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Docenti e alunni, lontani ma vicini

A Codogno, la «telescuola» che resiste al virus
Foto: Istituto Comprensivo di Codogno
Gabriele Caforio
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La didattica online vista da due prospettive diverse, quella dei prof e quella dei ragazzi. Un'avventura anche stimolante, ma ancora piena di problemi

Il decreto scuola appena varato lascia aperto uno spiraglio di possibilità di rientrare tra i banchi se le curve dei contagi lo consentiranno. Tuttavia l’anno scolastico è salvo, ci sarà un esame più tradizionale se si dovesse rientrare entro il 18 maggio, altrimenti esami virtuali per tutti. Ma le perplessità rimangono per il nuovo anno, la didattica a distanza potrebbe andare avanti anche a settembre in un paese dove, dati Istat alla mano, il 33 per cento delle famiglie non ha un computer o un tablet in casa, nel Mezzogiorno si supera anche il 40 per cento. Dal giorno della chiusura (22 febbraio) ad oggi, le scuole si sono trovate a improvvisare il futuro e ad arrangiare l’innovazione. Dall’oggi al domani la didattica a distanza è diventato l’unico strumento formativo possibile, spesso, però, affidato alla sola “fantasia” dei docenti. Ma la scuola era pronta a tutto ciò? Abbiamo provato a rispondere sentendo chi sta da una parte e dall’altra dello schermo, professori e studenti. Siamo andati (anche noi virtualmente!) dal professor Carmelo Adagio, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo San d’Acquisto di Gaggio Montano, che raccoglie 12 plessi sparsi nell’Appennino bolognese.

Professor Adagio, qual è la vostra esperienza e quale impatto ha avuto sugli studenti?

Dopo la perplessità iniziale i docenti hanno cominciato a relazionarsi con i ragazzi, mandare compiti, utilizzare le piattaforme in nostro possesso: Suite, già in uso soprattutto nelle scuole secondarie. Quando è stato chiaro, ai primi di marzo, che il problema sarebbe stato di lunga durata, abbiamo collegialmente deciso di stare vicino ai nostri alunni, con ogni mezzo necessario. I nostri ragazzi, circa 750, vengono da un territorio frastagliato, pieno di frazioni e piccoli borghi, con connessioni wi-fi non sempre presenti. Nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria il primo metodo utilizzato è stato lo smartphone, in possesso di ogni famiglia. Sono state create chat (di sezione, di classe) ed è partita una gara di fantasia tra le insegnanti. Nella scuola secondaria l’esistenza di un team digitale affiatato ha portato in poco tempo all’uso diffuso delle video lezioni e dello scambio di materiali. I problemi, però, sono stati quelli di molte altre scuole. Abbiamo smantellato tutti i laboratori per consegnare, spesso a domicilio, circa una quarantina di device. Approfittando del Dl del 17 marzo, abbiamo promesso il rimborso delle spese di giga alle famiglie, anche dei docenti, non raggiunte dal wi-fi. I docenti più preparati hanno organizzato anche classi virtuali di formazione peer-to-peer (una metodologia didattica in cui gli studenti apprendono aiutandosi reciprocamente, ndr). Nulla può sostituire il far scuola in presenza. Ma l’impegno ad essere vicini ad alunni e famiglie ha superato ogni ritrosia.

A seconda di come andranno i contagi, il decreto scuola ha messo nero su bianco i due possibili scenari in caso di un ritorno tra i banchi oppure no. Cosa ne pensa delle disposizioni del decreto?

Ormai siamo consapevoli che l’anno scolastico 2019-2020 nella modalità in presenza è finito. Il meccanismo dell’apprendimento, il segreto della scuola in presenza, è creare relazioni, trasmettere emozioni, vedersi, parlarsi. Bambine e bambini, ragazze e ragazzi hanno bisogno di vedere, sentire, toccare, litigare e giocare tra loro, di arrabbiarsi e di ridere e, grazie a tutte queste emozioni e relazioni, riescono ad acquisire conoscenze utili allo sviluppo di competenze disciplinari, trasversali, relazionali, emotive. Ma adesso bisogna ottenere questi risultati con altri metodi, stretti come siamo in uno spiacevole stato d’eccezione di durata non breve. Per questo era necessario chiarire che nessuno sarebbe rimasto indietro. Salvare l’anno e promuovere tutti è necessario.

