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Università, la conoscenza nell'emergenza

Università, la conoscenza nell'emergenza
Foto: Dario Fusaro/Sintesi
Stefano Iucci
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Nonostante la situazione difficile, e in assenza di indicazioni omogenee dal ministero, l'88% delle attività didattiche continuano a distanza. Più penalizzata la ricerca. Un report della Flc spiega come si stanno muovendo i docenti

L’università – insieme alla scuola – è stata tra le prime istituzioni a dover affrontare l’impatto del coronavirus con tempestività, nella necessità di trovare soluzioni immediate per non bloccare l’attività didattica e di ricerca. Con una differenza sostanziale: mentre il ministero dell’Istruzione – pur con tutti i suoi limiti e mancanze – è intervenuto a più riprese con indicazioni e provvedimenti, il ministero dell’Università e della Ricerca è rimasto sostanzialmente assente non offrendo particolari coperture normative o indicazioni operative nazionali su importanti aspetti della vita universitaria, per esempio riguardo agli esami. Anzi, denuncia la Flc Cgil, “il ministro, nelle sue comunicazioni ha enfatizzato l’autonomia delle Università e quindi le più o meno improvvisate e diverse pratiche che da queste sono state poi attuate”.

Insomma: se i nostri atenei, pur in queste difficoltà e senza indicazioni omogenee, stanno comunque garantendo il regolare svolgimento dell’anno accademico in corso, lo si deve all’impegno molto sostenuto dei docenti e del personale.

 

L'88% delle attività didattiche sono state trasferite on line

Ma cosa sta accadendo in concreto nelle diverse realtà? Secondo un’indagine della Crui pubblicata a fine marzo, in 88 atenei (sui 97 complessivi nel paese) l’88% delle attività didattiche previste sono state trasferite on line, mentre più di metà degli Atenei erogava più del 96% dei corsi previsti con la didattica a distanza (dad), raggiungendo così potenzialmente circa 1 milione e trecentomila studenti.

La maggior parte degli atenei (52 su 88) erogherebbero on line tra il 90 ed il 100% della didattica prevista, con circa 990.000 studenti potenzialmente raggiunti. Solo 8 enti universitari, con circa 75.000 studenti, fornirebbero meno del 50% dei corsi previsti on line. Sui 51 atenei interrogati, 22 (oltre il 40%) utilizza come piattaforma di riferimento Teams, 6 Google Meet (poco più del 10%), 5 (poco meno del 10% Webex), mentre gli altri atenei (comunque un terzo del campione) impiega altre modalità di connessione (Adobe Connect, Zoom e varie altre).

Per cercare di capire più in profondità come le diverse istituzioni si stanno muovendo, la Flc Cgil ha realizzato un report qualitativo (qui la versione integrale) che, pur senza avere intenti esaustivi, offre uno spaccato interessante di come l’attività delle università stiano procedendo. Sono stati “interrogati” su didattica a distanza (dad) e ricerca 914 docenti in 63 atenei diversi.

La penalizzazione della ricerca
Il primo dato che salta agli occhi è l’estensione del blocco o del rallentamento sulla ricerca
, per come viene riportata da un’amplissima parte dei docenti e dei ricercatori che hanno risposto all’indagine. Più del quarantacinque per cento vede la propria attività di fatto bloccata (18%), messa in difficoltà (23%) o spostata forzatamente su altro (6%), contando che un altro 7% (solo in parte sovrapposto ad altre risposte) l’ha fermata perché direttamente coinvolto dalle conseguenze dell’emergenza (priorità a interessi familiari o personali).

