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Braccianti

Il primo sciopero, nel nome di Jerry

Jerry Masslo, trent?anni dopo
Foto: Cgil Campania
Ilaria Romeo
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Il 20 settembre 1989, a meno di un mese dall'omicidio di Masslo, braccianti e migranti decidono di incrociare le braccia contro caporalato e camorra

Quasi al termine della stagione di raccolta nei campi, la sera del 24 agosto 1989 un gruppo di persone con i volti coperti fa irruzione con armi e spranghe nel capannone dove Jerry Masslo, rifugiato sudafricano di 29 anni, dorme con altri 28 connazionali chiedendo di consegnare loro tutti i soldi che avevano. Alcuni consegnano immediatamente il denaro, altri si rifiutano di farlo. Al diniego degli immigrati di consegnare i soldi, uno dei ladri colpisce alla testa con il calcio della pistola un sudanese di 29 anni, Bol Yansen. La situazione degenera e uno dei rapinatori spara tre colpi di pistola calibro 7.65 che colpiscono Jerry e un’altra persona. Kirago Antony Yrugo, cittadino keniota, riesce a sopravvivere mentre per Jerry non ci sarà nulla da fare, morirà prima dell’intervento dei medici.

La Cgil chiede ed ottiene per lui i funerali di Stato, che si terranno il 28 agosto. Il Tg2 si collegherà in diretta, trasmettendo nella rubrica Nonsolonero, un’intervista rilasciata da Jerry Masslo qualche tempo prima: “Pensavo di trovare in Italia uno spazio di vita, una ventata di civiltà, un’accoglienza che mi permettesse di vivere in pace e di coltivare il sogno di un domani senza barriere né pregiudizi - diceva Jerry - Invece sono deluso. Avere la pelle nera in questo paese è un limite alla convivenza civile. Il razzismo è anche qui: è fatto di prepotenze, di soprusi, di violenze quotidiane con chi non chiede altro che solidarietà e rispetto. Noi del terzo mondo stiamo contribuendo allo sviluppo del vostro paese, ma sembra che ciò non abbia alcun peso. Prima o poi qualcuno di noi verrà ammazzato ed allora ci si accorgerà che esistiamo”.

Il 20 settembre successivo a Villa Literno si terrà il primo sciopero degli immigrati contro il caporalato al servizio della camorra, mentre il 7 ottobre a Roma si svolgerà la prima grande manifestazione nazionale contro il razzismo. Scriveva il giorno dopo l’Unità: “Superata anche la più ottimistica previsione. A centinaia di migliaia sono venuti a Roma ed hanno sfilato per più di tre ore, fianco a fianco, bianchi e neri per dire “no” a tutti i razzismi e per chiedere al governo misure urgenti perché violenza e discriminazioni siano cancellate dalla nostra società civile e democratica”.

“Per annunciare la manifestazione contro il razzismo che oggi pomeriggio vedrà sfilare nella capitale decine e decine di migliaia di persone, forse centomila - chiosava la Repubblica - si potrebbero ricordare quelle dolci parole di Martin Luther King: I have a dream…, Ho un sogno…i figli degli antichi schiavi e i figli degli antichi proprietari di schiavi riusciranno infine a sedersi assieme al tavolo della fratellanza. Non pare vero che il sogno di Luther King sia diventato nuovamente attuale per tutti quei neri, quella gente di colore, quegli immigrati che adesso vivono nel nostro paese e iniziano a sentire sulla propria pelle, anche qui, perfino qui, il peso e la violenza del razzismo”.

“Ieri ho potuto risollevare il mio spirito - annotava nel suo diario Bruno Trentin - nel corso di una straordinaria manifestazione di lavoratori immigrati e di giovani, molti della Cgil, che rivelava un bisogno immenso di ritrovare valori comuni e una ragione di solidarietà”. Un bisogno e una ragione che ancora oggi alimentano il lavoro della Cgil e della Flai, che della tutela dei lavoratori tutti - anche migranti - e della lotta al caporalato hanno fatto negli anni una delle loro tante ed importanti bandiere continuando a lavorare senza titoloni sui giornali, senza la televisione e senza i grandi personaggi del mondo dello spettacolo, silenziosamente e costantemente, con la consapevolezza di servire una causa grande, una causa giusta. Questa causa val bene un impegno, val bene un rischio, val bene una vita, perché la fatica, il sudore, le lacrime non hanno colore ed il padrone è uguale dappertutto. Ce lo ha insegnato Giuseppe Di Vittorio e noi non lo abbiamo dimenticato.