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Fermare il contagio

Nel tempo del coronavirus, le parole che servono
Foto: Foto di Matteo Biatta/Ag.Sintesi
Giorgio Sbordoni
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È la priorità in un territorio dove gli ospedali sono al collasso e il personale sanitario è allo stremo. È una corsa contro il tempo. Per questo, anche secondo la segretaria regionale della Fp Cgil, Manuela Vanoli, restare a casa è fondamentale

Chiudere tutto e farlo subito. Non c’è altro modo, ormai, per arginare il contagio in Lombardia e restituire speranze a un sistema ospedaliero che è ancora in piedi solo grazie all’eroica resistenza del personale sanitario, ma è già, di fatto, collassato per indisponibilità di letti in terapia intensiva. Nel Ground Zero del Coronavirus d’Italia che da ieri è, anche nelle statistiche, il Paese più colpito da questa tragedia – e da ieri ha già pianto più vittime persino della Cina –, si moltiplicano gli appelli alla responsabilità, affinché si blocchino tutte le produzioni e i servizi non essenziali. Lo aveva detto chiaramente la segretaria generale della Cgil regionale, Elena Lattuada – “sono ancora troppe le persone che dal lunedì al venerdì si recano al lavoro” –. Poi, in serata, è arrivato il comunicato unitario delle tre confederazioni lombarde: “Fermiamoci per la vita”.

Nel testo si citano le parole pronunciate, sempre ieri, dal vicepresidente della Croce Rossa cinese a Milano: “Bisogna fermare le attività economiche e fermare la mobilità: tutti devono poter proteggere la propria vita”. Un appello disperato che Cgil, Cisl e Uil Lombardia rivolgono ai governi nazionale e regionale. “Per non dare più a nessuno – si legge nella nota – un motivo o una scusa per uscire di casa che non siano la cura, l’approvvigionamento alimentare e il lavoro nei servizi e nelle produzioni che non si possono sospendere”. Parole pesantissime, concordate proprio mentre le agenzie battevano la notizia dei cinque medici lombardi caduti in 24 ore nella battaglia contro il Coronavirus. 

“Una battaglia sanitaria – ci spiega al telefono Manuela Vanoli, segretaria generale della Funzione pubblica Cgil regionale –. Perché i posti letto in terapia intensiva di fatto in regione non ci sono più. Anche nelle zone con un trend di crescita di positivi più contenuto: lì sono stati trasferiti i pazienti che nelle zone dove i numeri sono esplosi non trovavano posto. Così essere ricoverati è diventato complicato. Quando una persona avverte i primi sintomi deve comunicarlo al medico di base, al quale è demandato il controllo dell’evoluzione della situazione. Solo nel caso in cui la difficoltà respiratoria aumenta, si potrà chiamare l’ambulanza. Tuttavia, ormai, soprattutto nelle zone più colpite – Bergamo, Brescia, Cremona e Lodi – ci sono casi in cui l’ambulanza programma subito l’intervento, ma a volte non riesce ad arrivare prima di 24 ore. Per essere più chiari, non vengono ricoverati tutti i soggetti sintomatici: non c’è posto, ad oggi siamo saturi. Nonostante, nel corso dei giorni, abbiano trasformato in reparti di rianimazione anche le sale operatorie, sistemato persone intubate nei corridoi e ovunque ci fosse spazio. Perché entri un nuovo paziente, si deve liberare un letto”. Il risultato di questa tragica ed elementare contabilità, è “sapere come curare le persone, ma non poterlo fare perché mancano i letti”.

Questo è l’inferno sanitario nel quale sta bruciando la Lombardia. Un territorio di guerra persino nei simboli: con quel corteo funebre di autocarri dell’esercito che hanno portato via da Bergamo le bare ammassate nelle chiese e quegli ospedali da campo montati nei cortili per evitare il contagio negli ospedali di cemento. Dove suona come alto tradimento la notizia uscita ieri sera, di quel mezzo milione di tamponi venduto agli Stati Uniti da un’azienda di Brescia (provincia nella quale risiedeva un settimo delle 3.245 vittime registrate fino ad ora). Quei kit diagnostici sarebbero bastati per coprire le esigenze di tutto il Nord Italia.

