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Donne

La violenza non è amore

Foto: Claudio Castello
Ilaria Romeo
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Il 23 novembre 2019 movimenti femministi e associazioni chiamavano alla mobilitazione contro la violenza sulle donne. Un anno è passato ma il problema è tutt'altro che risolto

“Il prossimo 23 novembre la marea femminista e transfemminista tornerà a inondare le strade di Roma contro la violenza che segna le nostre vite e diventa sistema! - scriveva lo scorso anno il collettivo Non una di meno - Ogni 72 ore in Italia una donna viene uccisa da una persona di sua conoscenza, solitamente il suo partner, e continuano le violenze omolesbotransfobiche. Sono i giornali a valutare quale dei tanti femminicidi debba essere raccontato e come. Quello del 'gigante buono' - come nel caso di Elisa Pomarelli - o quello di chi 'se l’è cercata”' Quello della vittima dell’invasore nero o del raptus di gelosia, nel caso si tratti di un marito italiano. Noi invece sappiamo che la violenza può colpire chiunque di noi e che non ha passaporto, colore né classe sociale, ma spesso ha le chiavi di casa. È la storia di tante donne e di persone non conformi al modello patriarcale che ogni giorno si ribellano a molestie, stalking, violenza domestica, psicologica, sessuale ma trovano ulteriore violenza nei tribunali”.

L’82% della violenza sulle donne avviene all’interno della sfera domestica e come emerge dalle analisi della rete D.i.Re ad agire è nel 56% dei casi il partner, nel 21% l’ex-partner, nel 10% un familiare. Le violenze che avvengono nell’ambito domestico sono molteplici: violenze di tipo psicologico per il 79%, fisico per il 61% , economico per il 34%. Il report diffuso dalla polizia di Stato intitolato Questo non è amore, aggiornato al 2019, parla in generale di 88 vittime ogni giorno: una donna ogni 15 minuti. Una guerra, visto che in questo periodo questo termine piace a tanti, troppi.

Esiste la violenza domestica esercitata soprattutto nell’ambito familiare o nella cerchia di conoscenti, attraverso minacce, maltrattamenti fisici e psicologici, atti persecutori o stalking, percosse, abusi sessuali, delitti d’onore, uxoricidi passionali o premeditati ed esiste la violenza economica che consiste nel controllo del denaro da parte del partner, nel divieto di intraprendere attività lavorative esterne all’ambiente domestico, al controllo delle proprietà e al divieto ad ogni iniziativa autonoma rispetto al patrimonio della donna.

Le donne sono esposte nei luoghi pubblici e sul posto di lavoro a molestie sessuali ed abusi sessuali, a stupri e a ricatti sessuali. In particolare verso le lesbiche vengono praticati i cosiddetti stupri correttivi. Altre forme di violenza sono le mutilazioni genitali femminili o altri tipi di mutilazioni, l’uso dell’acido per sfigurare, lo stupro di guerra ed etnico. Una situazione già di per sé grave, resa drammatica dal lockdown e dalla pandemia.

Qualche mese scrivevano fra tra le altre al presidente del Consiglio, Susanna Camusso, Laura Boldrini, Beatrice Lorenzin, Livia Turco e Angela Finocchiaro

Ill.mo presidente, prof. avv. Giuseppe Conte, in seguito alla grave emergenza che ha colpito anche il nostro Paese, sono state adottate misure necessarie per salvaguardare la popolazione dal propagarsi del contagio del virus Covid-19. Tra di esse vi è la prescrizione di evitare il più possibile gli spostamenti e rimanere presso le proprie abitazioni se non per esigenze primarie, da cui l’hashtag #iorestoacasa. La decisione risponde a legittime e indiscutibili ragioni di esigenza di Salute pubblica, che non vanno in ogni modo ostacolate. Occorre però saper vedere anche l’emergenza nell’emergenza: ossia le conseguenze che tali restrizioni possono avere nei contesti familiari segnati dalla presenza di maltrattamenti e violenze, fenomeni che nel nostro Paese sono purtroppo diffusi e sommersi. Com’è noto infatti, violenze e femminicidi avvengono prevalentemente in ambito familiare tanto da aver dato luogo ad una specifica fattispecie delittuosa - “violenza domestica” - volta ad evidenziare la specificità del legame sottostante e scatenante il reato. Occorre evitare che il principio della tutela della vita umana, alla base delle ordinanze di restrizione, venga meno o si rovesci, al contrario, in una maggiore esposizione alla violenza per le donne e i loro figli, spesso minorenni, condannati a subire o ad assistere alla violenza. Le istituzioni pubbliche devono fare ogni sforzo per dare il senso che lo Stato non si ritira dalla battaglia contro la violenza domestica, ma invece rafforza il suo presidio, promuovendo la diffusione del numero verde 1522 in ogni comunicazione pubblica che inviti a restare a casa anche nella forma di app scaricabile sullo smartphone. Ci uniamo, dunque, alla voce della ministra per le Pari opportunità, prof.ssa Elena Bonetti perché il numero abbia la più ampia diffusione e perché venga adottata ogni misura necessaria, nei luoghi di raccolta delle denunce e negli ospedali, perché si vigli in modo capillare sull’applicazione della normativa. Non dimentichiamoci delle Donne, l’emergenza nell’emergenza.

