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Un colpo di Stato in nome del coronavirus

Un colpo di Stato in nome del coronavirus
Foto: Helmuth Von Moltke Air Strip One, 1984, Kreisau Circle
Martina Toti
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In Ungheria la pandemia ha dato vita alla prima dittatura. Nel mondo risposte miopi e in ordine sparso. In Italia danno i brividi le reazioni di Salvini e Meloni. Per il giurista Luigi Ferrajoli una via di salvezza esiste: la Costituzione della Terra

Viktor Orban si è fatto attribuire pieni poteri senza limiti di tempo. L’Europa dovrebbe intervenire, avviando, tramite il Parlamento europeo o la Commissione o un terzo degli Stati membri, le procedure sanzionatorie previste dall’art. 7 del Trattato sull’Unione. È stato, infatti, un colpo di stato compiuto strumentalizzando una tragedia.” L’intervista al giurista Luigi Ferrajoli inizia così: cercando di analizzare quello che è accaduto nei giorni scorsi in Ungheria e lo sconvolgimento che il virus porta nel campo politico europeo. 

Come ha reagito quando ha letto le notizie arrivate dall’Ungheria ma soprattutto le reazioni dei vari leader politici?

Ho provato un brivido di spavento quando ho sentito che Salvini e Meloni, che si candidano al governo del nostro Paese, hanno condiviso quest’atto eversivo. Giorgia Meloni l’ha giustificato con il fatto che i pieni poteri di Orban sono stati conferiti dal Parlamento ungherese e li ha paragonati a quelli esercitati con i suoi decreti dal nostro Presidente del Consiglio. Meloni dimentica che anche Mussolini e Hitler ricevettero pieni poteri non dal cielo ma da parlamenti ad essi asserviti. Quanto alla risposta italiana all’emergenza essa non è paragonabile non diciamo a quella ungherese, ma neppure a quella spagnola e a quella francese. La nostra Costituzione, infatti, non prevede lo stato d’eccezione, dichiarato invece in Spagna e Francia dove è previsto, sia pure con rigidi limiti di tempo e sotto il controllo del Parlamento, dall’art. 116 della Costituzione spagnola e dall’art. 16 della Costituzione francese. È una fortuna. Questi istituti, come l’esperienza insegna, sono pericolosissimi, a causa della genericità dei loro presupposti che lascia aperti spazi indeterminati di arbitrio nella limitazione di tutti i diritti fondamentali. A riprova della loro non necessità, la nostra Costituzione non ammette eccezioni alla democrazia. Ma questo ha ugualmente consentito le limitazioni della libertà di circolazione, della libertà di riunione e della libertà personale necessarie a limitare il contagio, sulla base dei limiti da essa imposti unicamente a queste tre libertà, la prima delle quali può essere limitata “per motivi di sanità o di sicurezza” (art. 16), la seconda “per comprovati motivi di sicurezza e di incolumità pubblica” (art. 18) e la terza mediante la quarantena disposta quale “trattamento sanitario” obbligatorio “nell’interesse della collettività” (art. 32). La sola critica che possiamo muovere alla risposta italiana riguarda l’adozione, per tali limitazioni, non solo della forma del decreto-legge, che è un atto di rango legislativo sottoposto al controllo del Parlamento e a quello preventivo di costituzionalità del Presidente della Repubblica, ma anche della forma dei decreti del Presidente del Consiglio contenenti “disposizioni attuative” dei decreti-legge governativi e da questi consentiti.

La condizione ungherese ci porta ad affrontare subito il nodo europeo. Ancora una volta, in questi mesi, l'Unione Europea pare essersi mossa in ordine sparso con le logiche nazionali prevalenti rispetto a quelle comunitarie. Pensa che ci siano margini per recuperare quello spirito originario e solidale che ha permesso all'Europa di diventare una comunità?

L’Unione Europea, di fronte a questa emergenza che è la più grave della sua storia, sta rischiando di smarrire, per la miopia di taluni Paesi membri più ricchi, la sua stessa ragion d’essere. Gli articoli 168 e 222 del Trattato sul funzionamento dell’Unione prevedono che, “per lottare contro i grandi flagelli che si propagano oltre frontiera”, “gli Stati membri coordinano tra loro, in collegamento con la Commissione, le rispettive politiche” e “l’Unione e gli Stati membri agiscono congiuntamente in uno spirito di solidarietà”. È quanto si sarebbe dovuto fare fin dall’inizio. Ma l’Unione potrebbe ancora prendere in mano la gestione della crisi, la quale richiede una risposta quanto più possibile omogenea e unitaria onde evitare che misure inadeguate e intempestive prese da taluni suoi Paesi membri finiscano per danneggiare tutti gli altri. Dovrebbe inoltre dare segni concreti del proprio ruolo, adottando tutte le misure economiche necessarie perché i suoi Paesi membri possano fronteggiare l’emergenza, inclusa l’emissione di eurobond il cui valore, quale simbolo di solidarietà, è assai più politico che economico. È in gioco, se prevarranno i contrapposti nazionalismi e sovranismi del nord e del sud, la sopravvivenza stessa dell’Unione.

Se ripercorriamo le decisioni via via assunte in queste ultime settimane dai vari leader mondiali e, in particolare dalle leadership conservatrici, cosa la colpisce di più?

