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Arriva l'app «Immuni». Che fine faranno i nostri dati?

Tecnologia antivirus, serve una strategia nazionale
Foto: foto Markus Spiske / Unsplash
Cinzia Maiolini e Sandro Del Fattore
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L'annuncio del lancio di questa applicazione ha fatto affiorare molte domande che erano già necessarie prima della pandemia per tutti i sistemi privati di tracciamento. È giunto il momento di produrre policy chiare sulla gestione dei big data

Pare arrivata al traguardo la applicazione di contact tracing, "Immuni", che il governo intende utilizzare per la fase 2. Il lungo dibattito sulla possibilità di utilizzare la tecnologia digitale chiede una riflessione politica complessiva. Intanto, nel contemperare il necessario nesso tra il diritto di libertà e bene comune, il lancio di questa applicazione ha fatto affiorare domande che a nostro avviso erano già necessarie ante pandemia per tutte le applicazioni private di tracciamento. Tra queste: chi raccoglierà e conserverà i dati? Che standard di sicurezza ha questa applicazione, che registrerà dati molto sensibili? Il codice, che sarà open source, sarà oggetto di un controllo diffuso? (fonte Pellino/Sarzana).

Domande contestuali alla recente offerta di di collaborazione da parte delle Ott per il superamento della pandemia che vede Apple e Google iniziare a lavorare congiuntamente rendendo interoperabili i loro sistemi operativi per arrivare a costruire una piattaforma per il tracciamento dei contatti tramite Bluetooth. Le Ott dispongono di miliardi di dati e noi riteniamo che i dati di cui le Ott dispongono, che raccolgono e processano gusti, opinioni, espressioni facciali, ricerche, localizzazioni, quei dati appunto non possano  essere considerati patrimonio di aziende private, utilizzati a fini di lucro o, come la storia recente ha dimostrato,  per orientare opinioni e creare consenso a meri fini elettorali. Non avrebbero dovuto esserlo prima, non lo possono più essere ora.

Quei dati sono nostri, e se una qualche utilità possono avere allora debbono essere processati e gestiti da istituzioni pubbliche, che ci informino sul loro utilizzo e che se ne servano per rispondere ai nostri bisogni, per arginare una pandemia tanto quanto per creare e riprogettare luoghi, ripensare alla mobilità, costruire percorsi di formazione, ricostruire e gestire una rete socio sanitaria universalistica, diffondere competenza e conoscenza. Il pubblico deve avere sempre un potere regolatorio per tutto ciò che attiene le finalità di interesse pubblico ed è proprio da questa esigenza, o da questa rinnovata consapevolezza, che nasce la discussione messa in campo intorno alla applicazione di contact tracing licenziata dal governo.

La diffusione della consapevolezza del valore dei dati a fini di interesse pubblico, evidenziata dalla necessità di arginare la pandemia, palesa dunque ciò che diciamo da tempo: determinare chi gestisce i dati, nel loro intreccio con altri dati, è un tema politico di primaria rilevanza. I monopoli digitali hanno fondato il loro potere e la loro ricchezza sulla gestione dei dati a fini  commerciali  e anche nel nostro Paese si sono già offerti ad esempio per gestire i depositi dati della Pubblica amministrazione, una delle maggiori generatrici di dati. Ora è tempo di proporre elementi di riappropriazione di queste risorse in capo alla comunità. È il momento di produrre policy chiare sulla gestione dei big data, tema su cui le Autorità indipendenti italiane si erano già espresse, e bisogna che si consideri la tecnologia digitale come mezzo a servizio di politiche di superamento delle diseguaglianze, di diffusione di pratiche democratiche, di incremento della consapevolezza e della partecipazione dei cittadini. 

I servizi pubblici vanno ripensati in questa chiave. Se non coglieremo oggi, come Paese e come Europa, l’opportunità di rinegoziare i rapporti di forza con gli Ott avremmo perso un’occasione storica per determinare il “come” si riparte. E mentre si ragiona di dati, ci accorgiamo che all’inveterata incapacità globale, o forse solo mancanza di volontà,  di ridefinire i rapporti di forza con gli Ott si somma  il conclamato ritardo digitale del nostro Paese che ha dispiegato una esponenziale forza frenante. 

Così, mentre si parla di fase 2 e di lunga convivenza necessaria con il virus, a condizioni immutate sappiamo già che in Italia lo smart working continuerà a non essere appannaggio di tutti, esattamente come la fruizione della didattica a distanza, la possibilità di accedere a servizi socio assistenziali digitali o di interfacciarsi con la Pubblica amministrazione e tutto questo in primo luogo a causa di una  connettività non uniforme nel Paese, che prevede investimenti sia lato offerta che lato domanda. Se i dati che transitano  sulle reti digitali devono essere considerati alla stregua di beni comuni, il diritto alla connettività deve essere universalmente riconosciuto in capo ai singoli cittadini, pena una intollerabile esacerbazione delle diseguaglianze e le reti digitali stesse, devono essere considerate a tutti gli effetti una nuova categoria di opere pubbliche su cui investire massicciamente oggi più che mai. 

Sarebbe giusto e urgente che si agisse peraltro anche sull’aspetto meno esplorato del digital divide, cioè quello della carenza di domanda e di competenze, che concorre a collocare l’Italia nella parte bassa delle classifiche europee di merito. Abbiamo necessità di un piano di diffusione di competenze ed insieme di consapevolezza digitale di cui lo Stato deve farsi carico. Auspichiamo intanto che il governo abbia provveduto in questa fase a richiedere all’Ue, come richiesto dall’Anci, una procedura di urgenza per sbloccare gli 1,3 miliardi stanziati per l’avvio immediato del piano di fornitura dei voucher previsti per il supporto della domanda di Bul dando priorità a strutture sanitarie, scuole, sedi P.a., cittadini e imprese delle aree bianche e abbia provveduto a costruire un sistema che consenta la costante rilevazione delle esigenze dei Comuni, con priorità assegnata a quelli delle aree bianche.

Dunque, e senza declinare al dettaglio i ritardi accumulati, il piano complessivo che ci aspettiamo dall'esecutivo è una programmazione d'investimento infrastrutturale nel digitale, accompagnata però dalle normazioni necessarie a rendere la fruizione delle reti, dei dispositivi e dei dati partecipata, democratica, rispondente ai bisogni delle persone. Abbiamo bisogno di un piano pubblico per riprogettare luoghi, mobilità, modelli formativi e produttivi, e dobbiamo scegliere se farlo piegando o meno la tecnologia ai principi fondanti di democrazia,  uguaglianza, partecipazione e condivisione per riappropriarci del nostro futuro, analogico e... digitale.