Personale precario, mancanza di risorse e investimenti, problemi infrastrutturali. A settembre comunque si riparte e questi aspetti devono essere (ancora) affrontati. Cosa manca al decreto scuola e alla scuola per ripartire?

Manca moltissimo. Settembre e in generale il prossimo autunno saranno una sfida enorme. Alcune cose non le possiamo prevedere: l’andamento del contagio. Altre invece sì: il fatto che questo straordinario impegno venga da docenti in gran parte precari, con nessuna certezza di poter tornare il prossimo anno. E allora è necessario un provvedimento che sani questa situazione, riconosca lo sforzo di decine di migliaia di precari che stanno permettendo la didattica a distanza e che da anni permettono l’apertura delle scuole di montagna, come la mia. Lo Stato deve loro la fine della precarietà. Devono diventare certezze le norme sulla riduzione del numero di alunni per classe; questo significa ampliare i numeri degli organici, anche per permettere eventuali doppi turni, possibili in autunno per mantenere il distanziamento se l’epidemia non sarà totalmente sconfitta. Deve proseguire lo sforzo infrastrutturale sulla connettività e sui device, iniziato col decreto del 16 marzo ma in misura non ancora sufficiente. Particolare attenzione andrà posta agli alunni con bisogni educativi speciali, quelli più colpiti dalla fine della didattica a scuola. Per loro serviranno risorse e certezze, sia da parte del ministero, sia da parte dei Comuni, che a volte stanno utilizzando la situazione attuale per fare risparmi sui servizi educativi. Insomma manca tanto.

 

Dall’altra parte del “video”, in questi giorni, ci sono gli studenti. Catapultati anche loro in una realtà scolastica a metà tra il virtuale e il sospeso. Ne abbiamo parlato con Giacomo Pizzirani, rappresentante degli studenti del Liceo scientifico “Leonardo da Vinci” di Casalecchio di Reno, grosso centro abitato alle porte di Bologna. 

Giacomo, raccontaci come sta andando...

Non è stato facile passare dal rumore dei corridoi alla voce robotica dei docenti nella propria camera. L’importante è che la scuola non si fermi e che la didattica continui, trovo però altrettanto giusto e doveroso da parte degli insegnanti venire incontro agli studenti, capendo che anche per noi è un momento di difficoltà e stress: non è facile passare tre, quattro o cinque ore di fila davanti a un monitor per chi come noi non è abituato, questa è forse la maggiore difficoltà che ho riscontrato in queste lezioni online. In questo periodo, in cui momenti di confronto come il Comitato studentesco e le assemblee di istituto purtroppo vengono meno, cerchiamo di fare il possibile per sentirci più vicini e tenere unita la comunità scolastica. Mi manca molto la scuola, la mia scuola.

Quando riprenderanno le normali lezioni, cosa salvereste di questa esperienza “a distanza” e cosa invece è da bocciare?

Gli studenti sono stati capaci di organizzarsi, senza cadere nell’ozio, che alla nostra età, è normale a volte prediligere, in questa situazione di difficoltà invece, siamo stati responsabili e abbiamo continuato con il nostro programma scolastico, questo senso di responsabilità è sicuramente qualcosa che bisogna portare con sé in futuro. Penso sia importante reagire, a qualsiasi tipo di difficoltà si presenti davanti, e se lo si fa insieme, tutto andrà per il meglio. Non mi sento di bocciare nulla in particolare, faccio giusto una critica alle troppe ore davanti al computer e agli eccessivi carichi di lavoro in alcuni giorni, ma capisco che sia difficile per tutti. Dobbiamo resistere, ce la faremo.