A fare la guardia ci sono loro, quelli che lavorano contro il virus, fuori e dentro gli ospedali. Li cita tutti, Manuela Vanoli. Medici di medicina generale e, in ospedale, medici, infermieri, operatori, addetti ai servizi di pulizia, mensa e guardiania, tecnici di laboratorio. “Sono allo stremo delle forze. Stanno facendo un miracolo, stanno resistendo a condizioni di lavoro che sono inimmaginabili. Il turno medio, da settimane, è di 12, 13, 14 ore al giorno. Molti di loro non tornano a casa a dormire per paura di portare in famiglia il Covid-19. Dormono in ospedale, anche da 15 giorni”. Nonostante le precauzioni, tantissimi sono stati contagiati. “Abbiamo carenza di dispositivi di protezione. In molti reparti dedicati al Coronavirus sono costretti a sterilizzare il materiale monouso, perché l’alternativa è lasciare il personale senza dpi. Stiamo chiedendo alla Regione di fare il tampone a tutti i lavoratori, compresi i medici di base, per evitare che gli asintomatici diventino veicolo di contagio. I medici di base, poi, sono sprovvisti di dispositivi di protezione. Proprio loro che hanno il compito di andare a casa dei contagiati per stabilire se necessitano di ricovero o no. Se non si mettono in sicurezza gli operatori sanitari, dotandoli di protezioni e individuando i positivi, rischiamo di trovarci, tra una decina di giorni, senza personale in grado di operare”.

In una regione come la Lombardia come è stato possibile arrivare a questo punto? “La Lombardia è stata la prima, ma si è mossa tardi. All’inizio non si erano attrezzati per fare i triage fuori dai nosocomi. E così non hanno isolato i pazienti. Noi sindacati, già quando i casi erano 2.500, denunciammo il rischio di raggiungere rapidamente l’esaurimento di capacità degli ospedali di far fronte alla situazione. Allora lanciammo i primi allarmi sul pericolo saturazione”. Sono passati pochi giorni da allora. Adesso siamo arrivati – è il bollettino ufficiale di ieri – a quasi 14 mila casi positivi, con oltre mille persone in terapia intensiva e quasi 7.400 ricoverati con sintomi. “E i numeri registrati dalla protezione civile – ci spiega Manuela Vanoli – non tengono conto di tutti quelli che muoiono a casa, perché, per mancanza di posti, non sono stati portati in ospedale, né di quelli che arrivano in ospedale ma muoiono prima di fare il tampone o prima dell’esito. È una situazione assolutamente insostenibile”. 

Per questo tornate a chiedere di bloccare tutto ciò che si può sospendere? “Stiamo chiedendo che in Lombardia si attui il blocco completo delle attività non essenziali. La priorità è rallentare assolutamente questa pandemia e consentire agli ospedali di poter dimettere pazienti. È necessario fermare il ciclo del contagio. E invece la produzione è rimasta aperta. Hanno chiuso i servizi, non le fabbriche. Eppure, già da qualche giorno, anche nelle fabbriche cominciano a uscir fuori i primi casi. E in quel contesto il contagio corre rapidissimo. Solo allora qualche fabbrica decide di chiudere. Ma a quel punto è già tardi. Perché se un operaio manifesta la sintomatologia, molto probabilmente quelli che gli stavano accanto si sono già infettati. E ai casi conclamati dobbiamo aggiungere quelli che la patologia se la prendono senza neanche accorgersene”. Ma le persone hanno paura? “Quelli che possono si chiudono in casa, soprattutto nelle province più colpite. Quelli che devono andare a lavorare hanno paura e sono alla ricerca disperata di dispositivi di protezione. E se anche sanno che la mascherina non ti protegge più di tanto, per lo meno metterla gli dà conforto psicologico. Detto questo, non uscire di casa è fondamentale. Mantenere le distanze è fondamentale. La cosa più importante che noi dobbiamo fare oggi, a ogni costo, è allentare la pressione sul sistema sanitario”.

Il virus, del resto, viaggia velocemente, in una situazione di caos sempre più difficile da regolare. Manuela Vanoli ci aiuta a ricostruire la complessità del quadro. “Adesso abbiamo bisogno dell’aiuto di personale, medici, infermieri, tecnici di laboratorio, operatori sanitari, da altre regioni. Perché la tenuta della Lombardia è essenziale per la tenuta del Paese”. E in serata giunge la notizia che il governo ha predisposto una task force di 300 medici, reclutati su base volontaria, che arriveranno da tutta Italia a sostegno delle zone più colpite. E da leader sindacale come vivi la situazione? “Abbiamo tanti colleghi e familiari di colleghi malati e deceduti – ci risponde con un filo di commozione Manuela Vanoli –. Da segretaria la quotidianità è complicata perché ti senti impotente nel rappresentare persone che vivono un momento di massima difficoltà, cerchi di fare di tutto, ma ti rendi conto di essere di fronte a qualcosa di inaspettato e di enorme”. Cosa succederà? “Aspettiamo di vedere se lunedì e martedì continua il trend di crescita dei nuovi positivi o funzionano le misure di contenimento”. L’incubo è che possa esplodere a Milano, considerando l’enorme bacino di popolazione residente nel capoluogo e nell’hinterland. E il salto in avanti di 635 nuovi contagiati, registrato solo ieri in città, non è un buon segnale.