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La legge

Il fascismo ordina: al lavoro solo i fascisti

Ilaria Romeo
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Con un decreto del re, datato 29 marzo 1928, il regime avvia la fascistizzazione dei luoghi di lavoro, imponendo che per gli assunti si desse priorità ai propri tesserati

Recita l’art. 11 del regio decreto 29 marzo 1928, n. 1003, sulla disciplina nazionale della domanda e dell’offerta di lavoro: “È vietato ai datori di lavoro di assumere in servizio prestatori d’opera disoccupati non iscritti negli uffici di collocamento di cui all’art.1 del presente decreto. Ad essi è data facoltà di scelta, nell’ambito degli iscritti negli elenchi, con preferenza a coloro che appartengono al Partito nazionale fascista e ai sindacati fascisti. AIl’uopo hanno facoltà di prendere visione degli elenchi e dei documenti esistenti nell’ufficio che riguardino lo stato professionale di ciascun iscritto”.

Il 28 ottobre 1922, con la marcia su Roma, Mussolini prendeva il potere. Dietro le manovre di normalizzazione politica operate dal regime (tra le quali anche il tentativo, poi fallito, di coinvolgere esponenti di spicco della CGdL nel governo del paese), l’azione repressiva proseguirà per culminare con l’uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti nel giugno 1924. La crisi vissuta dal regime nei mesi successivi verrà superata da Mussolini all’inizio del 1925 - pochi giorni dopo il VI Congresso della CGdL, tenutosi a Milano nel dicembre 1924 -, quando il duce deciderà la svolta totalitaria attraverso una serie di provvedimenti liberticidi (le “leggi fascistissime”), che annulleranno qualsiasi forma di opposizione al fascismo.

Dal 1922 al 1926, il fascismo porterà a termine l’annientamento delle tradizionali organizzazioni sindacali, fino alla loro definitiva soppressione legale. La violenza squadrista si scatenerà contro le leghe, le camere del lavoro, le cooperative, gli uffici di collocamento, nonché contro numerose amministrazioni comunali, specie della Val Padana.

Sul piano sindacale, con gli accordi di Palazzo Vidoni del 2 ottobre 1925, Confindustria e sindacato fascista si riconosceranno reciprocamente quali unici rappresentanti di capitale e lavoro abolendo le Commissioni interne. La sanzione ufficiale di tale svolta arriverà con la legge n. 563 del 3 aprile 1926, che riconoscendo giuridicamente il solo sindacato fascista - l’unico a poter firmare i contratti collettivi nazionali di lavoro - istituirà una speciale Magistratura per la risoluzione delle controversie di lavoro cancellando il diritto di sciopero (la costruzione della ‘terza via’ del fascismo porterà alla Carta del lavoro nel 1927 e alla costituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni nel 1939).

Recitava il patto: “La Confederazione generale dell’industria riconosce nella Confederazione delle corporazioni fasciste e nelle organizzazioni sue dipendenti la rappresentanza esclusiva delle maestranze lavoratrici. La Confederazione delle corporazioni fasciste riconosce nella Confederazione generale dell’industria e nelle organizzazioni sue dipendenti la rappresentanza esclusiva degli industriali. Tutti i rapporti contrattuali tra industriali e maestranze dovranno intercorrere tra le organizzazioni dipendenti della Confederazione dell'industria e quelle dipendenti della confederazione delle corporazioni. In conseguenza le commissioni interne di fabbrica sono abolite e loro funzioni sono demandate al sindacato locale, che le eserciterà solo nei confronti della corrispondente Organizzazione industriale. Entro dieci giorni saranno iniziate le discussioni delle norme generali da inserirsi nei regolamenti”.

Il regime, di fatto, avocava a sé la rappresentanza sindacale con il consenso della Confindustria, che da quel momento avrà come unici referenti sindacali le corporazioni fasciste e non più i sindacati liberi.

“Quando v’è una massa di disoccupati che preme - affermava il duce il 18 dicembre 1930 - il salario scende; il salario cresce quando sono due padroni che cercano un operaio, cala quando sono due operai che cercano padrone. Comunque, a un mese di distanza, bisogna riconoscere che il popolo italiano in tutte le sue categorie ha dato un bell’esempio di disciplina. Ma questo che cosa significa? Ai fini dell’alleggerimento dell’economia italiana si può pensare che la riduzione dei salari dei lavoratori agricoli, che va da un minimo di dieci ad un massimo di 25 e lo supera anche, purché non ne risulti un salario inferiore ad 8 lire quotidiane, significa che l’agricoltura italiana viene ad essere alleggerita di un miliardo e 200 milioni; l’industria viene alleggerita di un totale che va da 800 mila ad un milione. Aggiungete i 720 milioni della decurtazione degli stipendi ai dipendenti dello Stato, e i 300 milioni di tutti gli altri dipendenti; aggiungete anche i milioni di tutti gli altri operai e artigiani per prestazioni diverse: avrete un totale di 3 miliardi e forse più. Il che significa che noi abbiamo liberato tre miliardi di circolante, significa che c’è bisogno di tre miliardi di segni monetari in meno per il gioco normale dell’economia italiana”.

