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Luglio 1960

I morti di Reggio Emilia. Sangue del nostro sangue

 Il corpo di Lauro Farioli, ucciso dalla polizia
Ilaria Romeo
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Davanti allo sciopero generale indetto per protestare contro le violenze dei giorni precedenti, la polizia colpisce la folla inerme. Sotto i colpi cadono cinque giovani operai comunisti, alcuni ex partigiani

In segno di solidarietà con quanto successo a Genova, Licata e Roma, il 7 luglio a Reggio Emilia viene indetto lo sciopero generale.  La polizia spara nuovamente contro i dimostranti e cinque persone rimangono a terra uccise: Lauro Farioli (22 anni), Ovidio Franchi (19), Emilio Reverberi (39), Marino Serri (41) e Afro Tondelli (36). Tutti e cinque operai e comunisti, alcuni ex partigiani.

“Stavamo tentando di uscire dalla piazza - ricorderà l’ex comandante partigiano Lino Alvarez (Sbrigoli) - per imboccare via Andreoli, quando un gruppo di una trentina di poliziotti, al comando del commissario Caffari, ci sbarrò la strada sparandoci addosso senza pietà. Tentammo di costruire una barricata con quanto ci capitava sotto mano, sedie, tavolini, assi, mentre i mitra dei poliziotti continuavano a crepitare come in una battaglia. Sparavano dalle finestre della Posta e della Banca d’Italia, e ho visto distintamente il commissario Caffari indicare ai poliziotti dove dovevano mirare. Vicino a me un giovane s’è accasciato esanime, falciato da una raffica al petto. Altri - ed io tra essi - sono rimasti feriti”.

A tenere vivo il ricordo di quella terribile giornata resterà per sempre la registrazione dei suoni della piazza effettuata da un negoziante che si trovava sul posto e che, invece del comizio, registrò i rumori di quello scontro. Trentacinque minuti ripresi casualmente e incisi su un disco: grida, spari, sirene di ambulanze e di polizia. Una voce che grida ‘assassini’. Ne dirà Pier Paolo Pasolini: “Io mi auguro che simili carneficine non si ripetano più, mai più, nella nostra vita, che è stata tutta un’esperienza di carneficine: e spero che nessun registratore serva mai più a stampare dischi come questo. Che è il più terribile - e anche profondamente bello - che abbia mai sentito”.

“Io, per me - aggiunge il poeta - sono alieno dalla violenza: e spero, lo ripeto, che mai più si debba scendere in piazza, a morire. Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi alla ragione con la ragione, alle idee con le idee, al sentimento col sentimento. E allora taceranno: il loro castello di ricatti, di violenze e di menzogne crollerà: com’è crollata la legge-truffa, com’è crollato il governo Tambroni. Gli italiani, per una parte, sono ingenui e politicamente immaturi: ma sono naturalmente intelligenti e si stanno lentamente rendendo conto da che parte sta la ragione. Le nuove leve di giovani lo dimostrano”.

"Compagno, cittadino, fratello, partigiano teniamoci per mano in questi giorni tristi - canterà Fausto Amodei - Di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia, son morti dei compagni per mano dei fascisti. Di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera, fischia il vento e infuria la bufera. A diciannove anni è morto Ovidio Franchi, per quelli che son stanchi o sono ancora incerti Lauro Farioli è morto per riparare al torto di chi si è già scordato di Duccio Galimberti. Son morti sui vent’anni per il nostro domani, son morti come vecchi partigiani. Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli, ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti. Compagni sia ben chiaro che questo sangue amaro versato a Reggio Emilia è sangue di noi tutti. Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi, come fu quello dei Fratelli Cervi. Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso è sempre quello stesso che fu con noi in montagna. Ed il nemico attuale è sempre ancora eguale a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna. Uguale la canzone che abbiamo da cantare, scarpe rotte eppur bisogna andare. Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli dovremo tutti quanti aver d’ora in avanti voialtri al nostro fianco per non sentirci soli. Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa fuori a cantar con noi Bandiera Rossa!”.