L’incredibile impreparazione e irresponsabile imprevidenza rivelate da tutti i governi e la conseguente eterogeneità e frammentarietà delle loro politiche. Dopo le epidemie Sars, Ebola e Mers, questa pandemia era assolutamente prevedibile, e del resto era stata prevista fin dal settembre 2019 da un rapporto della Banca mondiale. Ma nulla è stato fatto per fronteggiarla. In vista delle guerre si fanno esercitazioni militari, si costruiscono bunker, si mettono in atto simulazioni di attacchi e tecniche di difesa. Contro il pericolo annunciato di una pandemia non è stato fatto assolutamente nulla. Il paradosso è stato raggiunto con le attrezzature sanitarie. In previsioni delle guerre si accumulano armi, carri armati e missili nucleari sempre più micidiali. Il coronavirus ci ha fatto invece scoprire l’incredibile mancanza di posti letto, di reparti di terapia intensiva, di respiratori, di tamponi e di mascherine. Ha svelato l’assurda insufficienza di medici e infermieri e la totale assenza di un’organizzazione per l’assistenza domiciliare. Ci siamo insomma accorti di essere privi, anche a seguito dei tagli irresponsabili alla sanità pubblica operati per abbassare le tasse e favorite la sanità privata, delle misure più elementari per fronteggiare il contagio. Non possiamo neppure immaginare ciò che succederà negli Stati Uniti, dove la salute è affidata alle assicurazioni private e soltanto un tampone costa qualche migliaio di dollari, o in molti paesi dell’America Latina; per non parlare dell’Africa e di gran parte dell’Asia.

Va detto però che nell'isolamento abbiamo scoperto che resiste ed è forte il comune senso dell'umanità: si pensi all'arrivo della brigata dei medici cubani in Italia, all'equipe albanese, agli aiuti giunti nel nostro Paese da Cina e Vietnam. Non tutto è perduto...

È l’aspetto positivo di questo dramma, che fa sperare in un risveglio della ragione e nella fine della stagione degli odi, dei razzismi, delle intolleranze per i diversi. È straordinario il senso di solidarietà tra le persone e tra i popoli, manifestatosi negli aiuti che avete ricordato. Per la prima volta nella storia, la tragedia che tutti ci accomuna sta forse generando la percezione di un interesse pubblico dell’umanità ben più generale di tutti gli interessi nazionali e di parte: l’interesse alla sopravvivenza del genere umano, quale unico popolo, unito dai medesimi diritti e dai pericoli comuni di catastrofi globali.

In occasione del settantaduesimo anniversario della nostra Costituzione lei è stato tra i promotori di una "Costituente terra", ovvero di un costituzionalismo globale. Cos'è la Costituzione della Terra? E a cosa può servire oggi davanti all'emergenza coronavirus e alle sue conseguenze?

A causa del suo terribile bilancio quotidiano di morti in tutto il mondo, questa emergenza ha reso più visibile e intollerabile di qualunque altra la mancanza di adeguate istituzioni globali di garanzia, che pure avrebbero dovuto essere introdotte in attuazione delle tante carte internazionali dei diritti umani. Più di qualunque altra catastrofe, essa rende perciò più urgente e, insieme, più universalmente condivisa la necessità di colmare questa lacuna. Il progetto di una Costituzione della Terra è nato l’anno scorso dalla banale consapevolezza che esistono problemi globali che non fanno parte dell’agenda politica dei governi nazionali, anche se dalla loro soluzione dipende la sopravvivenza dell’umanità: non solo le pandemie, ma anche il salvataggio del pianeta dal riscaldamento climatico, i pericoli di conflitti nucleari, la crescita delle disuguaglianze e la morte ogni anno di milioni di persone per mancanza di alimentazione di base e di farmaci salva-vita, il dramma di centinaia di migliaia di migranti ciascuno dei quali fugge da uno di questi problemi irrisolti. Si può sperare che questa drammatica pandemia, colpendo tutto il genere umano, senza distinzioni di nazionalità e di ricchezze, generi a livello di massa la consapevolezza, anche con riguardo a queste altre emergenze, della nostra comune fragilità, della nostra interdipendenza e del nostro comune destino. Questa Costituzione della Terra dovrebbe prendere sul serio le tante carte dei diritti umani di cui già dispone il nostro diritto internazionale e disegnare le loro funzioni e le loro istituzioni di garanzia primaria dei diritti e dei beni fondamentali: un servizio sanitario mondiale, o quanto meno un piano globale di emergenza in grado di affrontare le pandemie con idonee attrezzature e misure omogenee; un’organizzazione mondiale del lavoro basata sulla garanzia dei diritti fondamentali di tutti i lavoratori; l’istituzione di un demanio planetario a tutela di beni comuni come l’acqua, l’aria, i grandi ghiacciai e le grandi foreste; la messa al bando delle armi nucleari ed anche di quelle convenzionali, la cui diffusione è responsabile di centinaia di migliaia di omicidi ogni anno; il monopolio della forza militare in capo all’Onu; un fisco globale in grado di finanziare i diritti sociali dalla salute, all’istruzione, all’alimentazione di base, pur proclamati in tante carte internazionali. Non si tratta di ipotesi utopistiche. Si tratta di un salto di civiltà – lo sviluppo di un costituzionalismo globale e di una sfera pubblica planetaria nell’interesse di tutti – che forse questa epidemia riuscirà a porre all’ordine del giorno del dibattito politico come la sola risposta razionale e realistica alle grandi sfide da cui dipende il futuro dell’umanità.