenti confederali ripiegano ben presto sull’utilizzo di strutture già esistenti.

Il 4 giugno 1950 la Cgil nazionale stipula una convenzione con il ‘Comitato milanese per l’infanzia e per l’accoglienza dei ragazzi’ che prevedeva l’ospitalità per trenta minori maschi da 10 a 14 (i ragazzi saranno ospitati fino al compimenti dei 18 anni) presso il Villaggio Sandro Cagnola, La Rasa (Varese). L’ammissione veniva effettuata esclusivamente tramite la segreteria della Cgil che provvedeva a rilasciare apposita impegnativa scritta per ogni bambino da ospitare. Il pagamento della diaria dei minori era a carico della Confederazione.

Il villaggio sorgeva in un vasto parco - La Rasa appunto, presso Varese - donato dal professor Amedeo e da Enrica Cagnola al Comune di Milano con lo scopo di accogliere i bambini e giovanetti particolarmente difficili da educare e rieducare (con questo dono al Comune di Milano i coniugi Cagnola volevano ricordare loro figlio Sandro scomparso giovanissimo). I ragazzi nel villaggio vengono, nutriti, educati, fatti studiare (studiano tra l’altro musica e matematica), vengono insegnati loro vari lavori (falegnameria e simili), partecipano a gite ed escursioni. Mantengono un rapporto stretto di affetto e gratitudine verso la Confederazione che è testimoniato da varie lettere conservate nei locali dell’Archivio storico della Cgil nazionale.

Tra i vari ospiti del Collegio del figura anche Giorgio Moschetto, figlio di Margherita Clesceri, vittima di Portella. “Caro Giorgio - gli scriveva il 19 gennaio 1955 Giuseppe Di Vittorio in risposta ad una lettera ricevuta poco meno di un mese prima - la tua lettera del 17 dicembre mi ha portato la tua amarezza e mi ha procurato non poco dispiacere. Non credo che tu abbia il diritto di esprimerti nei termini adoperati nei confronti dei dirigenti il Villaggio Sandro Cagnola che, a spese della Cgil, ti hanno educato e hanno provveduto al tuo sostentamento da quando è morta tua madre. Devi renderti conto che il Villaggio Sandro Cagnola è un ente a carattere educativo e non un ufficio di collocamento. Le difficoltà obiettive per la sistemazione di un giovane della tua età, senza libretto di lavoro e senza residenza nella città di Milano, rendono problematica la tua sistemazione. Ciò non toglie che non si debba e non si possa fare tutto il necessario perché la tua aspirazione di trovare un lavoro nella capitale lombarda possa essere soddisfatta”.

Il segretario generale della Cgil si assume pienamente e personalmente la responsabilità di questo come di altri ragazzi, scrivendo anche al padre, per informarlo dei suoi esiti scolastici (due volte l’anno la direzione della scuola informava direttamente la Cgil sull’andamento scolastico, sui risultati e sul comportamento degli ospiti inviati dalla Confederazione) e chiedendo a Mario Montagnana, segretario della Camera del lavoro di Milano, di interessarsi alla vicenda del giovane. 

Confidando nel segretario, Rosario Moschetto, gli risponde: “Caro compagno Di Vittorio, in riferimento della tua lettera spedita il 29 ottobre 1954 che riguarda la situazione di mio figlio Giorgio Moschetto, in quanto mi fai presente sull’esito degli esami, già a te dati comunicazione, non puoi immaginare la mia soddisfazione ricevuta da tue notizie. Caro compagno come spiega la tua indimenticabile lettera son contento a tutto ciò che tu fai. Per tanto lascio a te di fare tutto ciò che è necessario di mio figlio Giorgio riguardando il lavoro e il tuo pensiero che il tuo interesse e generale. Ora termino di scrivere con la penna ma il mio pensiero rivolto a te compagno Di Vittorio inviandoti i più fraterni saluti a te e ai compagni. In attesa della tua azione mi scusi tanto se non so ben spiegare in qualche parola. Sono per sempre il caro compagno Moschetto Rosario. Ricevi i più can saluti dal compagno Michele Sala”.

Emerge da questa corrispondenza la grande umanità di Giuseppe Di Vittorio che si palesa in una straordinaria freschezza e sincerità di rapporti tra il centro e la periferia, il vertice e la base. “Ogni giorno - ricordava Anita Contini Di Vittorio nelle proprie memorie - giungeva a Di Vittorio una quantità immensa di lettere, da ogni parte d’Italia. Una mole immensa, di fronte alla quale confesso di essermi sentita, talvolta, spaventata. Si rivolgevano a lui per i motivi più vari (…) Mancavano i mezzi per far studiare un figlio? Si scriveva a Di Vittorio con fiducia (…) Un paralitico chiedeva una carrozzella per poter uscire qualche volta di casa. Dei genitori chiedevano a lui un aiuto «per sposare i figli» che non possedevano nulla. Una famiglia minacciata di sfratto si rivolgeva a lui e così l’infortunato sul lavoro o il mutilato di guerra. Accadde più di una volta che si rivolgessero a lui marito e moglie, perché egli dicesse la parola che poteva rimetterli d’accordo, e salvare l’unita della famiglia. Di Vittorio pretendeva che si rispondesse con grande attenzione a tutti. Guai se una sola lettera rimaneva inevasa!”.

A Di Vittorio scrivono invalidi e pensionati di guerra, artigiani, invalidi civili, orfani, vedove, lavoratori senza pensione, pensionati, perseguitati politici, operai, emigrati, maestri (anche di scherma), carabinieri, persino preti. Cittadini di ceto e condizione sociale molto diversi che confidano al segretario, ma anche e forse soprattutto all’uomo Di Vittorio esigenze, inquietudini, progetti.

Uomini e donne che, condividendo una sorte purtroppo comune, gli raccontano - come ad un amico - di aver contratto debiti per sopravvivere, di avere arretrati nel pagamento dell’affitto di casa, nei negozi di alimentari. C’è chi narra di essersi divisa dal marito “per contrari e opposti sentimenti politici”,  chi espone la sventura di essere “vittima di gelose piccinerie che si accaniscono sulla parte debole della società, utilizzando stereotipi volgari”, offrendo la comunicazione confidenziale anche aspetti gioiosi quali la nascita di un figlio, le nozze della figlia. A Di Vittorio scrive il prete (effettivamente alla segreteria hanno scritto anche delle suore, chiedendo la tessera Cgil), il dottore, colui che vuole emigrare, il lavoratore che si sente danneggiato dallo sciopero dei servizi pubblici. Al “compagno onorevole” viene anche spedito di tutto: marce trionfali per pianoforte, progetti di apparecchi agricoli o invenzioni varie, foto di famiglia. E Di Vittorio, da buon padre di famiglia, ascolta, comprende, guida, indirizza, consiglia, quando può interviene, ma soprattutto risponde, a tutti, come un padre saggio, indiscussa e amata guida di un popolo che - oggi come ieri - combatte e lotta senza arrendersi.