Ma i morti non saranno solo a Reggio Emilia. Purtroppo la scia di sangue non si ferma ed il giorno successivo a Palermo negli scontri con la polizia restano uccisi Francesco Vella (42 anni), Giuseppe Malleo (16),  Andrea Gancitano (18) e Rosa La Barbera (53). Trentasei manifestanti sono feriti da proiettili, 400 sono i fermati, 71 gli arrestati (sempre l’8 luglio a Catania rimane ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dalla polizia Salvatore Novembre, giovane lavoratore edile di 20 anni). Scriverà lo stesso Amodei su l’Unità del Primo maggio 2002: “Nell’estate del 1960 ero in armi, nel senso che ero sotto naja, come soldato semplice al Centro addestramento reclute di Montorio Veronese. In tutto il battaglione Orobica che mi aveva in forza, e che reclutava soprattutto giovani del bresciano, del bergamasco e del Veneto, trovare un iscritto o simpatizzante socialista o comunista era una pura illusione. In caserma era formalmente proibita, e sostanzialmente mal tollerata, l’introduzione di quotidiani di sinistra. Solo nei periodi di libera uscita mi era possibile frequentare, sia pure privatamente, compagni socialisti e comunisti di Verona, che mi conoscevano di fama proprio in veste di cantacronache, e mi fornivano un valido sostegno culturale, umano e gastronomico in quella asfissiante parentesi di diciotto mesi. In tale situazione vivevo naturalmente con molta angoscia e partecipazione le vicende del governo Tambroni, i moti di piazza a Genova, contro il previsto convegno dei neofascisti, e rimasi sconvolto dai morti provocati dalla celere in Sicilia e a Reggio Emilia".

"La goccia che fece traboccare il vaso - ricorderà ancora Amodei - fu la notizia, propagatasi in caserma, che soldati del Car avrebbero potuto essere impiegati in servizio di ordine pubblico contro eventuali disordini di piazza, con la prospettiva di tenere il fucile in dotazione in camerata, a capo del letto, in situazione di massima allerta. Non sapevo più che pesci pigliare, né riuscivo ad immaginarmi cosa avrei potuto fare, nel sacco di manifestanti antifascisti con i quali avrei doverosamente voluto fraternizzare. Per farmi coraggio, per chiarirmi le idee, per scaricare la forte emozione che la situazione mi provocava, decisi di mettere in canzone alcune delle considerazioni che i fatti mi inducevano a formulare: che cioè le rivolte di piazza di quei giorni erano una ripresa della guerra di Resistenza, che le vittime della polizia di quei giorni erano gli eredi dei caduti partigiani, che a quei tempi tristi si era arrivati perché si erano poco per volta messi in soffitta i valori della guerra antifascista”.

Ragazzi giovani, giovanissimi, che tornano in piazza per la difesa della democrazia. “Ai giovani, studenti e operai - diceva loro il futuro presidente della Repubblica il partigiano Sandro Pertini - va il nostro plauso per l’entusiasmo, la fierezza, il coraggio che hanno dimostrato. Finché esisterà una gioventù come questa nulla sarà perduto in Italia. Noi anziani ci riconosciamo in questi giovani. Alla loro età affrontavamo, qui nella nostra Liguria, le squadracce fasciste. E non vogliamo tradire, di questa fiera gioventù, le ansie, le speranze, il domani, perché tradiremmo noi stessi. Così, ancora una volta, siamo preparati alla lotta, pronti ad affrontarla con l’entusiasmo, la volontà la fede di sempre. Qui vi sono uomini di ogni fede politica e di ogni ceto sociale, spesso tra loro in contrasto, come peraltro vuole la democrazia. Ma questi uomini hanno saputo oggi, e sapranno domani, superare tutte le differenziazioni politiche per unirsi come quando l’8 settembre la Patria chiamò a raccolta i figli minori, perché la riscattassero dall’infamia fascista. A voi che ci guardate con ostilità, nulla dicono queste spontanee manifestazioni di popolo? Nulla vi dice questa improvvisa ricostituita unità delle forze della Resistenza? Essa costituisce la più valida diga contro le forze della reazione, contro ogni avventura fascista e rappresenta un monito severo per tutti. Non vi riuscì il fascismo, non vi riuscirono i nazisti, non ci riuscirete voi. Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio. Questo lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l’avvenire dei nostri vivi, lo compiremo fino in fondo, costi quello che costi”.