Ma come si fa a telefonare al numero verde per le violenze, sempre in funzione, se chi ti perseguita è lì accanto e controlla ogni movimento? In Spagna basta entrare in una qualsiasi farmacia e dire “Mascherina 19” (“Mascarilla 19”) per denunciare la violenza. Seguendo l’esempio spagnolo, l’Italia ha lanciato la campagna “Mascherina 1522”, una richiesta di aiuto in codice, un grido silenzioso da pronunciare da parte della donna vittima di violenza nelle situazioni in cui non può spiegare cosa le sta accadendo, per la presenza dell’uomo violento o per qualunque altra ragione. Una formula che faccia capire a ogni tipo di interlocutore - un farmacista, un commerciante, un amico, un vicino, un conoscente - che si ha bisogno di aiuto.

“Non ci stanchiamo di dire - ribadiva nei giorni più neri della pandemia la ministra per le Pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti - che dalla violenza si può uscire”. È vero, ma per farlo bisogna continuare a tenere viva l’attenzione, parlarne, esserci, perché nessuna si senta sola, abbandonata, senza via di fuga.

È di questi giorni la notizia di una maestra d’asilo licenziata per un video hard diffuso dal suo ex fidanzato. È l’inverno del 2018 quando la ragazza conosce un calciatore dilettante del paese. Per gioco gli invia un book fotografico: diciotto immagini erotiche, alle quali aggiunge un video a luci rosse. L’amore finisce, ma gli scatti rimangono nella memoria del telefono del ragazzo che inoltra sulla chat dello spogliatoio le immagini hard vantandosi della conquista. Tra queste ce n’è una che riporta il nome e cognome della maestra. La situazione sfugge di mano quando a intercettare le foto è la moglie di un altro calciatore. La donna riconosce la maestra d’asilo del figlio e spedisce con la complicità del marito le foto alle altre mamme, addirittura arrivando a minacciare la maestra. L’epilogo della vicenda è tristemente noto e come in un brutto film dal finale scontato la ragazza viene licenziata. Riflettiamo, perché violenza è anche questo.

Violenza è un sorriso complice, una pacca sulla spalla, una risata "a una battuta" che battuta non è, non può e non deve essere. Il 25 novembre dello scorso anno l’Istat ha divulgato una serie di statistiche. Oltre ai consueti dati sulle vittime di femminicidio, l’istituto ha presentato i risultati dell’indagine “Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale”. Secondo la rilevazione, quasi 1 persona su 4 (23,9%) ritiene che un modo di vestire succinto possa provocare una violenza sessuale. Quasi il 40% pensa che, se una donna lo vuole davvero, è in grado di sottrarsi a un rapporto non consensuale. Il 15% crede che se una donna subisce uno stupro quando è ubriaca o drogata sia in parte responsabile. Del resto da sempre le donne stuprate vengono raccontate per la loro scarsa morigeratezza di costumi e vestiti e anche le donne ammazzate forse non erano proprio delle sante, magari sono state uccise da un gigante buono, da un vulcano di idee.

Questo machismo sotterraneo, inconscio - non solo maschile, purtroppo! - spiega tante cose: spiega la pratica di lapidare sui social la donna che la pensa diversamente da noi, spiega le nostre scarse e in fondo poco convinte prese di posizione in tante occasioni, spiega le nostre reazioni di fronte a canzoni o titoli di giornale che in un qualsiasi paese civile griderebbero vendetta e che invece da noi vengono accolti con un benevolo sorriso, una solidale pacca sulla spalla.

Lo abbiamo detto tante volte ma non ci stancheremo mai di ripeterlo: quella che serve è una rivoluzione culturale che riconosca il ruolo della donna nella vita e nel lavoro, che rifiuti il concetto di ogni discriminazione e violenza, non solo quella fisica, non solo quella urlata, non solo il 25 novembre.