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La fretta delle aziende e i dubbi della scienza

Fermare le fabbriche, la sicurezza prima di tutto
Foto: Ast, acciai speciali Terni (foto di Fabrizio Ricci)
Fabrizio Ricci
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Già oggi molte fabbriche del Paese riavviano la produzione. Altre vogliono farlo subito dopo Pasqua. Ma siamo pronti per questo? La comunità scientifica indica tempi diversi e sui test rapidi mette in guardia: non possono garantire dal rischio contagio

Riavviare, ripartire, tornare al lavoro. Il prima possibile, anche subito dopo Pasqua. Anzi, anche prima, persino oggi stesso. Cresce di giorno in giorno il numero di aziende che invocano “la ripartenza”, la “fase due”, quella in cui anche le attività attualmente non “essenziali” possano riprendere a “pedalare”. E non mancano quelle che hanno già fatto: ripartite, oggi stesso, con le deroghe concesse dai prefetti. Spinge Confindustria, che in Veneto, ad esempio, ritiene “non più procrastinabile l’apertura delle aziende”, spalleggiata dal presidente della Regione, Luca Zaia, che sta già lavorando – dice - al “piano delle riaperture”. E sulla stessa linea d'onda ci sono altre aziende importanti del paese: le acciaierie Ast ThyssenKrupp di Terni, 4000 addetti tra diretti e indotto, che oggi riaccendono i forni; oppure un'eccellenza come Ducati, il cui amministratore delegato, pochi giorni fa parlava di “una ripresa subito dopo le festività”, magari anche incoraggiando i lavoratori a sottoporsi al test sierologico sugli anticorpi al coronavirus.

Attenti all'effetto Hong Kong
Ma andiamo con ordine, alla questione dei test arriveremo tra poco. Prima è il caso di capire se l'attuale situazione a livello epidemiologico è tale da consentire di ipotizzare una ripresa dell'attività industriale su larga scala, già in questa settimana. Per farlo può tornare utile guardare a quello che è successo ad Hong Kong. La regione autonoma cinese, convinta di aver superato l'epidemia, peraltro con numeri infinitamente più piccoli dei nostri – parliamo di qualche centinaia di casi su 7,4 milioni di abitanti – aveva dato il via alla riapertura di uffici, negozi e fabbriche. Ebbene, la cosa non ha funzionato: i casi di Covid-19 hanno ricominciato a crescere e il governo ha dovuto fare dietrofront, ripristinando l’obbligo di stare a casa e vietando gli assembramenti con più di quattro persone. E in Italia? A sentire gli esperti non è proprio tempo di parlare di riaperture. Sarà il comitato tecnico scientifico a chiarire tempi e modalità della cosiddetta fase due, ma intanto Vittorio Demicheli, direttore sanitario dell'Agenzia per la tutela della salute di Milano, avverte: “Se riesplodesse il virus ora sarebbe tremendo, con questi numeri non possiamo mollare. Dobbiamo prima arrivare a zero contagi e poi riaprire. Come minimo, aspetterei metà maggio”.

Ma le aziende ripartono
Eppure le aziende ripartono. È ancora il Veneto a fare da battistrada. Qui secondo i sindacati sui tavoli delle prefetture della regione sono arrivate più di 15.000 comunicazioni di prosecuzione/riavvio delle attività: significa – dicono - centinaia di migliaia di lavoratori comandati al lavoro già da oggi, lunedì 6 aprile. In provincia di Brescia, una delle più martoriate dal virus, le comunicazioni sono 4.300. “A ieri la prefettura era riuscita ad analizzarne circa 500 – ci dice Francesco Bertoli, segretario della Camera del Lavoro – ma intanto le altre sono comunque ripartite, sempre che si fossero fermate”. E il problema non sono tanto le grandi aziende (la siderurgia nel bresciano è ferma), ma le medie e le piccole, “quelle in cui non sempre c'è il sindacato a controllare”, osserva ancora Bertoli, che conclude: “Poi però non dobbiamo stupirci se i rilevatori satellitari ci dicono che la gente si sta muovendo di più, altrimenti saremmo degli ipocriti”. Scendendo più a sud, in Umbria, troviamo una grande azienda che riparte proprio oggi, l'acciaieria Ast ThyssenKrupp. Sindacati e Rsu hanno appreso sabato dell'ok ricevuto da parte del prefetto. I manager addirittura volevano già ripartire nel weekend, ma i sindacati hanno ottenuto due giorni in più per organizzare almeno tutte le misure di contenimento e una ripartenza il più possibile “soft”. Resta il fatto, dicono, che con l’emergenza sanitaria in atto, la ripresa di Ast può rappresentare ancora un pericolo. Situazione diversa in un'altra acciaieria, la più grande d'Europa, l'ex Ilva di Taranto. Qui la produzione, viste le caratteristiche dell'impianto, non si è mai fermata, anche le misure adottate sono state molto stringenti: “Sicuramente si può fare ancora di più e restano alcune criticità – ci dice Ciccio Brigati, operaio e delegato Fiom – ma attualmente di fatto siamo riusciti a ridurre a circa 3.200–3.500 unità la presenza massima di lavoratori, ovvero un quarto rispetto alla normalità, considerando anche le ditte terze. Oltre a questo siamo stati tra i primi ad ottenere i termoscanner alle portinerie e la dotazione di mascherine a norma, che i lavoratori possono portare anche fuori dall'azienda, perché poi c'è il problema degli spostamenti in pullman, visto che a lavorare qui vengono da tutta la Puglia”.