 

Il 45% dell'attività di ricerca è bloccato

Particolarmente ostacolate risultano la ricerca chimica (il 43,3% ), biologica (45,2%), medica (36,2%) e agraria (34,3%). Risulta ovviamente particolarmente ostacolato chi conduce ricerche prevalentemente in gruppo (37,6% ) e soprattutto chi la conduce prevalentemente presso strutture di ricerca, siano essi lavoratori o biblioteche (47,2%)

La didattica in emergenza
La rilevazione della Flc conferma quanto riportato dall’indagine della Crui: i docenti stanno profondendo un grande impegno nella dad. Quasi due terzi degli intervistati hanno scelto (al di là delle indicazioni più o meno stringenti dei propri Atenei) di trasferire on line la propria didattica. Solo un piccolissimo gruppo di docenti ha scelto di non svolgere attività a distanza. Come si è svolta la dad? Larga parte dei docenti ha trasferito on line il complesso dei propri corsi anche come numero di ore di lezione (più di metà dei partecipanti, quasi due terzi di chi ha fatto didattica on line). Soprattutto, solo una parte marginale ha ridotto sostanzialmente la durata in ore del corso: intorno all’11% meno dell’80% delle ore previste e solo il 3,5% meno del 50% delle ore originariamente previste.

 

Solo una parte marginale ha ridotto la durata in ore dei corsi

 

Dai dati emerge qualche differenza in relazione alle aree geografiche di riferimento: il Nord ovest risulta più propenso ad erogare didattica on line per una quota importante dell’orario previsto, mentre il Sud e le Isole rilevano quasi il 15% di didattica on line erogata per meno dell’80% delle ore previste.

A conferma però di un certo “disordine” sta però il dato secondo il quale alla domanda “esistono dei regolamenti che regolano la didattica a distanza e sono conosciuti dai docenti?”, la risposta che emerge dall’indagine è di una certa confusione. Quasi il 50% sostiene che sono state adottate solo delle linee generali e molti comunque non ne sono a conoscenza o sostengono che ogni struttura ha le sue.

 

Scarsi i regolamenti omogenei sulla didattica a distanza

Una relativa confusione che si accompagna ad una certa impreparazione all’utilizzo della dad. Ha, infatti, ricevuto una formazione sulle modalità didattiche particolari e specifiche solo il 22,9% dei docenti. Solo il 17,1% ha potuto contare su un supporto di colleghi ed esperti. Mentre circa il 45,5% ha ricevuto oggi una formazione tecnica e l’8,8% l’ha ricevuta in passato. Solo un terzo, però, il 32,2%, ha a disposizione un servizio a sportello di assistenza. Il resto, una volta appresa la funzionalità, si deve arrangiare se incontra problemi.

La questione degli esami
Infine, gli esami: tema che “affligge” anche la scuola. Li hanno già svolti in 213 (23,6%), sono programmati per 300 (33,2%), non li hanno ancora né svolti né programmati in 363 (40,2%) e non intendono farli on line 28 (3,1%). Per gli oltre 500 che li hanno fatti o programmati, sono orali nel 75% dei casi, scritti a domande aperte per il 6%, a domande chiuse per il 4%, altre soluzioni per il 14% (miste, relazioni, tesine, ecc).

 

Solo il 3% non intende fare esami on line

Modalità didattiche, organizzazione, valutazione. Tutti temi su cui occorre ragionare e riflettere, anche perché non si sa quando e in quale modo le università ricominceranno a operare in presenza. E anche sulle fasi 2 e 3, a detta della Flc, il ministro latita. In questi giorni in molti Atenei circola un documento, a firma del ministro Gaetano Manfredi, indirizzato a Crui, Cun e Cnsu, con proposte relative alle modalità con cui affrontare, appunto, il dopo fase 1. Non viene però previsto nessun criterio comune all’insieme del sistema universitario, attacca la Flc, “in termini di sicurezza, modalità di erogazione della didattica e degli esami, garanzia per il diritto allo studio, così come non vengono tenuti in nessun modo in considerazione i problemi relativi all’erogazione delle prestazioni lavorative in questa prolungata fase di emergenza”. Insomma: si rischiano di ripetere, domani, gli errori di questa fase emergenziale.