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Genova, il ponte della speranza. E della sicurezza

Genova, il ponte della speranza. E della sicurezza
Foto: Nuovo Ponte di Genova
Simona Ciaramitaro
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Nel cantiere della ricostruzione sul Polcevera, un comitato interaziendale per contrastare il Covid-19 individua con i sindacati le soluzioni per proseguire i lavori senza correre inutili rischi

La ricostruzione del Ponte Morandi di Genova è forse l’opera strategica che ha conquistato purtroppo la ribalta nazionale, perché densa anche di significati emotivi. Per questo esula dalle dinamiche quotidiane, ma con l’emergenza Covid-19 la ricostruzione del ponte è stata coinvolta nel dibattito sulla necessità o meno di fare proseguire i lavori. La Fillea Cgil genovese, ci fa sapere il segretario generale Federico Pezzoli, è sempre stata dell’opinione che il cantiere deve andare avanti, visto l’alto valore simbolico, ma con un rallentamento e, soprattutto, con la priorità delle priorità: la sicurezza dei lavoratori. Le soluzioni ci sono, come è emerso il 31 marzo dalla videoconferenza tra sindacati, aziende e istituzioni, che ha superato le polemiche nate di recente tra l’amministrazione comunale e i rappresentanti dei lavorati. “È stato fatto un ragionamento comune - ci dice Pezzoli -, che ha coinvolto tutti i numerosi attori in campo. Sul ponte lavorano infatti 300 persone, la metà sono edili, quelli della Cossi costruzioni di Sondrio sotto il cappello di Impregilo, della I.co.p. Spa, di Eureka 2008, altri sono metalmeccanici del settore subappalti di Fincantieri e della Fagioli. Molti lavoratori sono trasfertisti che vengono da nord e sud Italia, anche dalle zone dichiarate ‘rosse’ a causa del Covid-19. Quindi la situazione è complessa e non si sarebbe intellettualmente onesti se non si riconoscesse che i protocolli sottoscritti a livello nazionale e territoriale per la sicurezza sono stati rispettati”.

Il segretario generale della Fillea Cgil di Genova ci racconta anche che il panico si è diffuso quando è stato rinvenuto un caso di positività di un lavoratore, anche perché “stiamo parlando di addetti che operano a 40 metri di altezza e che devono avere la testa sgombra dalla paura del contagio, perché altrimenti aumenta il rischio di incidenti”. Fortunatamente il caso è rientrato, ma intanto viene provata la temperatura a tutti ogni volta che entrano ed escono dal cantiere e quando vanno a mangiare, vengono sanificati tutti gli ambienti, dal campo base alla mensa. Pezzoli conferma che la querelle, durata alcuni giorni, è stata superata facendo un salto di qualità quando il Consorzio per Genova, il sindaco, i sindacati confederali hanno creato un comitato interaziendale antiCovid-19 per studiare ulteriori misure volte a ridurre il contagio e a imprimere un’ulteriore stretta, mettendo la salute al primo posto e dando concretezza ai protocolli sottoscritti. 

E arriviamo così alla videoconferenza del 31 marzo nel quale son stati decisi il controllo per parte sindacale dell’applicazione dei protocolli, la sanificazione costante degli ambienti, l’incremento del numero dei bagni chimici e la presenza di una guardia giurata per regolare l’affluenza alla mensa. E ancora, con il comitato interaziendale sono state esaminate le interferenze tra le varie società presenti in cantiere ed è stato dato il via alle visite in cantiere delle organizzazioni sindacali e i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza territoriale. Infine, accertato che i tamponi scarseggiano, saranno sottoposti a controlli rapidi che stabiliscono se una persona ha sviluppato anticorpi, quindi se è positivo al Covid-19.