Da “essenziali” a “immuni”
Da qualche giorno i sostenitori della “fase 2” hanno messo sul tavolo una nuova carta, quella dei test rapidi immunologici. L'amministratore delegato di Ducati, ad esempio, pochi giorni fa si è detto disponibile a pagare le spese di laboratorio per fare questo esame ai suoi dipendenti e poter così riavviare la produzione il prima possibile. Il test non è altro che un esame del sangue molto semplice (basta pungere la punta di un dito e prendere una goccia di sangue) utile a rilevare la presenza di anticorpi che segnalano l’avvenuto contatto con il virus. Gli anticorpi (immunoglobuline) possono essere di due tipi: gli Igm, che si producono in acuzie, cioè quando il virus è presente nell'organismo, ma poi scompaiono, e gli Igg, gli anticorpi della “memoria immunologica”, quelli che, teoricamente, dovrebbero rendere appunto immuni al virus. Quel “teoricamente” è d'obbligo però e il perché ce lo spiega la professoressa Loredana Sarmati, infettivologa del policlinico Tor Vergata a Roma, che raggiungiamo telefonicamente. “Su questi test – ci dice la professoressa – ancora c'è una scarsa conoscenza. Si tratta di esami con una sensibilità variabile, che danno comunque esito positivo o negativo, ci dicono cioè se gli anticorpi ci sono o meno, ma non ne misurano la quantità”.

A che servono i test rapidi?
La professoressa Sarmati spiega che i test sono ottimi “strumenti conoscitivi” e saranno molto importanti più avanti, per fare un'analisi su larga scala tra la popolazione e misurare meglio il livello reale di diffusione del virus. Ma la loro valenza diagnostica è da prendere con le molle. “Usarli come 'certificato' di immunità per rimettere le persone al lavoro mi sembra avventato – continua l'infettivologa – non c'è letteratura a sostegno di qualcosa del genere e non mi sembra che in Cina (dove hanno inventato questi test, ndr) siano stati usati con queste finalità”. La pensa allo stesso modo un altro esperto infettivologo raggiunto da Rassegna, il direttore delle Malattie Infettive all'ospedale San Salvatore Muraglia di Pesaro, Francesco Barchiesi: “Ancora ne sappiamo piuttosto poco – ci dice – per esempio non sappiamo quanto le immunoglobuline Igg (quelli potenzialmente immunizzanti) rimangono nell'organismo, se per tutta la vita o magari solo per alcuni mesi. Inoltre, la presenza delle Igg non esclude completamente quella del virus, per cui è necessario sempre e comunque il tampone per azzerare il rischio contagio”.

La voglia di business e l'intervento del ministero
Intanto, però, il fascino del test rapido si è fatto largo anche nel mondo delle cliniche private. E così la scorsa settimana in diverse zone d'Italia sono apparsi annunci di laboratori privati pronti a fare il test a chiunque fosse interessato e disponibile ad aprire il portafogli. Ad esempio, qui sotto potete vedere una pubblicità che offriva l'esame alla modica cifra di 70 euro. “In realtà i test costano molto meno – ci dice ancora il professor Barchiesi – nell'ordine dei 10-15 euro, ma come accade spesso nel privato il ricarico è alto. Comunque, ritengo assolutamente pericolose questo tipo di iniziative. Non a caso sia l'Ecdc (il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) che l'Oms (l'Organizzazione mondiale per la sanità) hanno messo in guardia sull'utilizzo di questi strumenti a fini diagnostici”. A fare ulteriore chiarezza ci ha pensato poi il ministero della Salute che in una circolare datata 3 aprile ha esplicitato come il test rapido “non sia sufficientemente attendibile per una valutazione diagnostica”, perché non in grado di escludere la presenza di virus nel paziente e quindi “il rischio associato a una sua diffusione nella comunità”.

I test? Mettiamoli a disposizione del servizio pubblico”
Insomma, l'idea di Ducati (poi sposata anche da tante altre aziende) di dare una “patente di immunità” ai lavoratori per rimetterli subito all'opera è stata stoppata dalla comunità scientifica. Ma accanto alle ragioni di carattere sanitario, ci sono quelle di opportunità etica. A farcelo notare è Simone Selmi, sindacalista della Fiom di Bologna che segue proprio la fabbrica di motociclette emiliana: “Quella di fare test ai lavoratori è un'idea dell'amministratore delegato e soltanto sua – sottolinea Selmi – non ne abbiamo mai discusso e non intendiamo farlo. Noi pensiamo che se le aziende hanno dei soldi per fare dei test farebbero bene a contribuire all'enorme sforzo che la sanità pubblica sta sopportando in questa fase”.

Cala la pressione, ma guai a cantare vittoria
Lo sforzo in effetti è massimo, perché siamo in un momento cruciale. Ce lo confermano, dal loro osservatorio privilegiato, la professoressa Sarmati e il professor Barchiesi. “A un mese dall'inizio dell'emergenza diciamo che abbiamo oliato la macchina – osserva l'infettivologa di Tor Vergata, dove i posti letto destinati al Covid sono ormai più di 130 – e da qualche giorno abbiamo un po' meno pressione. Non so quanto dipenda dal fatto che abbiamo preso noi le misure o da un reale calo dell'epidemia, certo è che stiamo facendo un grande lavoro”. Anche nel nord delle Marche, dove opera il professor Barchiesi, ci sono segnali incoraggianti. “I pazienti sono ancora tantissimi, ma cominciamo a dimetterne parecchi, tutti i giorni, decisamente più di quelli che purtroppo perdiamo. E anche l'affluenza al pronto soccorso si è ridotta. Ma questo – si raccomanda il professore – non deve farci abbassare la guardia, perché è assolutamente presto per cantare vittoria”.