“Il fascismo - diceva Bruno Buozzi nel 1930 - rappresenta nella vita nazionale dell’Italia un episodio doloroso: i segni della riscossa e della liberazione sono già ripetuti e frequenti. L’esperienza fascista, soprattutto in campo operaio, costituisce una ingiustizia atroce, un passo all’indietro, la perdita di anni preziosi. Ma nel popolo italiano, sobrio e lavoratore, tenace e paziente, si registra una forza vitale così meravigliosa, una energia così sincera e così sicura che i lavoratori d’Italia, quando si saranno liberati dal fascismo, sapranno recuperare in fretta gli anni perduti. E di questa parentesi umiliante nella sua violenza e nella sua brutalità gli italiani avranno allora avuto un solo beneficio: la ferma convinzione che la libertà è una condizione necessaria per qualsiasi elevazione delle masse, e che in questo consiste il bene supremo; un bene, però, da conquistare e difendere ogni giorno”.

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Scriveva Pietro Nenni nella prefazione a un libro del figlio di Matteotti, Matteo, dal titolo La classe lavoratrice sotto la dominazione fascista 1921-1943:

Questo libro di Matteotti avrebbe dovuto essere presentato al pubblico da Bruno Buozzi. Nelle settimane dell'occupazione nazista di Roma, che precedettero il suo arresto, Bruno Buozzi si era consacrato con passione allo studio dei problemi sociali ed economici ed aveva lavorato, con una commissione di compagni socialisti, alla relazione di un progetto di socializzazione della grande industria, al quale il suo nome resterà indissolubilmente legato anche se il destino ha voluto che Egli fosse bestialmente assassinato dai nazisti proprio il 4 giugno concludendo col suo martirio la parentesi della tirannia fascista apertasi vent’anni prima col martirio di Giacomo Matteotti. Il libro di Matteo aveva molto interessato Bruno Buozzi, che nel giovane autore si compiaceva di ritrovare le qualità di serietà e di metodo che avevano fatto del padre un esempio di vita. Per molto tempo il fascismo è riuscito a far credere all’estero, e perfino in certi settori dell’opinione interna, che la sua sollecitudine per le classi lavoratrici era senza precedenti e senza pari. Matteo Matteotti distrugge, con dati e fatti irrefutabili, codesta menzogna. Egli dimostra come venti anni di politica salariale fascista siano stati la dimostrazione del vero carattere del regime dittatoriale: quello di basare i guadagni della oligarchia dominante e privilegiata, sullo sfruttamento dei lavoratori di tutte le categorie. La legislazione sul lavoro fu costantemente rivolta in regime fascista contro i lavoratori. Ogni forma di protezione a favore degli operai fu rimossa. Con decreto legge si stabilì per molte categorie il licenziamento senza motivazione, senza alcuna garanzia, senza accertamenti, senza preavviso e senza indennizzo.
Le otto ore di lavoro, stabilite sulla carta, non vennero che raramente rispettate ed in alcune regioni si arrivò a dieci ore di lavoro. Per i salariati agricoli gli orari di lavoro raggiungevano anche le tredici e le quattordici ore. Accanto allo sfruttamento del sopralavoro durante tutto il periodo fascista si è avuta una disoccupazione elevatissima che, dopo il 1933, non scese mai sotto al milione di senza-lavoro. Lo sfruttamento della mano d’opera femminile ed infantile da parte degli imprenditori non ebbe limite ed il controllo dello Stato in questo campo non fu mai esercitato. Il regime di fabbrica, basato sui sistemi polizieschi introdotti dal fascismo in tutta la vita del paese, fu tale da rendere insopportabile la vita dei lavoratori nei posto di lavoro. Negli stabilimenti furono immessi fascisti con funzioni puramente intimidatorie e di spionaggio. Il riposo settimanale in molti casi non fu rispettato, quello annuale quasi mai. Gli operai venivano regolarmente licenziati prima dello scadere del termine del periodo che dava diritto al riposo annuale. Il lavoro straordinario nel periodo 1919-21veniva retribuito con aumenti del 25% per le ore successive all’ottava e fino alla decima e del 50% per le ore successive alla decima, dopo l’instaurazione del regime fascista venne retribuito con aumenti molto più bassi e cioè del 15% per le prime due ore di lavoro straordinario e del 25% per le ore successive. Le previdenze del regime fascista a favore della classe lavoratrice, tanto vantate, non ebbero altro scopo che quello di dare allo Stato disponibilità finanziarie decurtando i già magri salari.